Io c’ ero. Con casco e cappuccio

By Redazione

ottobre 18, 2011 politica

Io c’ero. Sì, anche al derby. Ma qui sto parlando del corteo del 15 ottobre. C’ero, per strada. C’ero, in Piazza San Giovanni. Vestito completamente di nero: jeans neri, t-shirt nera, felpa nera, casco nero. Sembro una cosa nulla, un punto nero che cammina, invece sono in qualche modo trendy in mezzo a questi duecento ragazzi. Uno parte su via Cavour e dietro subito altri tre-quattro, alcool e petardi, accendini: una macchina va a fuoco. E poi ancora un’altra e un’altra ancora. Fanno piccoli blitz e poi si ributtano nelle vie laterali o si disperdono nel corteo. Piccoli manipoli. I manifestanti pacifici si indignano pure contro di loro: gli dicono di andarsene, volano spintoni, insulti, bestemmie. Un signore di quasi terza età li apostrofa: viene allontanato con modi violenti. Dopo un po’ si rimettono in formazione. Viaggiano in piccole linee, fanno elastico tra dentro e fuori il corteo. Sfruttano il serpente umano per nascondersi, ma basta un cenno di uno e altri dietro a ruota. Ai Fori Imperiali invece la situazione diventa più chiara: i ragazzi in scuro si mettono in file più grosse. Circa 15 persone per fila per 10 file: li conti e arrivi facilmente a 150, e non c’è un blocchetto solo. Spesso chiudono a cordone pezzi del serpentone, spesso sembrano essere collocati a caso. Di certo è che camminano tutti insieme e si danno il passo come la polizia.

Tutti hanno il casco e tengono in mano delle aste che servono per tenere unito il cordone, ma ad uno sguardo approfondito non promettono bene. Molti hanno legate sulla cinta delle piccole mazzette di legno, simili a dei manganelli, un po’ più corti ma più spessi. In pratica, un reparto della celere con tanto di divise uguali, l’unica differenza è l’assenza di qualunque distintivo. In via Labicana, sfruttando il rettilineo, iniziano corse sfrenate: a fuoco altre sei-sette automobili, uno stabile, una banca, un’agenzia per il lavoro interinale. La Polizia e i Carabinieri per la prima volta reagiscono e vanno a contatto: il blocco in nero mette di traverso tutti i cassonetti possibili e li incendia. È difficile per le forze dell’ordine venire in avanti, i facinorosi si sono ridivisi in piccoli gruppi e sembrano aumentare, arrivano da tutte le direzioni. Per i reparti della celere l’unica soluzione è rimanere in formazione e rinculare verso via Merulana e San Giovanni. Il corteo non ha più un percorso e non è più un corteo: scompaiono gli striscioni e le bandiere, rimangono solo gruppi di persone. Molti girano a destra in via Merulana, con l’obiettivo di entrare dal lato della Basilica; altri proseguono lungo fino all’incrocio con Viale Manzoni. Da quel momento in poi le forze dell’ordine scelgono di rimanere in San Giovanni, effettuano cariche di alleggerimento, ricacciano la gente dalla Piazza verso Via Labicana.

L’aria è piena di lacrimogeni e la strada si cosparge di limoni: tutti li usano sotto gli occhi e sul naso dato che “asciugano” per qualche minuto l’effetto urticante dei gas sparati dalla Polizia. Mi fermo a guardare bene chi sta facendo gli scontri: ci sono tanti bardati e vestiti di nero, ma ce ne sono anche moltissimi meno bardati e più colorati. La maggior parte di loro vuole solo continuare la marcia, ma si trova costretta all’autodifesa. Che siano di nero vestiti o meno, due terzi sono giovanissimi: minorenni alla soglia dei 18 anni, qualche universitario, quasi tutti sui ventuno-ventidue anni. Entro anche io in San Giovanni da Via Merulana: è il caos. Carabinieri e Polizia sembrano lasciati in mezzo come agnelli sacrificali, e vengono circondati da quasi ovunque. La battaglia si sposta sul prato della Basilica, quello su cui si è soliti assistere al concerto del Primo maggio. Non si capisce bene cosa accada: i reparti della Polizia partono dal prato e cercano di addossare i manifestanti sulla Basilica; ma altri arrivano da via Emanuele Filiberto dopo aver passato l’incrocio con Viale Manzoni. Le forze dell’ordine a piedi non bastano più e partono i blindati: qui si rischia davvero, i mezzi corrono in mezzo alla folla, rischiano di falciare senza logica sia i manifestanti che gli agenti stessi. Arrivano gli idranti della Polizia, mi bagno anche io, ma fortunatamente è un pomeriggio caldo per essere metà ottobre. Dopo l’acqua ancora fuoco: una camionetta si blocca mentre fa lo slalom nella piazza, viene circondata dai manifestanti, sembrano le api col miele. Scruto gli occhi di chi lancia sampietrini o stacca i segnali stradali da terra per tirarli; cerco di capire chi siano questi che danno fuoco ai cassonetti come fossero sigarette.

Vedo ancora giovanissimi. Un uso della violenza così gratuita non l’ho vista mai: non c’era a Genova, dove i manifestanti erano mediamente più anziani e più inquadrati dentro organizzazioni ben riconoscibili. Qui a San Giovanni invece non ci sono né partiti né altre associazioni: solo un mucchio di persone pronte a mettere a ferro e fuoco la città. Parlavo di un uso della violenza nuovo, perché questa viene vista come una delle normali “armi” dell’agone politico. In questi giovani c’è la consapevolezza di non poter trovare interlocutori pronti e collegati con la realtà: “il governo è andato a mignotte in tutti i sensi” mi dice un sedicenne di un collettivo di liceo, dimostrando una capacità di sintesi che in pochi possiedono; nei partiti questi ragazzi qui non ci sono mai entrati e non hanno nessuna voglia di entrarci. Li vedono distanti, inutili, ostili, puzzolenti, vecchi, disonesti.

A molti piace Grillo, qualcuno si rifugia in Di Pietro dimenticando che un ex servitore della Giustizia come lui difficilmente può essere un paladino dell'”anti-sistema”, Vendola viene apprezzato solo perché sembra “qualcosa di nuovo e di sinistra”. In realtà la stragrande maggioranza dei ragazzi si sente periferica ed esclusa da qualunque discorso, molti non hanno neanche un’idea politica delineata, alcuni, per frasario e look, sembrano provenire da ambienti di destra o vicini allo stadio. Se l’antipolitica ha fatto delle vittime, queste sembrano incarnarsi proprio nei dimostranti più giovani. C’è la coscienza di avere un futuro nero, proprio come i vestiti che portano; molti di loro sanno che probabilmente dovranno rinunciare agli agi che le proprie famiglie gli hanno messo a disposizione: per assurdo, si era più ricchi non lavorando durante le scuole che nel giorno dell’ingresso nel mercato del lavoro. Sanno che si dimenticheranno delle vacanze al mare in Grecia o della seconda casa. E’ strano, perché molti di loro lottano per la perdita dello status quo, uno status quo di benessere, non eccessivo o di lusso, ma sempre un benessere. Molti vengono da famiglie che stanno in piedi felicemente da più di 20 anni e hanno lo sconforto che difficilmente riusciranno a replicare ciò che i propri genitori hanno fatto.

Uno di loro, ventuno anni, universitario da quasi due, mi dice: “I miei a 27-28 anni erano sposati e avevano già concluso qualcosa. Lavoravano e si pagavano il mutuo. Mia madre era incinta di me. Io non so se riuscirò in un progetto tanto ardito”. Appare quindi ardito metter su famiglia, alla faccia delle politiche per sostenerla. La rivoluzione di questi ragazzi passa per una normalità, se vogliamo anche conservatrice, a volte sconcertante. E’ materialismo allo stato basico, è la rivendicazione di diritti minimi: sembra di essere tornati ai fondamenti del marxismo. Il vero problema è il nichilismo non solo come atteggiamento ma come obiettivo. Nel deserto del nulla, il nulla diventa una cosa da seguire, almeno lì non si hanno delusioni. A lezione di Scienza della Politica ci hanno insegnato che ci sono due modi per manifestare il proprio dissenso verso la politica stessa: voice, cioè la protesta in tutte le sue forme e exit, cioè quel processo definitivo mediante cui ci si ritira dall’agone politico e si decide di non parteciparne più. Questi manifestanti del 15 ottobre, il blocco nichilista più che il blocco nero, sono riusciti in una tragica sintesi: voice e exit coincidono, sono un unico processo, un ultimo appiglio, le ultime grida prima di andarsene. Come a voler dire: ci avete fatto fuori e lo abbiamo capito, ma prima di andarcene queste verità ve la tiriamo in faccia. Come fossero sampietrini.

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