Discriminati o invisibili

By Redazione

ottobre 21, 2011 politica

Sicuramente discriminati, spesso “invisibili” per proteggersi. Il 13% delle persone omosessuali in Italia negli ultimi dieci anni ha visto respinta la candidatura per un posto di lavoro a causa della propria identità sessuale, percentuale che sale al 45% fra le persone trans. Un’inquietante realtà che emerge dell’ indagine “Io sono io lavoro”, prima ricerca scientifica nazionale sul tema. Gli autori dell’indagine, presentata oggi a Roma e realizzata da Arcigay, hanno raccolto 2.229 questionari, intervistato 52 testimoni qualificati e ascoltato 17 storie di discriminazione sul lavoro. Le risposte e i racconti degli intervistati sono agghiaccianti. E io ve li metto giù quasi senza commentarli, certa che (purtroppo) non ce ne sia bisogno. Anche perché, spesso, dalle ricerche di questo tipo non emerge che la punta di un iceberg.

Oltre un quarto dei rispondenti è completamente invisibile sul posto di lavoro (26,6). Invisibilità che diminuisce tendenzialmente laddove esistano altri colleghi omosessuali. Fatto sta che, per tantissimi, la parola d’ordine di ogni giornata in ufficio è una sola: nascondersi. Una via di fuga praticamente ‘obbligata’ dalIe circostanze per una moltitudine di lgtb (lesbiche, gay, bisessuali e trans gender). Celare la propria identità sessuale è, svela la ricerca, necessario per evitare trattamenti sfavorevoli: la maggioranza di quanti vivono nell’ invisibilità sul posto di lavoro, infatti, teme che comunicare la propria identità sessuale possa comportare un peggioramento della propria condizione.
A ragione? Non sempre. Quest’aspettativa infatti non é confermata dall’ esperienza di coloro che hanno trovato il coraggio per fare coming out, i quali in gran parte ritengono che la propria situazione non sia sostanzialmente cambiata, o sia addirittura migliorata. L’ effetto positivo della visibilità trova conferma anche dalla maggiore soddisfazione lavorativa registrata tra quanti sono visibili sul lavoro rispetto agli ‘invisibili’.

Ma altri numeri portano a galla una realtà estremamente mortificante, scandita da rifiuti e umiliazioni. Il 4,8% degli intervistati ha dichiarato di essere stato licenziato o di non aver ottenuto il rinnovo del contratto in ragione della propria identità sessuale negli ultimi dieci anni, percentuale che sale al 25% tra le persone trans. Il 19,1% ha dichiarato di essere stato trattato iniquamente sul lavoro in quanto omosessuale, e la percentuale sale al 45,8% delle persone trans da femminile a maschile e addirittura al 56,3% delle persone trans da maschile a femminile.
Siamo un Paese davvero così incivilmente retrogrado? Sono, incredibilmente, le stesse vittime di queste (e tante altre) discriminazioni a darci uno spiraglio di speranza. La maggioranza degli intervistati reputa il presente migliore del passato (é ottimista il 48,5% del campione) e il futuro migliore del presente (é ottimista il 54,6%). Meno rosee sono però le previsioni di quanti hanno subito un licenziamento o un trattamento ingiusto in ragione della propria identità sessuale.

Come dobbiamo leggere questi dati? “La discriminazione – spiega all’Ansa Raffaele Lelleri, sociologo e responsabile scientifico della ricerca – colpisce direttamente una minoranza di lavoratori lgbt. L’ impatto indiretto é invece molto più ampio: secondo alcuni osservatori, esso é persino universale, visto che tutte le persone lgbt si trovano, prima o poi, a domandarsi se essere visibili o meno sul lavoro, ad anticipare le conseguenze del proprio coming out”. Sorprende, inoltre, che l’Italia sia tristemente unita nella discriminazione sessuale. Nord, Centro e Sud appaiono infatti accomunati da questi fenomeni. Non sorprende invece, purtroppo, tira le somme l’esperto, “la vera e propria emergenza in cui vivono le persone trans che lavorano, la maggior parte delle quali viene tuttora respinta o espulsa dal mercato”.

Da “Pink News”

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