C’erano una volta le pensioni

By Redazione

ottobre 25, 2011 politica

La riforma delle pensioni è il “cold case” della politica italiana, il nodo irrisolto da due decenni. Chi oggi lucra sulle difficoltà dell’attuale governo, non deve illudersi: sarà un tema ineludibile per chiunque governerà dopo Berlusconi. Tanto vale dirsi le cose come stanno. Il problema andrebbe affrontato alla radice, cioè sradicando una certa idea della pensione che nei decenni si è sedimentata, direi fossilizzata, nell’opinione pubblica. Non solo in Italia, dove addirittura la gente non vede letteralmente l’ora di ritirarsi, ma in tutti i Paesi avanzati, forse un po’ meno solo in quelli anglosassoni, si pensa alla pensione, e la si vive, come una vacanza premio all inclusive.

Non era questo il suo scopo originario, quando le prime forme di previdenza furono introdotte nelle società industriali sul finire dell’800, consolidandosi negli anni 30 del ‘900. La pensione non nasce per finanziare il tempo libero di persone ancora attive fisicamente e mentalmente, come se fosse un premio per il solo fatto di aver lavorato. Ma come forma di sostentamento per le persone che per la loro età avanzata non sono più in grado di autosostentarsi dignitosamente lavorando. E’ ovvio che oggi quel mondo non esiste più: è notevolmente aumentata la durata della vita; sono enormemente migliorate le condizioni di salute, fisiche e mentali, degli anziani, così come le condizioni di lavoro e igienico-sanitarie; viviamo in società post-industriali dove il lavoro usurante nelle fabbriche o nei campi si va riducendo.

Il modello secondo cui per circa la metà della propria vita si lavora, e nell’altra metà o si studia o ci si gode non il riposo, cui hanno diritto i vecchi, ma il tempo libero h24, semplicemente non regge, non è economicamente sostenibile, ammesso e non concesso che sia moralmente accettabile. Se sei stanco, riposi senza doverti preoccupare di come pagarti da vivere. Questa è la finalità sociale della previdenza. Ma godersi il proprio tempo libero è un’altra cosa, spesso l’opposto che “riposare”, e ha un costo che non è giusto mettere a carico della collettività. Si dovrebbe percepire una pensione quando fisicamente e mentalmente non si è più in grado di lavorare con un minimo grado di efficienza. Chi può sostenere che sia questa, oggi, la condizione del pensionato-tipo? Oggi il pensionato tipo, non solo in Italia, compie tutta una serie di attività che contraddicono in modo eclatante le condizioni di vita che dal finire dell’800 in poi, per effetto dei profondi mutamenti nei modelli produttivi e nelle strutture famigliari indotti dalla rivoluzione industriale, resero indispensabile l’introduzione dei sistemi pensionistici. Non sto sostenendo che bisognerebbe andare in pensione solo quando si è ormai vecchi decrepiti, neppure in grado di godersi gli ultimi anni di attività e vitalità, ma ricordare le origini dovrebbe quanto meno metterci al riparo da esagerazioni insostenibili.

Un altro discorso andrebbe affrontato sull’entità degli assegni. Ha qualche senso, rispetto allo scopo originario della previdenza pubblica, cioè un dignitoso sostentamento, che lo Stato eroghi pensioni di 3, 4 o 5 mila euro al mese, dovendo imporre per finanziarle un cuneo fiscale che deprime le attività economiche? Se dev’essere proprio lo Stato a gestire la previdenza, è opportuno che almeno si limiti a garantire una pensione minima di sostentamento, gravando il meno possibile in termini di contributi obbligatori sui redditi, sia bassi che alti. Chi percepisce un reddito medio-alto non è forse nelle condizioni di contribuire autonomamente a garantirsi lo stesso tenore di vita anche dopo il ritiro?

Sono tutte questioni che andrebbero affrontate apertamente dinanzi alle opinioni pubbliche se si vuole creare un minimo di consenso a favore di scelte e cambiamenti che appaiono sempre più inderogabili.

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