Quote papà

By Redazione

ottobre 19, 2011 politica

Vi ricordate il coro di plauso bipartisan attorno alla legge sulle quota rosa? Un quinto di donne a partire dal 2012, un terzo dal 2015 nei cda delle società quotate e a partecipazione pubblica. “Una decisione storica”, il commento euforico del Ministro Mara Carfagna. “Un passo in avanti sulla strada della valorizzazione del talento e delle energie femminili”, così sentenziò lei che di talento s’intende. Oggi si spinge a dire che la legge comincerebbe a produrre i suoi effetti perché “da gennaio sono entrate 24 donne con ottimi curricula”.

Che siano entrate, ne sono sicura. E altre ne entreranno. Il Ministro trascura però i risultati di una ricerca Consob fresca di pubblicazione. Francesco Manacorda ne dà notizia su La Stampa.
La ricerca mostra che esiste una relazione, tutta italiana, tra la presenza delle donne nei cda delle società quotate in borsa e la qualità della governance. Una relazione inversamente proporzionale. Sobbalzeranno le paladine della “parità”, ma i numeri sono numeri. “Il numero di riunioni del consiglio d’amministrazione e la presenza media ai consigli – ritenuti comunemente indicatori di una buona governance – sono più bassi nelle società in cui almeno una donna siede nel cda”. La gestione rosa invece non avrebbe ripercussioni, né in meglio né in peggio, sulla performance del titolo e la sua volatilità.

Ora vi chiederete come sia possibile un tale risultato. Secondo le autrici dello studio l’effetto negativo della presenza femminile è legato principalmente all’affiliazione familiare, ovvero al moderno privilegio dinastico. Dei 173 posti di consigliere di rosa bordate ben 94 (oltre la metà) sono occupati da donne che appartengono – guardate un po’ – alla famiglia azionista di riferimento o di controllo della società. Dove c’è almeno un consigliere donna il cda si riunisce circa undici volte l’anno. Se il consigliere donna appartiene alla famiglia che controlla l’azienda, il numero di convocazioni si abbassa a otto volte l’anno. Le ragioni serve spiegarle?

Ora non vorrete mica peccare d’impopolarità? Non intenderete certo dissociarvi dal coro bipartisan pro quote, vero? Essere contro le quote è politicamente scorretto. Me ne assumo io la responsabilità, non temete. Giusto per dirvi che quella legge andrà a regime dal prossimo anno, eppure nel sistema italiano intriso di capitalismo familiare o, se preferite, “familismo amorale”,  il risultato è presto detto. La cristallizzazione per legge di quel pantano antimeritocratico, dove imperante è la logica della cooptazione. Pantano nel quale i “senza padrini” cercano di farsi strada come meglio possono. Cosa non facile, ma certo possibile.

Che poi non ho mai capito perché una donna dovrebbe accontentarsi della “parità”. Si può ambire più in alto. Forse è il modo migliore per non intaccare la sovranità, quella maschile, un tempo patriarcale, poi padronale, oggi manageriale. Le discriminazioni esistono, chi le nega?  Ma “quotizzare” significa istituzionalizzarle in barba al moderno concetto di cittadinanza. Per non parlare poi dell’intrusiva pretesa “pubblica” di interferire con decisioni eminentemente aziendali, che non competono allo stato. Assegnare diritti a una persona in base al genere, alla razza o al colore della pelle, sa di ghettizzante. Il marchio rimarca le differenze, non le assottiglia. In ultimo, non rende giustizia alle donne. Al contrario, le umilia. Ci umilia. Ma la Carfagna non si convince. E dire che lei anche senza quote ce l’ha fatta.

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