Il problema Israele

By Redazione

ottobre 20, 2011 politica

In un’intervista di qualche tempo fa, Massimo D’Alema raccontò di quando l’ex presidente Cossiga, irritato per le sue posizioni antisraeliane, scrisse un libello in difesa dello Stato ebraico, ne finanziò di tasca propria le stampa e mandò le migliaia di copie non in libreria, ma a casa del leader post comunista. D’Alema aggiunse divertito che alla vista degli scatoloni si trovò in difficoltà, poiché, sebbene a casa sua non ci fosse spazio dove metterli, non poteva certo buttare tutti quei libri con la stella di David in copertina nel cassonetto, altrimenti avrebbe alimentato il “mito” del suo presunto antisionismo. Rimane il dubbio su quale fine abbiano fatto quei libri, ma ci pare che la preoccupazione del “leader Maximo” sia infondata: buttarli non avrebbe cambiato d’una virgola l’idea che si ha delle sue posizioni in materia d’Israele. Posizioni che peraltro non ha alcuna intenzione di nascondere, ma al contrario rimarca e sottolinea ogni volta che può.

Stamattina, ad esempio, sul quotidiano “amico” l’Unità, i lettori del giornale fondato da Antonio Gramsci hanno trovato un’intervista nella quale D’Alema, partendo dalla liberazione del Sergente Gilad Shalit, fa il punto della situazione attuale del Medio Oriente e rilegge come premonitrice dei futuri sviluppi la propria esperienza da ministro degli Affari Esteri.

L’intervista l’abbiamo letta e riletta, ma di felicitazioni per la fine dell’agonia del giovane soldato israeliano (e con lei quella dell’intera società dello Stato israeliano) non c’è neppure l’ombra. C’è invece un ostentato piacere per quel “migliaio di palestinesi, gran parte dei quali non possono essere considerati dei terroristi” che lascerà le carceri israeliane in cambio di quell’unico giovanotto, rapito duemila giorni orsono all’interno dei confini del suo Paese. Non sappiamo quali siano le informazioni in mano al già Presidente del Consiglio che possano permettergli di affermare che “gran parte” degli scarcerati non debba essere definita come “terrorista”. Sappiamo invece che in Israele vige lo stato di diritto, e che molti dei palestinesi che lasceranno prossimamente la galera hanno le mani sporche di sangue e sono per nulla pentiti. A parte questo, le parole di D’Alema sono  la semplice ripetizione del già detto: trattare con Hamas è necessario per arrivare alla Pace, l’UE dovrebbe appoggiare Abu Mazen all’ONU, Israele non vuole fare la pace con la “moderata” ANP eccetera eccetera.

Fatta parte per le opinioni personali, non si trova una sola affermazione che sia supportata dalla realtà dei fatti: Hamas dice tutti i giorni che la pace con Israele non si può fare per il semplice fatto che Allah non lo vuole, sul Corano non c’è scritto, e anzi (è scritto sullo statuto del movimento) uccidere gli ebrei è giusto perché solo così verrà l’Ultimo giorno. Sul fatto poi che Israele non voglia la pace basti lo sforzo immane compiuto per la liberazione di Shalit contro la propria stessa sicurezza, o il discorso pronunciato alle Nazioni Unite da Netanyahu poche settimane fa, in cui rivolgeva alla controparte la supplica di riprendere subito i negoziati, senza ulteriori perdite di tempo e “face to face”.

Ma, lo abbiamo già detto, stupirsi per queste parole sarebbe sciocco. Le posizioni di D’Alema sono arcinote. Fu lui, da ministro degli Esteri, a passeggiare a braccetto con esponenti di Hezbollah durante una visita in Libano, meritandosi l’appellativo di “antisemita per scherzo” da parte di un Gad Lerner comunque comprensivo. Fu lui a chiedere di sdoganare Hamas a livello internazionale come controparte politica con cui intavolare le trattative, poiché “solo con il coinvolgimento di Hamas, vincolato naturalmente al rispetto della sicurezza d’Israele, si può raggiungere la pace”. In molti, a livello politico così come sulla stampa, gli hanno risposto che legittimare Hamas politicamente senza avere rassicurazioni sulla fine delle violenze terroristiche sarebbe stato immorale. Lui ha sempre risposto che il gruppo ha vinto le elezioni ed è stato democraticamente scelto dai palestinesi. Ci sarebbero poi il colpo di stato a Gaza e la pulizia politica della Striscia perpetrata attraverso l’uccisone sistematica dei membri di Fatah, ma devono essere elementi marginali nell’ottica dell’ex Presidente del Consiglio.

D’Alema non è un peones del Parlamento italiano, è uno dei grandi padri del Partito Democratico, per alcuni il manovratore dietro la segreteria di Pierluigi Bersani, e, non meno importante, l’uomo del dialogo con ogni altra forza politica (dall’Udc alla sinistra extraparlamentare, e persino con i berlusconiani). Insomma è un pezzo grosso del centrosinistra. La domanda che deriva da queste considerazioni è la seguente: quanto di quello che egli pensa e dice del conflitto Arabo-israeliano è condiviso dal suo partito? Ma anche e soprattutto: se il Pd dovesse andare al governo (e oramai pare una eventualità tutt’altro che improbabile) quale sarà la sua posizione nelle faccende mediorientali?

La risposta ala prima domanda è che, come su ogni altra questione possibile e immaginabile (primarie sì, primarie no; lettera Bce sì, lettera Bce no; apertura al centro sì, apertura al centro no; e così via pressoché all’infinito), il Partito Democratico non ha una linea ufficiale. Rispetto agli anni della Guerra fredda, il maggior partito della sinistra italiana ha decisamente mitigato le proprie velleità antisraeliane (così bene tratteggiate da Maurizio Molinari ne “La sinistra e gli ebrei italiani”, Corbaccio 1995). Paradossalmente, è proprio tra gli ex comunisti che le idee dalemiane sono in minoranza. Gli esempi di “amici di Israele” tra i reduci del Pci sono tanti ed illustri: dal Presidente della Repubblica Napolitano (che sconfessò lo stesso D’Alema su Hamas e richiamò l’attenzione sul montante antisemitismo di sinistra) a Peppino Caldarola, da Piero Fassino a Walter Veltroni, tutti sostenitori del “diritto all’autodifesa” dello Stato Ebraico. Pochi anni fa è pure rinata la storica associazione “Sinistra per Israele” (fondata all’indomani della Guerra dei sei giorni ma presto scomparsa), presieduta dall’antiberlusconiano Furio Colombo e animata dal quarantenne Emanuele Fiano, il cui scopo dichiarato è quello di “contrastare i pregiudizi antiisraeliani, antisionisti e talora perfino antisemiti che albergano anche in una parte consistente della sinistra italiana”.

Generalizzando, potremmo dire che l’ala riformista del PD sia sostanzialmente filoisraeliana. Ma, attenzione, non è una questione di correnti o di maggioranza e minoranza interne. Il “partito israeliano” conta appartenenti in tutte le fazioni, dai rottamatori (Renzi fra tutti) ai bersaniani moderati come Enrico Letta. Lo stesso discorso vale però per l’altro “partito”, quello “filopalestinese” o “antisraeliano”. Ad esclusione di D’Alema, l’esponente democratico di maggior rilievo che può esservi accostato è la Presidentessa del partito, Rosy Bindi; con lei una buona fetta dell’ex “sinistra DC”, compresi i membri dell’ “area Parisi” e l’ex portavoce di Romano Prodi (tra l’altro, pure lui di sentimenti “filopal”) Sandra Zampa.

Questo per quanto riguarda il partito Democratico. Ma come la pensano gli altri due partiti del “terzetto di Vasto”, la futura coalizione di governo del centrosinistra? L’Idv è ad oggi il partito presente in Parlamento con le posizioni più antipatizzanti nei confronti dello Stato ebraico: Di Pietro, che nella sua esperienza politica ha avuto qualche uscita antisemita di troppo, negli ultimi anni ha candidato nelle liste dell’Italia dei Valori fieri sostenitori della “causa palestinese” come Gianni Vattimo e Giulietto Chiesa, senza contare il maggior contendente del capo nel partito, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris. Al contrario, Nichi Vendola s’è distinto per una posizione moderata che ha fato storcere il naso ai militanti di Sel. In un comizio di due anni fa il Presidente della Regione Puglia stupì i presenti invitando a “comprendere” la paura degli israeliani di fronte agli intenti genocidi dei suoi avversari.

Aggiungiamo che il riposizionamento della sinistra sulla questione mediorientale può forse essere indicato come uno dei pochi successi realizzati dal berlusconismo: con il suo chiaro appoggio allo Stato ebraico fin dal 1994, il Premier compì una vera rivoluzione nella politica estera del Paese. Fino a quell’anno infatti l’Italia era stata il maggior Paese “filo-arabo” del mondo libero, grazie alla convergenza sul tema di Pci, Psi e Dc (sole eccezioni. i Radicali, i Repubblicani ed i Liberali). Sdoaganando il filoisraelismo Berlusconi ha costretto la sinistra a fare i conti con le proprie contraddizioni, ed i primi coraggiosi tra i Ds ad “uscire allo scoperto”, mostrandosi in questo decisamente più avanti rispetto all’intellighnezia leftist tuttora ancorata sulle posizioni dettate a suo tempo dall’Urss e confluite nella grande corrente del più becero terzomondismo. Detto ciò, solo il tempo ci dirà come si comporterebbe nei confronti di Israele un futuribile governo Pd-Idv-Sel. Probabilmente non potrà fare peggio del governo Prodi-Bis. A meno che D’Alema non sia Ministro degli Esteri, di nuovo.

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