Berlusconi pensa alla patta

By Redazione

ottobre 19, 2011 politica

«La nostra è una democrazia bloccata». Parola di Antonio Polito, ex direttore del Riformista ed editorialista di punta del Corriere della Sera. Che glissa sull’identità del “mandante del pezzo di Giavazzi che attacca Confindustria”, uscito sulla prima pagina di via Solferino tre giorni fa. Ma che in compenso offre un quadro lucido e ficcante di quello che definisce «il meccanismo della politica». Merito dell’allegra “utilitaria da guerra” di Claudio Velardi, Reti, che ha il pregio di riunire periodicamente attorno ad un caffè un po’ di amici. A discutere di quello che è stato, che è e – e qui ci incuriosiamo – che sarà il panorama socio-politico italiano e non.

«Sono dieci mesi che siamo di fronte ad una crisi virtuale di governo, che non sfocia però in una crisi politica e parlamentare», osserva senza mezzi termini Polito. Una situazione che viene sancita da osservatori esterni, ma anche implicitamente ammessa da ampi settori della maggioranza. Paradossalmente, la situazione parlamentare è tuttavia «stabile, con un governo che ottiene sistematicamente la fiducia ogni volta che la chiede». Di qui il blocco del meccanismo democratico di cui si diceva. «La Seconda Repubblica nasceva proprio per garantire un’alternanza» che fosse pacifica e serena. Il non essere riuscito a garantirla è il sostanziale fallimento del sistema istituzionale degli ultimi anni. Qualcuno dice che il colpo di spugna del ’93/’94 sia replicabile: sbloccare la situazione attraverso un’entrata a gamba tesa di un potere privo di legittimazione politica. «Un potere dello Stato – per così dire – burocratico. La magistratura, dunque». Uno schema che a Polito non convince, proprio alla luce della fallita «decapitazione politica» di vent’anni fa.

Che ha portato allo stallo di oggi, dipinto dalla vivacità di una metafora «È come quando, giocando a scacchi, un giocatore in difficoltà decide di non fare nulla, non ha nessuna mossa da fare». Una strategia difensiva di successo, se ti trovi senza null’altro da poter fare. «Berlusconi può uscire dalla situazione con una patta», laddove il pareggio equivale alla sopravvivenza del suo esecutivo fino alla fine della legislatura.

È stato il 15 ottobre a rinforzare le schiere degli alfieri del Cavaliere. «Dopo dieci mesi di tale spiegamento di forze politiche e sociali che provano a far cadere il governo senza riuscirci, si rischia l’effetto rinculo. La manifestazione dell’altro giorno per il centrosinistra è un boomerang indiretto. Ferma l’onda montante di disapprovazione nei confronti dell’esecutivo». Un mattoncino che si accumula ad altri elementi che portano a veder allontanarsi le elezioni anticipate. «Non vedo quale possa essere l’elemento scatenante. Mi sembra improbabile il golpe interno al centrodestra, così come una mobilitazione civile tale da portare il governo a dimettersi».

Ma c’è un’eccezione: «Il referendum elettorale. Sempre che la Consulta lo accetti, e penso che dovrebbe non farlo. E sempre che Berlusconi non lo cavalchi». E che, dunque, non esca sconfitto da una battaglia, imposta dal voto popolare, che potrebbe destabilizzarlo «definitivamente».

Ad ogni modo, «il vero dubbio è su quello che avverrà quando si concluderà l’esperienza di questa legislatura». L’unica certezza è che auspicare come risolutrice una mossa alla Zapatero – con un premier che annuncia le dimissioni prima della scadenza del proprio mandato e apre ad una transizione indolore – è superficiale: «In Spagna il quadro è chiaro, si sono fatte cose concrete, i partiti sono riconosciuti e consolidati. Si sa perfino chi vincerà, e che governerà da solo». Da noi, al contrario, «non si sa nemmeno quanti schieramenti si presenteranno, se due, quattro o addirittura cinque». E andare al voto con il Porcellum in un quadro multipolare, rischierebbe storture pericolose dal punto di vista democratico, prefigurando «il 55% dei seggi a coalizioni che potrebbero ottenere anche solo il 25% o il 26%». «Flebilissima» l’ipotesi di Santa Alleanza, come anche «estremamente incerte» le possibili politiche che adotterebbe un governo di segno opposto a quello in carica. Un problema diffuso. «Era il premier lussemburghese Junker che alla fine di un vertice europeo disse che erano tutti d’accordo sulle misure per affrontare la crisi, l’unica cosa che non sapevano era come vincere le elezioni dopo».

Occorre dunque lavorare perché i governi «abbiano una durata in salute che sia almeno pari a quella della legislatura». Nella mancanza di rinnovamento di questi elementi della convivenza politica e istituzionale si annida il vero fallimento di Berlusconi. «Ma in Italia, oggi, che senso ha una formazione politica, una leadership, se non nasce e vive per rinnovare e riformare?». Per di più in un momento in cui l’esistente sta andando in briciole: «Il cavaliere non ha avuto la forza di scommettere sulla propria capacità di riformare». Anzi, nella sua coalizione c’è anche chi l’ha irrisa «e penso al populismo di Tremonti».

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