Tirare a campare

By Redazione

ottobre 16, 2011 politica

In quattro punti il quadro della situazione politica dopo il voto di fiducia di venerdì scorso.

1. Governo e opposizioni.

L’opposizione rimedia l’ennesima figuraccia, non perché non gli sia riuscito di “cacciare” Berlusconi, ma per il patetico tatticismo d’aula degli ultimi giorni, la cui regia questa volta si deve a Casini e all’imparzialissimo presidente della Camera, con il Pd a rimorchio. L’Aventino ha fatto tristemente passare alla storia i suoi ideatori come deboli e perdenti. E quella cui abbiamo assistito tra mercoledì e venerdì scorsi è solo una brutta copia messa in scena da epigoni ancor più spaesati e a corto di idee. Il governo tiene, ma è un tirare a campare, non c’è nulla allo stato attuale che possa far sperare in un cambio di passo, in un sussulto riformatore. Deludente, come ha scritto su La Stampa Luca Ricolfi, è stato il discorso del premier, che ha sprecato l’ennesima occasione per impegnare se stesso e la sua maggioranza nelle riforme liberali che servono al Paese. «Quel voto – ha scritto Giuliano Ferrara su Il Foglio di sabato – serve a poco se Berlusconi non si decida a fare subito due cose più che urgenti, ed entrambe indispensabili: riassumere la guida del governo, usare il governo per fare la riforma liberale del Paese». Ebbene, Berlusconi sembra voler innanzitutto durare, decidere lui, concordandolo con Bossi, il momento più opportuno per riportare il Paese al voto, convinto in questo modo di salvare il Pdl e il centrodestra dalla disgregazione.

La pubblicazione della lettera della Bce al nostro governo forniva una straordinaria leva per tentare di superare le resistenze nella maggioranza e per inchiodare l’opposizione alle sue contraddizioni politiche. Al primo elenco di ricette concrete e puntuali per venir fuori dalla crisi, giunto da un autorevole organo “tecnico”, la reazione del Pd è andata infatti dalla flebile apertura del vicesegretario Letta (ci penseremo) alla totale reiezione del responsabile economico del partito. Per non parlare di Vendola e Di Pietro, sabato in piazza con gli “indignados”. La Lega è contraria alla riforma delle pensioni? Gli ordini professionali e gli enti locali alle liberalizzazioni? Tremonti alle privatizzazioni? Ebbene, per riprendersi la leadership smarrita Berlusconi dovrebbe sfidare i “no” nella sua maggioranza. Rischierebbe di saltare, certo, ma per lo meno non su un incidente parlamentare, dovuto al caos o ad un complotto, bensì su una linea coraggiosa e riformatrice che rappresenterebbe comunque una preziosa eredità politica nonché una coerente piattaforma elettorale. Non sembra questa la predisposizione d’animo attuale del premier. Il quale tuttavia si sarebbe almeno persuaso, così riferiscono i retroscena, a cavalcare il referendum per il ritorno al Mattarellum (sempre che la Consulta dichiari ammissibili i quesiti). Un modo per non farsi travolgere dall’antipolitica, ma ancor più importante, per blindare il bipolarismo, costringendo l’Udc a scegliere prima del voto pena l’irrilevanza, mentre con l’attuale legge i centristi potrebbero risultare decisivi al Senato e dunque nella posizione di scomporre l’assetto bipolare.

2. La “soluzione spagnola”.

Tra gli altri, anche Ricolfi sostiene che «se oggi – a differenza di ieri – i mercati giudicano la Spagna meglio dell’Italia (come risulta dall’andamento degli spread) è anche perché la promessa di Zapatero di farsi anticipatamente da parte è comunque un segnale di apertura, una finestra sul futuro», e conclude quindi che una simile soluzione – Berlusconi che dichiara «esplicitamente» che non si ricandiderà ed elezioni anticipate al 2012 – potrebbe portare gli stessi benefici anche al nostro Paese. In effetti, in Spagna le dimissioni di Zapatero e il voto fissato a novembre hanno accelerato l’approvazione delle riforme costituzionali e in una certa misura calmierato i mercati, che hanno concesso una tregua a Madrid. A me pare, tuttavia, che a prescindere dal giudizio su Berlusconi e sulla politica economica del governo, difficilmente gli esiti potrebbero essere i medesimi.

Prima di tutto, per una considerazione di ordine “sistemico”. In Spagna il sistema politico è molto più lineare del nostro e questo di per sé trasmette ottimismo (relativamente parlando, s’intende) ai mercati: dopo Zapatero la prospettiva più probabile è quella di un governo monocolore dei Popolari di Rajoy, mentre da noi dalle urne potrebbe uscire una situazione di ulteriore stallo. Ma anche, e soprattutto, per motivi politici. Mentre in Spagna un’alternativa a Zapatero c’è, è autorevole e coesa, e non ostile alle politiche per la stabilità e la crescita caldeggiate dai mercati, in Italia l’opposizione è divisa, sulla leadership ma ancor più sul programma. Basti guardare alle sconclusionate reazioni alla lettera della Bce: respinta senz’appello da Vendola, che vi vede addirittura le politiche all’origine della crisi; criticata dal responsabile economico del Pd Fassina; timidamente difesa dal vicesegretario Letta. I principali partiti di opposizione – Pd, Idv e Sel – sono scesi in piazza con la Cgil, la forza sociale più conservativa e antimercato del Paese. I mercati si sentirebbero tranquillizzati da questa prospettiva come si sono sentiti in parte per le dimissioni di Zapatero? C’è quanto meno da dubitarne.

3. Napolitano sconfessa Fini.

Nel frattempo, tra cantonate, recriminazioni e trombonate, venerdì è passata sotto silenzio la risposta del capo dello Stato ad una lettera dei capigruppo della maggioranza sui delicati passaggi parlamentari della scorsa settimana. Ebbene, una risposta nella quale Napolitano dà educatamente torto a Fini e alle opposizioni. Riconosce che l’interpretazione del significato della bocciatura del rendiconto di bilancio rientrava «pienamente nei poteri del Presidente di Assemblea», ma nel merito spiega che non comportava obbligo di dimissioni per il governo e che l’impasse può essere superato rivotando sullo «stesso testo». L’esatto contrario, invece, di quanto il presidente Fini, facendo proprie le tesi delle opposizioni, era andato a rappresentare al Colle mercoledì pomeriggio. [E precisamente quanto abbiamo sostenuto su Notapolitica.it, compresa la citazione del presidente emerito della Consulta Valerio Onida].

Queste le parole di Napolitano: «Non ho ritenuto, confortato del resto dalla dottrina – espressasi anche nell’articolo del Presidente Onida, da me vivamente apprezzato – che vi fosse un obbligo giuridico di dimissioni a seguito della reiezione del rendiconto, ma che… fosse necessaria una verifica parlamentare della persistenza del rapporto di fiducia, come lo stesso Presidente del Consiglio ha fatto. (…) Circa l’ultima questione relativa alle modalità più corrette per superare l’inconveniente determinatosi e consentire un’attività certamente dovuta, convengo che non possono che essere le stesse per qualunque governo e consistere anche nella ripresentazione dello stesso testo, considerata la sua natura di atto ricognitivo e di legge formale di approvazione: ma era opportuno che ciò avvenisse dopo il chiarimento politico e previa nuova verifica da parte dell’organo di controllo dei conti dello Stato, come poi è in effetti avvenuto».

4. «Non ci sono più i radicali».

E’ sconsolato e indignato Il Post con i radicali, la cui colpa non è certo quella di aver “salvato” il governo – come purtroppo agenzie di stampa, siti internet e “sofrini” hanno riportato, evidentemente così accecati dall’antiberlusconismo da non rendersi nemmeno conto di come fossero andate davvero le votazioni – ma solo di non essersi prestati ai patetici tatticismi del Pd. In realtà, i radicali «non ci sono più» da quando hanno votato per l’arresto del deputato Alfonso Papa, le cui denunce da Poggioreale dovrebbero scuotere qualche coscienza. Ma il vero e proprio linciaggio mediatico che si è scatenato contro i radicali, sui mainstream media come sui social network, rivela la disperazione di chi non riesce più a trovare ragioni per le proprie sconfitte, e si aggrappa a qualsiasi capro espiatorio. Grazie ai radicali abbiamo scoperto che Rosy Bindi è non solo più bella che intelligente, ma anche più bella che educata. Chissà se adesso la signora Bindi riceverà le ironie riservate di solito alle rozze uscite di Bossi e Calderoli… E abbiamo anche la conferma «senza possibilità di dubbio» che al Post non sanno di cosa scrivono e devono le loro “fortune” esclusivamente ad un cognome, per altro tristemente noto.

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