Ambientalismo liberale? Yes we can

By Redazione

ottobre 20, 2011 politica

Deforestazione, inquinamento, nuovi modelli di mobilità. Negli ultimi anni i temi portanti di una società in piena evoluzione sono diventati ostaggio di questa o quella parte politica, spesso arroccata su posizioni retrograde e poco inclini al dialogo. L’ecologismo militante ha convinto poco e ha avuto ancora meno seguito. Oggi però, qualcuno si chiede se sia realizzabile un nuovo modello di tutela ambientale svincolato dall’ideologia e dai conservatorismi. Annalisa Chirico e l’associazione Libertiamo hanno elaborato un paper informativo su segreti e bugie del panorama ambientalista. “E’ possibile un ambientalismo liberale e progressista”, ci spiega in questa intervista l’esponente radicale che fornisce alcuni dettagli poco noti circa  Greenpeace e Wwf.

Fino ad oggi la battaglia ambientalista è stata declinata in politica secondo parametri ideologici. Possiamo addebitare a questi ultimi la debolezza del tema e la sua marginalità nel dibattito pubblico?

“Il tema dell’ambientalismo è rimasto chiuso in un recinto conservatore intriso di una retorica anti-capitalistica e profondamente ideologica. la critica è stata relegata nell’ambito di una sinistra fortemente minoritaria e antimercatista, quindi non riformatrice. Tutto ciò ha determinato l’emarginazione di tali tematiche proprio perché figlie di una mera critica al sistema senza istanze pragmatiche. Penso sia arrivato il momento di rompere con le vecchie ideologie, con i pregiudizi, e affrontare le grandi questioni ambientali: dalle risorse naturali al cambiamento climatico, passando per inquinamento, traffico e nuova mobilità”.

Voi come vi siete mossi?

“Con Libertiamo (associazione presieduta da Benedetto Della Vedova n.d.r.) abbiamo voluto aprire una breccia partendo da una campagna in particolare, quella dell’FSC. per dire che non esiste trade off, per lungo tempo impostoci nell’immaginario collettivo, tra cura dell’ambiente e crescita economica. Non è vero che crescita e sostenibilità non possano conciliarsi: il mercato e la scienza possono funzionare anche per l’ambiente in un’ottica liberale e riformatrice. Dobbiamo però scrollarci di dosso temi ideologici d’altri tempi, immaginare città che cambiano dove si possano sperimentare nuovi metodi di mobilità verde e sostenibile senza infrangere il diritto di chi preferisce muoversi con la propria automobile”.

Parlaci di questo FSC nel contesto della vostra iniziativa.

“L’FSC, Forest Stewardship Council, è un marchio di ecosostenibilità che dovrebbe connotare i prodotti ‘a basso tasso di deforestazione’. Le imprese che scelgono di dotarsi di questo marchio rispondono a determinati standard circa l’uso del legno, inquinamento dei loro stabilimenti, i limiti alla deforestazione e così via. Ma l’esperienza dell’FSC dimostra che ci sono parecchi miti da sfatare. Come noi abbiamo svelato, dati alla mano, non è vero che i materiali non FSC siano più inquinanti o favoriscano la deforestazione. D’altra parte le relazioni finanziarie tra l’ente (FSC) e le organizzazioni che ne promuovono la diffusione (Greenpeace e WWf) sono tutt’altro che trasparenti. E’ infatti ipotizzabile un trasferimento di liquidità nei confronti delle suddette Ong interessate nella promozione dell’FSC. Detto questo, i marchi di sostenibilità ambientale dovrebbero esser lasciati all’impegno volontaristico delle imprese anche perché le Ong con la loro attività di lobbying nei paesi occidentali vogliono imporre il marchio a colpi di leggi e regolamenti. Come se non bastasse, ci sono anche importanti riflessi circa il rapporto con i paesi in via di sviluppo”.

Quali?

“Di fatto il marchio FSC penalizza tali paesi ed è diventato uno strumento con cui gli stati occidentali perseguono una politica protezionista. L’imposizione di questi standard, che fino a 10 anni fa non erano raggiungibili neanche per le imprese occidentali, tagliano fuori dal mercato le imprese del Sud-est asiatico che non possono ottenere questo marchio. Gli effetti sono deleteri perché comportano la chiusura di imprese, la riduzione dell’occupazione nonché effetti negativi per i consumatori, costretti a pagare fino al 25% in più per i prodotti FSC”.

C’è spazio per un ambientalismo liberale?

“Assolutamente sì, ma deve partire dalle forze riformatrici. La battaglia non è nè di destra nè di sinistra perché parliamo di questioni dell’oggi e del domani che segnano l’evoluzione del rapporto tra industria e ambiente. Gli spazi ci sono ma bisogna sfatare alcuni miti come il pregiudizio antimercatista. Bisognerebbe inoltre concepire mercato e scienza come ancelle nella lotta per la tutela dell’ambiente e ripensare agli ogm. Anziché fare la classica litania contro le multinazionali o scadere nella solita diffidenza fondata sulle superstizioni antiscientifiche, si potrebbe invece analizzare il fatto che gli ogm servono come strumento per i paesi in via di sviluppo e a tutela dell’ambiente. Occorre dunque ribaltare il paradigma del ‘tutto ciò che è naturale è buono’. Solo da qui si può partire per pensare ad una piattaforma di un ambientalismo liberale e riformatore all’insegna di un ragionevole pragmatismo”.

Non saranno idee un po’ utopiche per l’Italia, in cui è l’intransigenza dei Verdi a farla da padrona?

“Credo che i Verdi abbiano dato prova di analfabetismo liberale e riformatore in occasione dei referendum di giugno. Far passare l’idea che l’acqua ‘bene pubblico’ significava lasciarla in mano al potere politico per il socialismo municipale è stata la prova di una campagna che in realtà incentivava l’arbitrio del potere politico e lo sperpero di un bene primario. Le idee e i falsi miti di cui parlo sono predominanti negli schemi dei Verdi italiani che non sono stati in grado di proporre soluzioni ragionevoli e riformatrici. I nostri Verdi si sono ritagliati un loro recinto di rendita nel campo della sinistra italiana e hanno condotto male la battaglia ambientalista riducendola a quattro gatti, non riuscendo a cambiare innanzitutto se stessi”.

I tagli al ministero dell’Ambiente e le scaramucce Prestigiacomo-Tremonti. In ballo c’è la questione dei rischi legati al dissesto idrogeologico. Tu come la vedi?

“Oggi l’emergenza primaria è proprio quella del dissesto idrogeologico e dovrebbe preoccupare tutti. Capisco la di crisi e la necessità dei tagli nel momento in cui il paese rischia il default ma il dissesto idrogeologico, con il rischio di frane e alluvioni che porta con sè, riguarda l’intero paese e i dati di Legambiente sul tema sono davvero inquietanti. E’ un problema che certamente richiede maggiore attenzione da parte del Governo”.

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