Il web tra mercanti e podestà

By Redazione

ottobre 20, 2011 Cultura

Francesco Datini non ha mai conosciuto il web. Non poteva. Questo mercante di Prato, morto nell’agosto 1410, ci ha lasciato un ricchissimo archivio di lettere e registri. Qualcuno lo considera l’inventore dell’assegno. Di certo c’è che fece un largo uso della lettera di cambio, che permetteva di andare in una banca e ricevere l’equivalente in denaro. Datini conservava tutto, quasi sapesse che i posteri erano interessati alle sue carte. Non aveva figli e, quando morì, lasciò tutto il suo capitale a un ospedale per gli orfani. Il suo testamento cominciava così: “Nel nome d’iddio e del quattrino”. Nelle sue lettere il mercante non solo raccontava affari e preoccupazioni, ma dava anche consigli sul mestiere. E proprio questi sono interessanti per capire come la filosofia del mercante sia molto utile a chi si muove sul web.

Datini dice che per fare affari in quel far west delle libere città medioevali un saggio commerciante doveva tutelare la sua reputazione. Il buon nome era tutto. Nessuno avrebbe mai fatto affari con individui ambigui, chiacchierati o con qualcosa di losco o da nascondere nel loro passato. Datini diceva che il nome del mercante doveva essere trasparente e la sua condotta pulita. Non era fondamentale che andasse in chiesa, ma di lui si doveva sapere che “rispettava i contratti”. La furbizia era un peccato che prima o poi sarebbe venuto a galla. Era oltretutto inutile stare lì a nascondere la verità o a cancellare i fatti, perché la rete di venditori e compratori era attentissima a rintracciare le malefatte di chi aveva davanti. Stesso discorso per chi non aveva un passato limpido. Un uomo con troppi segreti e senza identità era molto sospetto. Forse anche per questo Datini scriveva e archiviava tutto.

L’altra qualità di un buon mercante era fare tesoro delle informazioni. Le conoscenze e le notizie sono nella rete delle città mercantili un patrimonio fondamentale. Sapere che in una certa fiera si vendeva una certa merce significa affari e denaro. Un mercante di Pavia prima di partire per Troyes doveva informarsi se i suoi prodotti avrebbero avuto concorrenza o se determinati eventi avrebbero potuto danneggiare il suo viaggio. Buon nome, trasparenza e informazione erano i requisiti di chi partecipava alla rete mercantile al tramonto del Medio Evo. «L’aria delle città rende liberi», diceva un proverbio tedesco, ed effettivamente i contadini che arrivavano in città spesso lo facevano per ricominciare un’esistenza libera dagli obblighi e dai vincoli di dipendenza cui dovevano sottostare nelle campagne. Chi invece possedeva capitali, in città poteva impiegarli con maggior profitto nelle attività mercantili e manifatturiere.

Quelle città furono un esperimento storico di libertarismo, una rivoluzione che aveva gli stessi principi culturali e di innovazione di questa stagione. Henri Pirenne avrebbe detto che in fondo siamo fortunati. Lo storico francese nel 1927 scrisse un saggio su Le città del Medioevo. Ogni volta che ripensi a quello che è avvenuto negli ultimi tre lustri ti viene in mente il suo nome. Pirenne racconta la nascita di quelle isole di società aperta, ancora incerte e insicure, in una galassia di feudi. Sono appunto quelle città che nel X secolo rompono i tradizionali rapporti dell’individuo con il potere. Sono una frattura. È la nascita dell’Occidente, un fuga verso la libertà. Queste città nascono intorno a un mercato, che è un luogo dove si scambiano merci, ma anche idee, conoscenze, dove si intrecciano relazioni, qualcosa di nuovo e avventuroso rispetto alla comunità tradizionale della società chiusa feudale, dove l’orizzonte e i confini sono quelli della terra, qualcosa di concreto, solido, perfino rassicurante, e con rapporti sociali rigidi.

Tu sei quello che nasci. Il tuo destino è già scritto, segnato, predisposto. La città, in quel momento storico, rappresenta invece un concentrato di libertarismo, l’uomo sceglie la responsabilità e il rischio di disegnare sulla mano la linea della sua fortuna. Sceglie di indossare l’identità che più gli assomiglia, quella che a torto o a ragione sente sua. Non è un viaggio semplice. Questo mercante con l’ansia della libertà è un pioniere che si muove in un mondo che gli è ostile. È un deviante, che rinnega i principi della Chiesa e del potere laico. È un nemico dell’ordine costituito. C’è in lui qualcosa di anarchico e di blasfemo, condito con una voracità e un’ambizione sovrumana. La sua filosofia di vita si può riassumere con un «siate affamati, siate folli».

È per questo che ogni volta che ti chiedono di parlare del web pensi a questo signore francese, patriarca della storiografia sul medio evo. Chissà cosa avrebbe pensato Pirenne della nascita della rete, dei social network, di questi orizzonti che all’improvviso diventano sempre più vasti e immateriali? Qualcosa che supera gli Stati tradizionali, con un sapere confuso e popolare che straborda dai canali della cultura e dell’informazione e si riversa in un metamondo dove il confine tra vero e falso, individuale e collettivo, copyright e open source è sottile, ambiguo e in continuo divenire. Le città medioevali non nascono da un’architettura razionale. Sono casuali, improvvisate, il flusso degli eventi dipende dalle relazioni tra gli individui, tra i gruppi di interesse e ogni scelta è gravida di conseguenze infinite, difficili da prevedere o ingabbiare.

La storia poi ci dirà che questo «stato nascente», questa situazione inebriante, durerà poco. I litigi tra le corporazioni e il potere soffocheranno in fretta la vocazione libertaria delle origini. A un certo punto per fuggire da una guerra tra bande e fazioni, una sorta di tutti contro tutti, i capibastone cittadini affideranno il loro destino a un signore, un podestà, qualcuno super partes, spesso un capitano di ventura straniero, come accadde a Pisa con Castruccio Castracani. A quel punto la città torna ad essere un’altra cosa. Quello che a Pirenne interesserebbe se si fosse trovato a fare i conti, come accade a noi da testimoni oculari, con social network, blog, motori di ricerca e roba simile sono i principi culturali di queste «nuove città», con le sue cattedrali e le sue università. È un mondo dove i vecchi «chierici», con la patente ufficiale in carta da bollo, smarriscono inesorabilmente il loro ruolo. Al loro posto ci sono soggetti che ai contemporanei appaiono più o meno come barbari, gente che sta rinnegando i pilastri della vecchia cultura.

Ma chiunque siano questi «mercanti» o «costruttori» per fare fortuna devono sviluppare gli stessi valori dei «marcatores» medioevali: coraggio, intraprendenza, individualismo, ansia di ricchezza e una ricca rete di rapporti e conoscenze. La forza delle città medioevale era la sua apertura, la condivisione si tramutava in potere. Ma quali erano i tesori dei mercanti? Qualcuno dirà che dovevano essere ricchi. Non del tutto. Serviva un capitale di partenza, magari da chiedere in prestito alle prime banche. Ma era una condizione necessaria, non sufficiente. I mercanti di successo dovevano essere lesti nell’intercettare le informazioni che vagavano in giro. Dovevano avere una rete di conoscenze e dei punti fermi dove approdare. Ma soprattutto dovevano fare i conti con l’etica. In un mondo malfidato come quello medioevale la buona reputazione era tutto. Il mercante era costretto a mostrarsi senza maschere, vero, affidabile.

Pensateci. Il web non cancella nulla. C’è una dittatura della memoria. Se dici cazzate prima o poi ti scoprono. Se il tuo profilo è falso prima o poi ti sgamano. Ogni tua azione, pensiero, parola, filmato che finisce in rete prima o poi rischia di saltare fuori. La verità è la virtù fondamentale di chi si muove sul metaverso. Il web non è né di destra né di sinistra, ma i suoi pionieri lo hanno attraversato con lo stessa filosofia libertaria e individualista dei mercatores. Quello che faranno, e stanno facendo, le masse è invece un’altra storia.

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