Il Team O. e la coalizione

By Redazione

ottobre 23, 2011 Esteri

Pubblichiamo la traduzione, a cura di Irene Selbmann, dell’articolo “Obama Team Split on How to Rally Unruly Coalition”, scritto da Michael Barone per il Washington Examiner.

Il presidente Barack Obama si sta arrampicando sugli specchi, nell’ovvio tentativo di venire rieletto. Si è autoproclamato paladino degli oppressi, ha rinunciato alla pretesa di essere il pragmatico centrista del compromesso per vestire i panni della retorica da lotta di classe.

Ma vale la pena tenere a mente cosa si è lasciato scappare. Nel 2008 Obama si portò a casa il 53% del voto popolare. Può anche non suonare come una vittoria schiacciante, ma è più di quanto abbia mai ottenuto qualsiasi altro candidato democratico alla presidenza, fatta eccezione per Andrew Jackson, Franklin Roosevelt e Lyndon Johnson.

Più di Woodrow Wilson e Grover Cleveland; più di Harry Truman e  John Kennedy; più di Jimmy Carter e (ma non ricordateglielo mai) Bill Clinton.

Perché così pochi democratici hanno ottenuto una percentuale uguale o superiore al 53%, mentre tra le fila  dei candidati repubblicani se ne contano 10? La ragione storica è che il partito democratico è stata una coalizione disordinata di gruppi disparati (cattolici delle grandi metropoli e bianchi degli stati del sud per un secolo dopo la Guerra Civile) che non è stato facile tenere insieme.

La coalizione obamiana del 2008 includeva due terzi dei giovani elettori e dei latinos, la maggior parte dei quali con un reddito annuo di 200mila$ e meno di 50mila$, bianchi con il diploma di scuola superiore del nord del Midwets e il 95% del totale dei neri. La tensione era dietro l’angolo.

Adesso i suoi strateghi si sentono obbligati a scegliere il gruppo sul quale concentrarsi per tornare al 50%. La cosa interessante è che gli strateghi che si occupano di demografia e quelli concentrati sui temi caldi sembrano aver individuato gruppi diversi.

Gli strateghi demografici, nella loro caccia ai 270 voti elettorali, hanno deciso di concentrarsi sugli stati tradizionalmente repubblicani che Obama trascinò nel 2008, secondo un report su The New York Times. Hanno messo in evidenza che alcuni di questi stati (come Colorado, Virginia e North Carolina) hanno un numero di votanti laureati superiore alla media nazionale,  che hanno decisamente sostenuto Obama.

Aggiungono che questi tre stati insieme hanno più voti (37) della Florida (29) e il doppio dell’Ohio (18), i quali furono al centro dell’attenzione nelle tre precedenti presidenziali. Ma Ohio e Florida hanno una percentuale minore di laureati residenti, e lo spostamento verso Obama, rispetto ai candidati democratici del passato, fu relativamente minimo.

Questa può essere un’intelligente strategia di individuazione del target. Per anni i democratici hanno cercato di riconquistare la maggioranza che ottenevano tra i bianchi blue-collar ai tempi di Franklin Roosevelt e John Kennedy, ed è passato molto tempo da quando la maggioranza di questi votava per candidati democratici alla presidenza.

A partire da giugno, tutti i sondaggi hanno mostrato che la maggioranza disapprova Obama  in Florida (il 43% approva, il 53% disapprova) e Ohio (44-52). Questo a sostegno della tesi che non ha molte chance di vottoria in questi stati.

Ma sfortunatamente per questi strateghi, i recenti sondaggi mostrano che Obama non sta certo avendo più successo in Virginia (45-50), North Carolina (45-51) o Colorado (46-50). Gli obamiani indicano la vittoria del senatore Michael Bennet nel 2010 come modello da seguire. Ma Bennet ha vinto solo di un 48% contro un 46%, e il governatore democratico ha ottenuto solo il 51% contro un’opposizione divisa al suo interno. I repubblicani, poi, si sono portati a casa il voto popolare per la Camera.

C’è anche una differenza enorme tra la cosiddetta ‘strategia Colorado’ e la posizione di Obama sui temi caldi. Non è scontato che biasimare i repubblicani per non alzare le tasse ai milionari e sui jet aziendali porterà più voti o susciterà l’entusiasmo dei laureati e dei giovani, attualmente delusi.

Questi potrebbero ricordarsi della passata campagna ‘pass this bill’ notando che non ha 50 voti al Senato a maggioranza democratica e che effettivamente i suoi sostenitori si contano sulla punta delle dita. Il leader della maggioranza al Senato, Harry Reid, ha usato trucchetti parlamentari per evitare di arrivare al voto sul testo di legge di Obama.

Non è nemmeno così sicuro che attaccare i milionari e i jet aziendali farà riaccendere l’entusiasmo dei giovani elettori e dei latinos, scoraggiati da tanti mesi di disoccupazione. Potrebbero ricordarsi la spesa di centinaia di miliardi di dollari nel 2009 sul pacchetto per la crescita, che non diede i frutti sperati.

Al momento, gli unici stati dove da giugno i sondaggi mostrano un’approvazione del lavoro di Obama pari al 50% o al 51% sono quelli dove ottenne più del 60% nel 2008, più il New Jersey, dove ottenne il 57%.

Da soli bastano per portarlo a 200 voti elettorali, 70 voti sotto la soglia della maggioranza.

Ma non sono abbastanza per permettergli di rimettere insieme quella coalizione del 53% che aveva sperato in un cambiamento per il meglio. Quella stessa coalizione, storicamente inedita, sembra ormai far parte della storia.

[traduzione di Irene Selbmann]

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