I mille e un Gheddafi

By Redazione

ottobre 20, 2011 Esteri

E’ morto Muhammar Gheddafi. Ma si potrebbe anche titolare: “È morto il più grande azionista di Unicredit”. Occhiello: “Questo non è un periodo buono per Alessandro Profumo”. Oppure si potrebbe sottolineare che “Fiat e Juventus perdono l’imprenditore di riferimento”. O anche: “Il principale partner dell’Eni in Libia cade in guerra”.

L’elenco degli orfani economici e politici in Italia è lungo e trasversale. Facile ricordare le ultime sceneggiarte con le amazzoni e i guerrieri a cavallo nell’estate del 2010 a Roma con Berlusconi al Governo e il contestatissimo bacia mano. Che però è un rito suggerito anche da un proverbio Tuareg: “Bacia la mano che non puoi tagliare”. Ma in materia di amicizia e adulatori nei confronti del defunto rais libico non esiste in Italia nessuno, tranne i soliti radicali, che possa dichiarasi vergine. Se Berlusconi infatti ha avuto il torto di avere rappresentato “il canto del cigno” della pluridecennale vicenda tra l’Italia e Gheddafi, che dire di Prodi e D’Alema che già nella seconda metà degli anni ’90 lo avevano sdoganato anche per conto della seconda repubblica andandosi a  umiliare con ore di anticamera davanti alla sua tenda in Libia?

E come non ricordare l’amicizia con Giulio Andreotti e con Bettino Craxi che gli salvò persino la vita avvertendolo nel 1986 dell’imminente bombardamento ordinato da Ronald Reagan? Tutte cose che però scompaiono se si pensa all’amicizia che legò Gheddafi ad Andreotti e ai servizi di scurezza militare italiani, l’ex Sismi. Nel 1980 nessuno chiese conto a Gheddafi – e ora non potrà più farlo – per la tragedia di Ustica e per la strage di Bologna. Quest’ultima probabilmente collegata alle tensioni tra Libia e Malta e al tentativo di mediazione operato dall’Italia tramite il ministro Antonio Bisaglia, poi morto in maniera molto curiosa cadendo a mare durante una gita in barca. E seguito in fondo a un lago in circostanze misteriose dopo pochi anni anche dal fratello sacerdote.

Così come nessuno potrà chiedere a Gheddafi perché mandò a monte, insultando il Re saudita in diretta tv, la riunione della Lega Araba che nel febbraio 2003 doveva decidere quale paese si sarebbe accollato l’eventuale esilio di Saddam Hussein, di fatto determinando l’inizio della guerra con l’Iraq pochi giorni dopo. Così come verrà fatalmente dimenticata la storia raccontata nel 1997 in una memorabile seduta della commissione stragi di Giovanni Pellegrino, tuttora formalmente segretata. L’ormai defunto colonnello del Sismi Demetrio Cogliandro disse cose incredibili ai membri dell’organismo parlamentare. Ad esempio che sin dalla presa del potere nel 1969 Gheddafi era stato aiutato dai nostri 007 militari a scovare e uccidere i dissidenti libici residenti in Italia dopo la fuga dalle purghe del dittatore.

Si era arrivati a offrirgli un servizio di logistica omicida a domicilio: il Sismi scovava i dissidenti e  forniva foto e indirizzo ai killer venuti dalla Libia. Che si muovevano soprattutto a Roma meglio di quanto avrebbero potuto fare a Tripoli. E questo senza che nessun magistrato italiano si sia mai ricordato dell’obbligatorietà dell’azione penale per il reato di complicità in omicidio.

Certo era il Sismi di Santovito, quello della P2, era l’epoca delle mille trame e forse la procura di Roma in quel contesto neanche sapeva “a chi dare i resti”. Di fatto tutti questi scheletri rimarranno in armadi italiani mentre i protagonisti, quelli che sono ancora in vita, oggi forse rimpiangeranno “i bei tempi andati”.

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