This Must Be The Place

By Redazione

ottobre 23, 2011 Cultura

L’immaginario rockettaro di Paolo Sorrentino è molto gradevole. La miscela di un road movie, di una caccia a un vecchio nazista, di una rock star ebrea, Cheyenne (con una interpretazione da Oscar da parte di Sean Penn) ormai lontana delle scene (qualcuno ci ha voluto vedere il leader dei Clash Joe Strummer morto a 50 anni nella propria casa-castello a Sommerset alla vigilia della riunificazione del gruppo di punk-rock il 22 dicembre 2002 ) e le musiche, con l’apparizione in video del leader dei Talking Heads David Byrne, fanno da sole una miscela di ingredienti per cui “This must be the place” è senz’altro uno dei film più belli della stagione ormai finita.

La trama è semplice: Cheyenne è un ebreo cinquantenne, ex rockstar di successo oramai in depressione esistenziale,  distrutto dagli stravizi di gioventù e incollato a una parrucca che gli appesantisce il volto. Costretto a fare degli sbuffetti di tanto in tanto per levarsi da davanti agli occhi una ciocca di capelli ribelli, non suoi, ma della suddetta parrucca.  Ormai invecchaito come tutte le rock star è da una parte imprigionato nei panni di un uomo pieno di fisime e dall’altra angosciato dal mancato rapporto con il padre, la moglie, gli affetti più stretti. E’ anzi anaffettivo.

Ricco sfondato, annoiato e vestito come il personaggio interpretato da giovane con tanto di rossetto, cerone e matita nera intorno agli occhi, bellissima la scena quando lui e la moglie si tolgono insieme il trucco davanti a uno specchio grande, Cheyenne, alla morte del padre, con il quale aveva interrotto ogni rapporto da più di trent’anni, fa ritorno a New York.

Qui, attraverso la lettura dei diari del genitore ne scopre il segreto: un aguzzino  nazista che lo perseguitò durante la prigionia ad Auschwitz. In mancanza di meglio, Cheyenne farà sua l’ossessione del padre e si spingerà in un viaggio attraverso gli Stati Uniti alla ricerca dell’ormai anziano criminale. Ovviamente non si tratta del solito film sull’Olocausto di quelli che escono intorno alla giornata della memoria, quanto la storia surreale di un uomo che trova poco a poco una motivazione esistenziale che ne riequilibra il superego che ormai ha schiacciato il proprio “se”.

La recitazione in falsetto di Penn per tutto il film e la colonna sonora di Byrne faranno in breve di questo film un “cult movie”. E questo alla faccia dei critici che hanno voluto trovarci mille difetti nella trama, nella sceneggiatura e persino nell’ontologia della pellicola. Forse “This must be the place” esprime proprio l’adolecenza del regista Sorrentino, coniugata con una maschera istrionesca impersonata al meglio da Penn.

Il titolo prende anche esso spunto da una canzone di Byrne, omonima: “And you’re standing here beside me / I love the passing of time / Never for money / Always for love / Cover up and say goodnight… say goodnight / Home – is where I want to be / But I guess I’m already there / I come home – she lifted up her wings / Guess that this must be the place”. “E tu sei qui vicino a me / Amo lo scorrere del tempo / Mai per denaro / Sempre per amore / Copriti ed augura la buonanotte / Casa- è dove voglio essere / Ma mi sa che ci sono già / Vengo a casa – lei ha sollevato le ali / Sento che questo dovrebbe essere il posto”.

 

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