Donne che cambiano il mondo

By Redazione

ottobre 25, 2011 Esteri

Al termine del Congresso Internazionale “Le donne agenti di cambiamento nel Sud del Mediterraneo” abbiamo chiesto all’Onorevole Deborah Bergamini, organizzatrice dell’evento, di tirare le somme del dibattito che si è svolto nei giorni scorsi alla Sala del Mappamondo della Camera dei deputati.

Onorevole, ci regala un bilancio di questo congresso, nel quale si sono confrontate posizioni diverse sul ruolo delle donne nella primavera araba?

Devo dire che non immaginavo un successo di partecipazione costruttiva a una conferenza  come questa. I temi di attualità politica oggi sono tanti, soprattutto in Italia, quindi non mi sarei aspettata che due giorni di convegno sulle donne, che a diverso livello sono le protagoniste della primavera araba, potessero suscitare tutta questa attenzione. Il dibattito è stato anzitutto sincero, molto aperto, non ci sono state posizioni ideologiche preconfezionate. Quello che è emerso in particolare è un desiderio condiviso di queste donne di potersi ricavare spazi crescenti di agibilità politica nei rispettivi paesi. Bisogna però fare attenzione a non generalizzare tra  dinamiche e movimenti politici che hanno le loro peculiarità, paese per paese. E su questo le donne che hanno parlato sono state molto determinate: non facciamo confusione, ogni paese ha le sue caratteristiche che vanno rispettate e comprese. Ma un elemento che ci accomuna è proprio la necessità di conquistare spazi. E chiediamo il concorso di tutte le istituzioni europee, a tutti i livelli, per essere messe nelle condizioni di ottenere questo risultato.

Lei chiede un concorso delle istituzioni europee e anche italiane. La presenza del Ministro Carfagna rappresenta la sinergia tra il lavoro del Ministero delle Pari Opportunità e quello del Consiglio d’Europa?

Sì, è vero perché noi da molti anni al Centro Nord-Sud del Consiglio d’Europa di Lisbona ci occupiamo di politiche per le pari opportunità di genere tra uomini e donne e ospitiamo a Lisbona, ogni anno, una conferenza dedicata alle donne agenti del cambiamento. Quest’anno la conferenza si è spostata a Roma e non casualmente. È stata una decisione con un valore simbolico: abbiamo voluto che l’Italia e la capitale fossero in prima linea per analizzare questo momento particolare di accelerazione nei paesi del Sud del Mediterraneo. E questo significa che il nostro governo è attento a questi temi. Inoltre il fatto che da questi paesi siano intervenute tante donne significa che l’Italia sta giocando un ruolo credibile, autorevole, in questo senso.

Ecco, a proposito della primavera araba e dei rivolgimenti degli ultimi giorni in Libia, come porsi rispetto alla vecchia classe dirigente che, in questo momento di transizione, continua ad occupare incarichi diplomatici?

La situazione che i media ci raccontano della Libia richiama soprattutto alla prudenza. Non sappiamo che cosa stia accadendo veramente in questi giorni, sappiamo che il primo ministro Jibril ha detto che la futura costituzione del suo paese si richiamerà alla sharia e questa è una fonte di preoccupazione che è stata anche espressa nel corso di questa conferenza. Dobbiamo anche sapere che in questo momento in Libia circolano armi in quantitativi impressionanti e questo sarà un problema primario da risolvere, prima di qualunque altra cosa, perché pensare di andare ad elezioni libere entro otto mesi, in un paese che è infestato di armi, è molto complicato. Ora prudenza, quindi, osservare con attenzione quello che avviene, far sapere ai libici che stiamo guardando con attenzione e partecipazione gli eventi. Ecco perché anche il senso di questa conferenza è stato tradotto nel “teniamo i riflettori accesi”, perché superata la fase di rottura dell’ordine costituito si apre la fase più delicata, che comincia adesso, quella della riscrittura delle regole. Su questo bisogna concorrere, ove possibile, affinché tanti errori che abbiamo scontato nella nostra storia europea non vengano ripetuti.

Dopo le rappresaglie e le atrocità, sta iniziando a circolare lo slogan “Né con Gheddafi, né con il Cnt”. Lo sottoscriverebbe?

Io ho difficoltà adesso a prendere posizione sulla Libia. Le informazioni che abbiamo sono spesso discordanti. Noi abbiamo negoziato con il Cnt in questi mesi, di conseguenza è difficile ora schierarsi in un senso o in un altro. Bisogna guardare ed essere presenti.

La situazione della Tunisia sembra quella leggermente più avanzata nel processo di costruzione democratica. Possiamo prevedere sviluppi positivi nel prossimo futuro o l’Islàm tunisino è preoccupante?

Mi attengo alle testimonianze degli oratori della conferenza, provenienti dalla Tunisia, che hanno partecipato alle operazioni di monitoraggio delle prime elezioni libere della Tunisia dopo 22 anni e devo dire che le loro dichiarazioni ci hanno parzialmente rassicurato. Credo che questo sia già un primo segnale al di là del risultato elettorale che può essere valutato più o meno positivamente. Si parla della vittoria, anche se non con la maggioranza assoluta, del partito islamista Ennhada che certo desta allarme ma che fa anche luce su quanto siamo lontani dalla comprensione delle istanze di accelerazione presenti in Tunisia. Quindi io penso che la strada sia imboccata, e lo dimostra la grandissima partecipazione con cui si sono svolte le elezioni. Questo non può che essere una premessa positiva per il futuro, che incoraggia.

Solo una battuta: questo governo cade?

È il momento più difficile ma ho fiducia nel senso di responsabilità che forse non è stato mostrato fino ad oggi da tutte le parti in campo. Di fronte a un momento chiave della storia del nostro paese, credo che questo principio prima o poi prevarrà.

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