Giovani e riformismo bipartisan

By Redazione

ottobre 23, 2011 politica

La questione giovanile continua a bussare alla porta delle riforme. E’ successo ancora una volta la settimana scorsa, all’Abbazia di Spineto, al seminario su “Giovani e crescita” organizzato dall’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà (il gruppo di parlamentari di maggioranza e opposizione impegnati a promuovere i principi della sussidiarietà orizzontale).

Il tema è di indiscussa centralità e si presta quanto mai all’invocazione di riforme serie e condivise, come quelle chieste dal governatore Draghi allo stesso seminario di Sarteano. Più difficile è darne una declinazione concreta e coerente, attraverso provvedimenti all’altezza dell’anelito riformista ispiratore, anche quando bipartisan.

Una riflessione in tal senso è suggerita proprio da quello che è considerato il principale successo dell’Intergruppo per la sussidiarietà in questa legislatura: il varo della legge per il cosiddetto “controesodo dei talenti”.

Approvata quasi un anno fa con voto pressoché unanime del Parlamento, la legge per incentivare fiscalmente il rientro in patria dei giovani italiani in fuga (legge n. 238 del 2010) è la prima – e finora l’unica – legge ad iniziativa bipartisan della legislatura. E proprio per questo merita oggi una riflessione con riguardo non tanto alla sua efficacia concreta (ancora non rilevata), quanto ai valori riformisti che esprime. O meglio, a quelli che non riesce a esprimere in modo del tutto convincente.

Innanzitutto, non si tratta del rimpatrio dei “cervelli” dei tanti ricercatori e docenti italiani riparati all’estero a causa dell’insufficiente investimento pubblico nella ricerca. A loro già si applica un altro regime di incentivi fiscali (non cumulabile con questo) introdotto dall’ultimo governo Prodi e opportunamente reiterato dal governo Berlusconi.

Le nuove misure di incentivazione fiscale al rientro riguardano dunque altri “talenti” espatriati: quelli dei giovani – in senso italico, cioè fino a 42 anni suonati – che, già laureati, lavorano all’estero da almeno due anni (come dipendenti o autonomi) e quelli che oltre confine sono andati per prendersela, una laurea o una specializzazione, risiedendovi per lo stesso periodo minimo.

Nessun requisito ulteriore o diverso dal “pezzo di carta” tout court (già acquisito o inseguito) è stato previsto dal legislatore, che sembra piuttosto assecondare il provincialismo del culto nazionale per il titolo di studio.

I “rimpatriati” possono essere ingegneri detentori di brevetti industriali o imprenditori con residenze off-shore; gli studenti frequentare un’università dell’Ivy League o un’oscura università straniera a saldo. Non rileva. Come non rilevano le condizioni economiche e sociali del rimpatriato e della sua famiglia, né il valore economico, culturale o sociale delle attività e delle competenze riportate in patria.

Il messaggio che (suo malgrado) il legislatore finisce per trasmettere ai giovani è assieme semplice e fuorviante: un periodo di studio o lavoro all’estero è uno svantaggio in re ipsa. Non un arricchimento culturale e un valore aggiunto curriculare che ogni Paese – anche il più efficiente e avanzato – dovrebbe auspicare per i suoi giovani e semmai incoraggiare, aiutando i meritevoli e sprovvisti ad andarci. Piuttosto, un handicap da compensare con incentivi fiscali analoghi a quelli riservati ai disoccupati di lungo periodo, agli ex-detenuti e ad altri svantaggiati cronici

I rimpatriati possono infatti godere al rientro, per tre anni, di un’estesa detassazione dei loro guadagni, qualunque attività vengano a svolgere in patria: dal lavoro dipendente all’attività autonoma o di impresa. L’unica distinzione alla quale il legislatore ha pensato è quella per genere. Se maschi, pagheranno le tasse sul 30% dei loro redditi. Se femmine, la percentuale scende al 20%, con una discriminazione positiva la cui opportunità e ragionevolezza in questo contesto sono quanto meno discutibili. Basti pensare che si mettono sullo stesso piano la venticinquenne fresca di master alla ricerca di primo impiego e la quarantenne analista finanziaria con redditi annui a cinque zeri (autorizzata a pagare per tre anni le stesse tasse di un’operaia a bassa qualificazione rimasta in patria).

Diverso sarebbe stato se la collettività – attraverso lo Stato, le autonomie territoriali o, meglio ancora, attraverso il sistema produttivo e le associazioni delle imprese e dei lavoratori, secondo una traduzione coerente dei principi di sussidiarietà – si fosse riservata la facoltà di selezionare le competenze e i “talenti” strategici per la crescita nazionale, magari utilizzando la rete consolare per campagne informative mirate ai giovani connazionali che lavorano o studiano nei grandi distretti produttivi e nei centri di ricerca di eccellenza. In tal caso, il vantaggio fiscale avrebbe trovato giustificazione economica nel valore aggiunto apportato al Paese e legittimazione sociale nel coinvolgimento dei corpi intermedi della società civile.

Si è scelta invece una strada che, nell’apparente garanzia offerta dall’automatismo e semplicità dell’incentivo, rischia in realtà di avvantaggiare solo pochi insider bene informati (dagli avvocati e dai commercialisti) e per di più alimentare rientri opportunistici, in particolare tra autonomi ed imprenditori, pronti a riespatriare alla scadenza dei benefici.

Ma soprattutto non sembra essere stato adeguatamente valutato il fatto che i rimpatriati agevolati possano fare concorrenza sleale e “spiazzare”, a parità di competenze e titoli, i laureati rimasti sul suolo patrio, con beffa aggiuntiva per una generazione che vede premiate e addirittura amplificate le disparità di partenza.

Ad occuparsene sarà semmai la Corte Costituzionale, assieme ad altre norme della nuova legge che si profilano parimenti lesive del principio di uguaglianza. Per esempio, quella che ammette che le regioni riservino ai rimpatriati una quota delle case popolari, con compressione delle legittime aspettative di decine di migliaia di famiglie in vana attesa da anni. O, ancora, quella che riconosce agli stessi il diritto alla cosiddetta totalizzazione contributiva (la possibilità di far valere i contributi versati all’estero per accrescere la pensione futura). Non è chiaro perché un italiano che abbia fatto il pizzaiolo a Dusseldorf non possa avere lo stesso privilegio, considerato che se torna – a differenza dell’emigrato laureato – si paga pure le tasse per intero.

Infine, la quadratura del cerchio. Nella legge è scritto che non possono determinarsi “nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”: è a costo zero. Come è possibile? La risposta, data per buona dalla Ragioneria dello Stato e dalle Commissioni parlamentari competenti (ma non dal senatore Morando che vi si è opposto strenuamente), è che se questi lavoratori rimangono all’estero non pagano comunque niente, per cui il fisco ha solo da guadagnare dal loro rientro. Peccato che nessuno abbia stimato il numero di lavoratori che comunque rientrerebbero, destinati a beneficiare anch’essi delle agevolazioni, né abbia indagato la natura e l’entità dei redditi coinvolti (presumibilmente più alti di quelli del pizzaiolo), né – tanto meno – i costi dei rientri opportunistici. Il conto rischia di arrivare “a babbo morto”, quando si scoprirà che a sussidiare è ancora una volta l’erario.

I giovani, la sussidiarietà e il riformismo bipartisan meritano un’altra occasione.

da “qdR Magazine

* Simona Genovese è responsabile degli Affari giuridici per la Presidenza del Gruppo PD al Senato

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