Parole che valgono la pena

By Redazione

ottobre 22, 2011 Cultura

“Per dire parole che valgano la pena bisognerebbe almeno averne novecento di anni”. Così Andrea Zanzotto aveva risposto lo scorso 10 ottobre, giorno del suo novantesimo compleanno, ad un giornalista che gli aveva chiesto: “Che cosa si capisce della vita dopo novanta anni?”. La settimana scorsa è morto a Conegliano Veneto per un collasso cardiocircolatorio.

Il percorso poetico e artistico di Zanzotto segue un lungo iter, che attraversa quasi un secolo di storia italiana. Partito da posizioni che riprendevano la lezione e le suggestioni lirico-ermetiche di Ungaretti, dei surrealisti e degli ermetici nostrani, si orienta poi sul versante antilirico del panorama poetico italiano degli anni Cinquanta, concentrandosi sull’aspetto linguistico dei suoi componimenti. Quando si parla della sua poesia, si parla spesso di lirica perché la sua forza risiede nell’intensità delle visioni che rimanda più che nella dialettica discorsiva. Nelle sue raccolte poetiche Zanzotto è stato in grado di toccare le più diverse tematiche. La dolorosa inquietudine, l’eros, l’amore, l’ardore, le contraddizioni del nostro tempo, la difesa per l’ambiente, l’impegno civile, l’uomo e i suoi misteri. Tutto in un periodo di crisi delle istituzioni letterarie e di rapide trasformazioni sociali, che turbarono il rapporto fra il poeta e la sua lingua. Come scrisse Stefano Dal Bianco, uno dei curatori del Meridiano che riunisce buona parte dell’opera di Zanzotto, “l’idea panoramica della quantità e qualità delle implicazioni della poesia di Zanzotto, emana un’autorevolezza tale che non è facile sottrarsi a un primissimo istinto di fuga”. Viene si solito annoverato tra i poeti d’avanguardia, a metà strada tra Pasolini e la pattuglia informale e astratta, il suo laboratorio di scrittura è sempre stato la sua stessa vita. Negli ultimi il suo nome era stato caldeggiato più volte per il Nobel della letteratura.

Nato nel 1921 a Piave del Soligo da Giovanni Zanzotto e Carmela Bernardi, viene educato sotto il segno dell’antifascismo. Il padre, a causa delle sue idee opposte al regime, fu costretto a lasciare l’Italia e a rifugiarsi in Francia nel 1925 dove rimase per circa un anno. Partecipò attivamente alla resistenza veneta impegnandosi nell’ambito della stampa e della propaganda del movimento.

Deve l’inizio della sua fortuna poetica al Premio San Babila a cui partecipò nel 1950 nella sezione inediti. La giuria era composta da nomi eccellenti come Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, Leonardo Sinisgalli e Vittorio Sereni che riconobbero il suo talento e gli attribuirono il primo premio per un gruppo di poesie, composte tra il 1940 e il 1948, pubblicato successivamente nel 1951 con il titolo Dietro il paesaggio.

Alla sua attività poetica affiancò anche quella critica, dal 1963 intensificò le collaborazioni su riviste e quotidiani scrivendo per il Corriere della sera, Il Giorno, L’Approdo letterario e Nuovi Argomenti. Inoltre pubblicò numerosi saggi critici, su autori a lui contemporanei come Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale e Vittorio Sereni, senza abbandonare mai l’insegnamento nelle scuole.

Nel 1968 uscì la raccolta di poesie da titolo La beltà , presentata a Roma da Pier Paolo Pasolini e a Milano da Vittorio Sereni. Tutt’oggi l’opera è considerata il suo capolavoro e una pietra miliare nel panorama culturale italiano. Un altro incontro che segnò la sua vita di uomo e di artista è quello con Federico Fellini. La collaborazione con il regista romagnolo iniziò nel 1976 per la sceneggiatura del Casanova e proseguì nel 1980 per alcuni dialoghi nel film  La città delle donne e nel 1983 scrisse i Cori per E la nave se ne va sempre di Fellini.

A chi lo avvertiva che suoi versi fossero di difficile comprensione lui rispondeva “Le difficoltà nella lettura e nell’interpretazione dei versi sono sempre dovute all’entrata in scena del’analogia, che subentra magari alla logica. Ci sono dei salti da affrontare”. Una volta superati gli ostacoli che alle volte la poesia ci pone, la potenza delle parole e l’armonia del suono che le unisce, non smettono mai di lasciarci a bocca aperta. Nella sua parabola artistica, Zanzotto ha esplorato le forme e le patologie del linguaggio poetico, portando avanti per tutta la sua vita, un’attenta analisi delle infinite possibilità che la lirica offre.

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