L’ A.l.b.a. dell’Iran in Messico

By Redazione

ottobre 21, 2011 Esteri

“Non ditemi che siete sorpresi dell’operazione iraniana” è il titolo di un post pubblicato da Micheal Ledeen (il noto pensatore neoconservatore esperto di cose iraniane) sul suo blog in riferimento al piano, scoperto grazie ad un agente infiltrato, delle Brigate al Quds per uccidere l’ambasciatore saudita a Washington e con lui centinaia di altri innocenti. Eppure, contrariamente a quanto auspicato da Ledeen, in molti sono rimasti piuttosto increduli di fronte al tentativo da parte di Teheran di portare lo scontro con il Grande Satana americano ad un livello tanto rischioso. Della faccenda, però, anche un altro elemento ha colpito l’opinione pubblica: i rapporti tra Pasdaran ed il secondo maggior cartello della droga del Messico (secondo il ranking curato dalla DEA, l’agenzia del Dipartimento della Giustizia americano che si occupa della lotta al narcotraffico).

Un’analisi riguardante questo aspetto è apparsa pochi giorni prima della scottante scoperta sul sito internet dell’American Enterprise Institute, Think Tank animato da altri due pensatori neoconservatori, Bill Kristol e Robert Kagan. Il paper, opera dei due esperti di America Latina e terrorismo Roger Noriega e José Càrdenas, si focalizza particolarmente sul ruolo di Hezbollah nella regione, ma anche (essendo il Partito di Dio diretta emanazione del regime di Teheran) sui rapporti tra l’Iran ed i regimi antiamericani come quello Venezuelano di Hugo Chavez.

Il protagonismo del gruppo terrorista sciita in Sud America risale ai primissimi anni di esistenza, quando la leadership del movimento decise di impegnare parte delle sue energie nella “tri-border area”, ovvero la zona in cui si incontrano i confini di Argentina, Paraguay e Brasile. Scopo di questa presenza era quello di creare delle cellule tendenzialmente indipendenti che avrebbero dovuto adoperarsi nella raccolta di denaro da inviare in Medio Oriente per il finanziamento delle attività terroristiche del gruppo. Per il raggiungimento di tale scopo gli uomini di Hezbollah hanno iniziato ad operare in ogni ambito della criminalità organizzata, dal riciclaggio di denaro sporco ai vari traffici illeciti, tra i quali naturalmente quello di stupefacenti. Nel giro di vent’anni le poche cellule iniziali si sono moltiplicate fino a raggiungere il numero di 460 (secondo una stima riportata dallo studio), e sono oramai capaci di garantire al quartier generale in Libano finanziamenti per una cifra tra i trecento e i cinquecento milioni di dollari all’anno.

Quello della raccolta di finanziamenti non è però l’unico ambito in cui queste cellule si muovono. Al contrario per esse hanno pari importanza altre due attività che mostrano come l’Iran veda nel continente sudamericano un fondamentale campo di battaglia nella guerra globale agli Stati Uniti: la prima è la fondazione di moschee di culto sciita dove propagandare il messaggio Khomehinista: la seconda riguarda invece “logistica, pianificazione, sorveglianza ed esecuzione delle missioni” di stampo terroristico. Per i due autori “la crescente presenza di Hezbollah nell’Emisfero Occidentale può essere compresa unicamente nel contesto della realizzazione degli obiettivi strategici del suo mandante, l’Iran”, che non a caso negli ultimi anni ha lavorato diplomaticamente per la creazione di un fronte comune in funzione antiamericana assieme ai Paesi dell’ALBA, il gruppo dei regimi d’ispirazione bolivariana voluto e politicamente guidato dal caudillo Hugo Chavez. A conferma del suddetto impegno diplomatico basti il dato seguente: negli ultimi sei anni l’Iran ha aperto nel continente sudamericano quattro ambasciate che si aggiungono alle sole sei precedentemente operanti. In questo modo, grazie anche al protagonismo di Mahmoud Ahmadinejad, il regime di Teheran è riuscito a rompere l’isolamento internazionale che lo caratterizzava da decenni, trovando inoltre alleati pronti ad opporsi, all’interno del consesso internazionale, alle pesanti sanzioni politiche, economiche e finanziarie contro il regime dei Mullah. Oltretutto i legami con Caracas hanno garantito alla Repubblica islamica di insediare nel bel mezzo dell’Oceano, sulla venezuelana isola Margarita, il principale centro di comando di Hezbollah nella regione.

Ad oggi il gruppo terroristico si fonda, come riporta il paper, su due “network paralleli”, assieme  responsabili di oltre ottanta azioni in dodici diversi Paesi latinoamericani. Alla testa di queste reti terroristiche stanno due membri dell’Establishment sciita nella regione: Ghazi Nasseredine, un cittadino venezuelano con passaporto iraniano, e Mohsen Rabbani, già membro dell’entourage diplomatico di Teheran a Buenos Aires. Nasseredine è l’uomo di connessione tra Repubblica Islamica e Venezuela ed occupa attualmente un importante ruolo diplomatico (per conto di Chavez) in Siria; assieme ai fratelli Abdallah e Oday (rispettivamente ex parlamentare venezuelano e responsabile delle forze paramilitari che si esercitano nell’isola di Margarita) è anche il maggior sponsor di Hezbollah nel Paese, per il quale si occupa anche di intrattenere i rapporti con gruppi bolivariani locali. Rabbani, leader del secondo network, è maggiormente conosciuto dall’opinione pubblica mondiale in quanto ideatore dei due attentati che, all’inizio degli anni Novanta, fecero strage di 150 ebrei a Buenos Aires. Ai tempi, Rabbani era l’addetto alla cultura dell’ambasciata iraniana nella capitale argentina, carica successivamente abbandonata per diventare International Affairs Advisor di un importante istituto culturale sciita con sede nella città santa di Qom e che si occupa della diffusione della Shia nel mondo. L’area di influenza di Rabbani va dall’Argentina al Cile ed al Brasile, Paesi in cui egli ha numerosi “discepoli” per mezzo dei quali controlla altrettante moschee integraliste che fanno da veicolo per il messaggio jihadista della Repubblica islamica.

Altro particolare di non poca importanza che caratterizza il “Network Rabbani” è rappresentato dal rapporto instauratosi con l’imam sunnita radicale della moschea di San Paolo, Taki Eldyn, già uomo legato ad Al Qaeda, tanto che nel 1995 incontrò in Argentina il prigioniero di Guantanamo ed ex braccio destro di Bin Laden, Khaled Sheyk Mohammed. Sebbene si sia trasferito in Iran, Rabbani continua ad operare in prima persona nella regione, naturalmente sotto copertura e grazie a falsi documenti (secondo l’Interpol), ed in particolare in Brasile (con l’aiuto del succitato Eldyn), lo stato latinoamericano con la più numerosa comunità islamica, stimata attorno al milione di persone, bacino di importanza strategica per il proselitismo jihadista.

Noriega e Càrdenas dedicano buona parte dello studio ai movimenti del Partito di Dio e dei Servizi iraniani nel Messico sottolineando quanto stretto sia il rapporto tra questi ed i cartelli della droga locali. “Francamente -scrivono i due autori- sarebbe molto sorprendente se non ci fosse collaborazione alcuna tra Hezbollah e Cartelli messicani, visti gli ovvi benefici per entrambi i gruppi. I cartelli hanno la possibilità di entrare nei traffici di Hezbollah e approfittare dei suoi esperti di esplosivi e dei legami con i trafficanti di droga in Medio Oriente e Asia del Sud. Hezbollah ha invece la possibilità di insediarsi in un ambiente incontrollato e con largo accesso al confine degli Stati Uniti, ed allo stesso tempo promuovere azioni dannose per minare la pace sociale degli statunitensi”. Una volta penetrati negli States, difatti, i membri di Hezbollah si mettono in contatto con le comunità sciite presenti nel territorio e si adoperano nella propaganda Jihadista e nella raccolta di fondi, proprio come nei Paesi sudamericani, con la piccola differenza del trovarsi proprio nella pancia del nemico, con tutte le pericolose conseguenze che questo comporta per la sicurezza nazionale del “Grande Satana”. Che la questione non sia da prendere sottogamba l’hanno capito anche a Washington, dove la Repubblicana del Sud Carolina Sue Myrick, membro della Commissione Intelligence della Camera, ha chiesto formalmente al Segretario della Sicurezza Nazionale la creazione di una “Task Force” con la partecipazione delle autorità messicane per monitorare e contrastare la presenza di Hezbollah lungo il confine.

Nelle conclusioni i due analisti dell’AEI tracciano un quadro d’insieme a tinte molto fosche dal quale si evince chiaramente come la strategia iraniana nell'”Emisfero Occidentale” sia tesa a colpire gli interessi statunitensi nella regione e creare una sorta di Polo Antiamericano assieme ai membri dell’ALBA (Ecuador, Bolivia, Venezuela cui va aggiunta anche la Cuba dei fratelli Castro) ed ai gruppi più volenti che operano nel campo della criminalità organizzata. Difficile non vedere in questo “accerchiamento” anche un piano iraniano per assicurarsi contro eventuali interventi militari USA in Persia (la qual cosa è stata confermata pubblicamente da un alto esponente delle forze armate della Repubblica islamica durante un viaggio in Bolivia lo scorso maggio), quasi a ricalcare i movimenti sovietici per il Sud America durante la Guerra Fredda.

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