Nessun rida

By Redazione

ottobre 14, 2011 politica

Nel clima surreale e noiosetto di una Camera nella quale l’eco degli interventi è stata amplificata dai banchi vuoti dell’opposizione, è andata in scena una due giorni di monologo più che di dibattito. Privi di un contraddittorio, i deputati della maggioranza hanno descritto una lunga serie di cose da fare assolutamente in questo scorcio di legislatura declinante. Poco accento su ciò che è stato fatto, se non sui passi compiuti in direzione di un pareggio di bilancio che è argomento di conversazione per i soli ottimisti. Molto sull’errore dell’opposizione di voler platealmente cavalcare uno scivolone tecnico della maggioranza tramite soluzioni aventiniane.

L’unico a ravvivare un po’ il dibattito era stato, nella mattinata di ieri, Cicchitto, che aveva tirato per la giacchetta Napolitano (“Non potrà avallare un governo che sconfessi il voto popolare”), attaccato a testa bassa Fini, tirato stoccate alla reticenza tremontiana di aprire i cordoni della borsa. Poi ci ha pensato il Pd a vivacizzare la situazione. Che qualcosa bollisse in pentola, lo si è pensato quando i democratici hanno convocato in tutta fretta una riunione di gruppo proprio in concomitanza con le dichiarazioni di voto della maggioranza. Se ne è avuta la certezza quando le agenzie hanno iniziato a battere la notizia che le opposizioni non avrebbero partecipato al primo appello nominale per la votazione (ne sono previsti due, in caso di assenze durante il primo giro).

Obiettivo: puntare al mancato raggiungimento del quorum di validità della seduta – fissato a 316 – e chiedere poi a gran voce le dimissioni del governo. Che le cose sarebbero effettivamente andate così non possiamo saperlo. Il governo avrebbe probabilmente chiesto di ripetere il voto. Il regolamento della Camera non sembra prevedere un simile caso, e dunque la patata bollente sarebbe passata nelle mani del Capo dello Stato.

Fatto sta che la mossa d’effetto è riuscita, agitando le acque dentro una maggioranza affatto convinta di riuscire a toccare quella soglia. Autorevoli fonti della Reuters accreditavano la cifra di 313 come quella più probabile, lo stesso La Russa, a votazione aperta, ammetteva che se non fosse stata raggiunta forse una capatina al Quirinale la si sarebbe dovuta fare. C’è chi ha provato a dire che forse il quorum era da considerarsi fissato a 265. Tenendo conto di una cinquantina di onorevoli in missione, ma non del fatto che, in caso di voti di fiducia, la partecipazione al voto deve essere di almeno il 50% più uno degli aventi diritto.

Mentre un frenetico Maurizio Lupi stava tenendo il conto e la situazione sembrava sul filo di lana, il volto livido di Fini, che poco prima si era assentato per sincerarsi che tutto filasse liscio, sottolineava l’ingresso dei cinque deputati radicali. No al governo, sì al quorum. Una mossa che determinava una reazione a cascata che portava al precipitoso ingresso dei deputati delle minoranze linguistiche, quindi, in ordine sparso, di tutta l’opposizione. Così la brillante operazione tattica si è trasformata in una rovinosa Caporetto al contrario, con la plastica corsa delle opposizioni al fronte – lo scranno della presidenza – per pronunciare il proprio “No” al cospetto di un furioso Presidente della Camera.

Un effetto domino che ha convinto a votare anche il Responsabile Pisacane, incerto fino all’ultimo, che dall’alto di un cognome di indubbio peso nell’anno dell’unità d’Italia, ha rimpolpato le schiere azzurre fino a quota 316. Quella dell’agognata maggioranza assoluta.

Cosa rimarrà lunedì? I cocci di un’opposizione che è partita male (aventino boomerang in vista di una fiducia che è ossigeno per il governo), ha continuato meglio (era da tempo che non si assisteva ad una manovra parlamentare così inaspettata e fantasiosa), ed è finita che peggio non si poteva (era da tempo che non si assisteva ad una gestione così rovinosa di una tattica parlamentare peraltro inaspettata e fantasiosa). Quelli di un Partito Radicale francamente incomprensibile nella scelta di presentarsi in aula giovedì per poi non farlo il giorno seguente, salvo entrare e innescare l’effetto domino che ha portato al conseguimento del quorum. E quelli di un governo privo di idee, se non quella del perpetuarsi di sé stesso, che si affanna a rincorrere il voto di un Pisacane qualsiasi per poter continuare a dirsi di essere ancora (politicamente) vivo.

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