Abbronzatissimi

By Redazione

ottobre 17, 2011 Esteri

Pubblichiamo la traduzione integrale dell’articolo di Jat Cost, “Morning Jay: Why Herman Cain Could Be a Game Changer“, tratto da Weekly Standard del 30 settembre scorso

Dopo la performance positiva nel dibattito della scorsa settimana, Herman Cain ha stupito tutti passando in testa ai sondaggi pre-elettorali in Florida. Questa settimana vede i frutti di quei sondaggi, e ora le persone capaci iniziano a prenderlo sul serio. È decisamente ora di imparare a conoscere meglio questo Cain, la cui scalata (alle primarie Repubblicane, n.d.r.) sembra ora piuttosto credibile.

All’inizio di questa settimana, Herman Cain ha dichiarato di poter ottenere circa un terzo del voto nero. Possibile? E qualora lo fosse, che significato avrebbe per repubblicani e afroamericani?

Anche una variazione del 10% tra gli afroamericani avrebbe conseguenze enormi per il GOP. Se George W. Bush avesse ottenuto il 20% del voto nero nel 2000 e nel 2004, avrebbe superato Al Gore di circa un punto e mezzo (invece di perdere per mezzo punto) e avrebbe battuto John Kerry per 4 punti (invece di vincere per 2). Se McCain avesse avuto questo successo tra gli afroamericani, i 7 punti che determinarono la vittoria di Obama si sarebbero dimezzati.

Il problema è che ai leader politici repubblicani questo non interessa molto. Da quanto il partito democratico si è spostato con decisione a sinistra negli anni 60, i quadri del Gop hanno pensato di poter ottenere la maggioranza puntando quasi interamente sull’elettorato bianco. Stesso discorso vale per la maggioranza in Senato e, grazie agli emendamenti al Voting Rights Act del 1982 (che ha disposto la creazione di distretti a maggioranza e a minoranza), per la maggioranza alla Camera. Per questo i leader del partito repubblicano non cercano più seriamente di conquistare il voto nero, e questo è il principale motivo per cui Stati come Illinois e New York non sono più a portata di mano.

L’assenza di competizione per il voto nero nel Gop, ha permesso alla sinistra di fare la più bieca demagogia sul Partito repubblicano all’interno della comunità nera, di fronte alla quale gli stessi repubblicani non hanno reagito in modo significativo. Si consideri, ad esempio, un commento di Melissa Harris-Perry, ripreso da più parti, per il quale il partito repubblicano non sarebbe il “partito dei diritti civili”. Si sente spesso dire che il Gop rappresenta oggi poco più che una forma grossolana e riflessiva di goldwaterismo. Questo non è assolutamente vero. Ma dov’è la reazione repubblicana? Se, ad esempio, i democratici tentassero di calunniare il Gop sul versante cattolico, vedremmo l’establishment repubblicano smuovere mari e monti per controbattere a questa infamante accusa. Ma dal momento che il voto nero è fuori portata, si finisce per avallare questa spudorata bugia.

Questo è terribile per il conservatorismo degli elettori, e vale la pena tenere a mente che gli obbiettivi dell’establishment sono sostanzialmente diversi da quelli della base. L’establishment vuole vincere le elezioni, la base spinge per un allargamento di vedute, per stimolare un processo inclusivo sempre più forte. Nella maggior parte dei casi, questi due interessi sono compatibili, ma non questa volta. È molto difficile fare qualsiasi cosa quando non riesci a portare a casa più del 51% dei voti – che è stato il tetto massimo ottenuto dal GOP per le presidenziali e per il Congresso negli ultimi 20 anni.

E Cain ha ragione. C’è spazio per i repubblicani nell’elettorato afroamericano, almeno in teoria. La schiacciante maggioranza dei conservatori bianchi vota per i repubblicani, ma lo stesso non vale per i conservatori neri. Secondo l’American National Election Study, John Kerry ha ottenuto circa il 90% del voto dei conservatori neri. Secondo lo studio, solitamente il voto dei banchi moderati si divide in due, ma il voto dei neri moderati no. Di nuovo, Kerry ne prese più del 90%. Lasciando alla demagogia di sinistra la completa libertà di screditare il conservatorismo repubblicano agli occhi della comunità nera, il partito ha di fatto perso i neri conservatori e moderati, che invece potrebbero sostenere il Gop. Sotto un altro punto di vista, questo contribuisce ad impedire le grandi rivoluzioni politiche che nel Gop non si vedono da un’intera generazione.

Direi che, per diversi aspetti, questa situazione è negativa anche per gli afroamericani, perché limita il loro potere elettorale. Come lo scienziato politico E. E. Schattscheider ha scritto: “I partiti politici hanno creato la democrazia (…) e la democrazia moderna è impensabile al di fuori di un sistema partitico. Di fatto, la condizione in cui versano i partiti è rivelatrice della natura di un regime”.  Sfortunatamente, gli afroamericani non hanno il privilegio di avere due partiti che si contendono il loro voto e, di conseguenza, non trovano adeguata risposta ai loro interessi, dal momento che l’unica chance che hanno di far contare i loro numeri è tramite il partito democratico, più precisamente tramite il Congressional Black Caucus (Cbc). Poiché il Cbc, qualche tempo fa, prese la decisione di unirsi all’alleanza liberal-laburista, molti temi cari ai neri vengono oggi ampiamente trascurati.

Ad esempio, poter scegliersi la scuola equivarrebbe sostanzialmente ad un trasferimento di risorse verso le famiglie nere più povere, che potrebbero essere le principali beneficiarie del programma. Ad ogni modo, la National Education Association e l’American Federation of Teachers ci perderebbero, ed è quindi un argomento morto tra le fila dei democratici.

In più, le politiche liberali per l’immigrazione non urtano i bianchi scolarizzati, la cui preparazione culturale li preserva naturalmente dalla competizione con la maggior parte degli immigrati. Anzi, i bianchi con i redditi più alti accolgono di buon grado queste politiche, dal momento che un surplus di lavoratori dà modo alle imprese di contenere i costi, e dunque i prezzi. Al contrario, i lavoratori afroamericani, che si trovano spesso in competizione con gli immigrati, ne sarebbero danneggiati. Ma democratici in sostanza ne trarrebbero vantaggio, in virtù dell’aumento di nuovi immigrati con diritto di voto, e perciò sono instancabili sostenitori di politiche molto liberali in materia.

E poi ovviamente ci sono le questioni culturali. Fra tutte, l’aborto. Pesiamo un momento alla dichiarazione  rivelatrice dell’ex deputato Louis Stokes, che ha rappresentato un distretto a maggioranza nera a Cleveland per trent’anni (tratto da Going Home, di Richard F. Fenno):

“Sull’aborto, posso prendere la posizione più estrema e i miei elettori (neri) non direbbero nulla. So che nelle chiese ci sono neri che non sono d’accordo con me sull’aborto praticato oltre il termine massimo. Eppure non mi criticano, perché sanno che li sto sostenendo su tutto il resto”.

I bianchi pro-life non hanno bisogno di scendere a questo tipo di compromessi, perché i due partiti si contendono attivamente il loro sostegno. Se un repubblicano in South Dakota ottenesse un 5% dal National Right to Life Committee (che è quanto Stokes portò a casa al 105esimo Congresso), puoi scommettere il tuo ultimo dollaro che un democratico pro-life gli farebbe una lotta accanita. Il che dimostra che i bianchi danno per scontata l’idea che i loro rappresentanti rifletteranno l’opinione di maggioranza della loro comunità, ma l’aborto è un esempio molto valido di come gli afroamericani non sempre possono contare su questo privilegio.

Il motivo? Non c’è competizione tra i repubblicani. Tutte le battaglie politiche dei neri vengono combattute esclusivamente all’interno del partito democratico, il che significa che di norma non si risolvono nella cabina elettorale, ma in riunioni blindate dei comitati locali di partito o in alleanze informali al Congresso. Ed è proprio lì che gli interessi dei neri passano in secondo piano, per far posto ad altro: dal lavoro, all’ambientalismo, all’immigrazione e via dicendo. E questo vale persino fra coloro che sono stati eletti per rappresentare gli afroamericani! Se, d’altra parte, i membri neri del Congresso fossero almeno un po’ preoccupati per una controffensiva repubblicana, non gli verrebbe mai in mente di deludere i propri elettori e uscire dal seminato sul tema dell’aborto. E scommetto che si vedrebbero molti più sostenitori della scelta della scuola al Congresso.

Un’ultima cosa. Il periodo di intensi progressi sul tema dei diritti civili durò più o meno dal 1945 al 1965. Questo, per due ragioni fondamentali. Per prima cosa c’era il movimento per i diritti civili, che fece pressione politica su un establishment inerte. Ma la seconda ragione, spesso trascurata, è che i due partiti si stavano finalmente contendendo il voto nero, per la prima volta nella storia. I democratici del sud avevano totalmente soppresso il voto nero del sud dal 1890 circa in avanti. Ma ad inizio secolo gli afroamericani iniziarono a migrare in massa al nord, e perciò il primo membro del Congresso afroamericano del nord, Oscar De Priest (repubblicano), venne eletto nel distretto a sud di Chicago nel 1928. FDR ottenne la maggioranza dei voti dei neri del nord nel 1936. Questo diede una svegliata al partito repubblicano – che aveva a lungo dato per scontati gli afroamericani – e diede la spinta definitiva verso i diritti civili. Per ciò che riguardava i diritti civili, la base del Gop nel 1944 era molto più liberale della base democratica, e per la maggior parte di questo periodo i candidati repubblicani (Thomas Dewey nel ’44, Dwight Eisenhower nel ’52 e ’56 e Richard Nixon nel ’60) furono relativamente vicini agli interessi dei neri. Alla fine anche i democratici dovettero dare una risposta liberale. Questo contribuì a gettare le basi del Civil Rights Act e del Voting Rights Act, che ricevettero un vasto sostegno bipartisan. In altre parole, la contesa per i voti giocò in favore delle grandi rivoluzioni politiche.

Herman Cain non potrebbe certo cambiare tutto questo dalla sera alla mattina, e forse non cambierà proprio niente. Bisognerebbe investirci capitale politico, ci vorrebbe scaltrezza e anche un po’ di fortuna. Ma non è questo il punto. Il punto è che un repubblicano, candidato per ricoprire una carica nazionale e che ha iniziato seriamente a competere per il voto nero, potrebbe aiutare a rivitalizzare il sentimento repubblicano nella comunità nera. Il processo potrebbe essere simile all’avanzamento top-down che il Gop ha visto nel sud dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando Dwight Eisenhower, l’eroe nazionale texano che sconfisse i nazisti, convinse gli Stati del sud a rivalutare i repubblicani. Se Herman Cain riuscisse a fare lo stesso tra gli afroamericani, non solo permetterebbe al partito di ottenere migliori risultati a livello nazionale, ma darebbe anche modo agli afroamericani di far pesare di più il loro potere elettorale.

 

Traduzione a cura di Irene Selbmann

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