Festa In Israele… e a Gaza

By Redazione

ottobre 19, 2011 Esteri

Gilad Shalit è tornato libero. Dopo più di duemila giorni di segregazione a Gaza in qualche cunicolo dove l’anonima sequestri che fa capo ai terroristi di Hamas lo aveva relegato, e dopo una guerra scatenata per la sua liberazione nel gennaio 2009, ieri per Israele è alfine giunto  uno dei giorni più belli degli ultimi cinque anni e rotti. Su facebook in Israele già dalle prime ore della mattinata si rilanciavano le notizie dei siti arabi e israeliani che parlavano di scambio ormai fatto e di una macchina bianca che aveva trasportato il giovane caporale, rapito all’interno del confine di Israele con Gaza  nel giugno del 2006 (poco prima dell’inizio della guerra in Libano) in territorio egiziano. Contemporaneamente una carovana di  “hafila”, cioè corriere, con scritte israeliane trasferiva la prima tranche dei primi 477 terroristi del movimento guerrigliero fondamentalista islamico verso Gaza. Molti di loro intervistati da “al Arabyya”, rivolgevano il proprio pensiero ai loro compagni ancora detenuti e auspicavano un proseguimento della lotta armata.

Invece le prime parole di Gilad Shalit davanti alla tv egiziana erano di pace e di comprensione per le famiglie dei prigionieri scambiati con la sua vita: “speriamo che abbandonino la lotta armata”. A Roma alle 14 il sindaco Gianni Alemanno toglieva dopo più di quattro anni la gigantografia del caporal maggiore che da un anno dopo il suo sequestro stazionava dietro la statua di Marco Aurelio a mo’ di auspicio per una fine incruenta della vicenda. Il tutto davanti a una commossa delegazione della comunità ebraica romana. E con il senno di poi, si può dire che questa cosa ha portato bene.

Anche se in questo momento il pensiero va agli altri due soldati rapiti quasi in contemporanea con Shalit dagli hezbollah all’interno del confine israeliano con il Libano: loro sono tornati morti a casa. Eldad Regev e Ehud Goldwasser non hanno avuto la fortuna toccata in sorte a Gilad, se di fortuna si può parlare. A Roma nella Camera dei deputati a dare la notizia a chi era presente in quel momento è stata Fiamma Nirenstein, deputata del Pdl e cittadina anche israeliana oltre che italiana, visibilmente commossa, nei giorni scorsi aveva appena concluso il rapporto sull’anti semitismo in Italia chiudendo i lavori del comitato interparlamentare da lei stessa presieduto.

Nel resto del mondo questa cosa, dal lato del bicchiere mezzo pieno, viene vissuta come una vittoria del premier Benjamin Nethanyahu, il primo ad abbracciare uno Shalit molto dimagrito e visibilmente malandato, all’arrivo in patria. “Benevenuto in Israele”, è stata la frase consegnata alla storia. Ai due anziani genitori, presi in giro crudelmente da Hamas con un cartoon diffuso mesi addietro su you tube in cui si faceva vedere il padre di Gilad ormai vecchio e stanco e abbandonato da tutti ancora in attesa del ritorno del figlio, Nethanyahu ha detto: “vi ho riportato a casa Gilad”. Su internet gli amici di Israele e gli ebrei di tutto il mondo che da tempo avevano messo il pic badge con la faccia di Gilad nel proprio profilo hanno festeggiato con semplici frasi come “anahnu ohevim otcha Gilad, ben shelanu”. Ovvero: “noi ti amiamo Gilad figlio nostro”.

Ma finita l’enorme onda emotiva, comunque la si pensi su questa trattativa che porterà in libertà 1027 terroristi islamici, alcuni dei quali autori o organizzatori dei più efferati attentati a inermi civili in Israele, va visto anche il bicchiere mezzo vuoto della situazione: ovverosia la vittoria diplomatica di Hamas che di fatto soppianta l’Anp per le future trattative di pace. Anzi gli analisti concordano nel fatto che l’ordine di liberare Shalit sia venuto dalla Siria, o dal Libano o da dovunque si trovi, proprio da Khaled Meshaal, il capo di tutti i terroristi di Gaza. Il quale approfittando del mezzo autogol di Abu Mazen con questa storia del riconoscimento virtuale dello stato palestinese all’Onu, poi abortito tra polemiche a non finire, avrebbe dato il via alla mossa a sorpresa di giocare la carta Shalit per portare a casa più di mille guerriglieri e guadagnarsi la rielezione del direttivo di Hamas alle prossime eventuali elezioni nei territori palestinesi. Tanto che ieri “Voice of the copts”, bollettino della perseguitata comunità cristiano copta in Egitto, già rivelava di nuove tensioni con l’Anp dovute al fatto che tra i mille terroristi liberati non ce ne sarebbe neanche uno di Fatah.

Ovviamente Nethanyahu ha fatto capire che la lotta al terrore continuerà e tra i liberati di oggi molti potrebbero avere un destino di bersagli mobili qualora riprendessero le ostilità contro Israele. Frattini, Sarkozy, la Merkel e altri politicanti europei si auspicano che questo scambio di prigionieri possa riattivare il processo di pace tra israeliani e palestinesi. Ma quella che appare all’orizzonte è una possibile recrudescenza della cosiddetta “intrafada”, ossia la guerra civile strisciante che dal 2006 ha insanguinato Gaza e la West Bank provocando in scontri tra palestinesi molti più morti di quelli che ci sono stati in anni di confrontation tra l’esercito israeliano e i guerriglieri armati delle varie fazioni in lotta.

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