Come si vince la partita

By Redazione

ottobre 14, 2011 Esteri

Non sarà stato il nodo centrale del discorso di Cameron alla convention del partito conservatore, ma è sicuramente l’affermazione che più ha fatto drizzare le orecchie a casa nostra. Alcuni avranno scosso la testa, dicendosi che Cameron non è per niente un conservatore. Anzi, forse è addirittura un comunista. Altri, la mattina dopo, avranno aperto la finestra sorridendo, certi che un giorno anche un leader conservatore italiano arriverà a pronunciare una frase del genere. Quale frase? Questa: “I don’t support gay marriage despite being a Conservative. I support gay marriage because I’m a Conservative“.

In verità, è anche un tantino strano che l’affermazione abbia sollevato un certo scalpore. Di fatto, non è esattamente un’idea nuova che il matrimonio sia, in generale, un valore conservatore. Anche soltanto guardando agli ultimi anni, si rintracciano facilmente esempi di come i partiti conservatori, non solo europei, stiano cercando di divenire motori della modernizzazione, più che ridondanti forze reazionarie.

Qualche esempio? Lo statunitense Theodor B. Olson, repubblicano, sostenne il rovesciamento della Proposition 8 in California. La Proposition 8 era un referendum che chiedeva l’abolizione del diritto al matrimonio per coppie omosessuali, circa cinque mesi dopo che questo stesso diritto era stato concesso. Olson spiegò la sua posizione in un pezzo molto interessante, uscito in traduzione italiana su L’Occidentale, nel quale sosteneva che il matrimonio, in quanto istituzione, è un valore conservatore. Repubblicano di vecchia data, per sua stessa ammissione, argomentava sulla possibilità di “sfidare la ‘tradizionale’ definizione di matrimonio e sostenere una interpretazione ‘attivista’ della Costituzione“.  Per la cronaca, la Proposition 8 è passata, anche se poi il tribunale di Los Angeles l’ha ritenuta discriminatoria.

Altro esempio nelle file del GOP, Rep. John Kriesel, Minnesota. Al momento di votare l’emendamento alla costituzione che avrebbe reso impossibile introdurre il matrimonio gay, fu l’unico repubblicano a votare contro. Kriesel è un veterano, ha combattuto in Iraq, ha perso le gambe in guerra. Ha pubblicato recentemente un libro, Still Standing, nel quale racconta la sua storia. Durante il suo intervento ha detto: “Questo emendamento non rappresenta ciò per cui sono andato a combattere“. Mostrando la foto di un soldato omosessuale morto in Iraq, ha detto, commosso: “Non so come la pensiate voi, ragazzi. Ma io non posso guardare la sua famiglia, questa foto, e dire ‘sai, soldato, eri abbastanza buono per combattere per la tua patria perdendo la vita, ma non eri abbastanza buono per sposare la persona che amavi’. Non posso farlo. Non posso farlo e non lo farò. Se ci fosse un bottone per dire ‘no, dannazione’, lo premerei“. Per la cronaca, l’emendamento è passato. Ma Kriesel si è guadagnato un posto in paradiso, o almeno una vasta schiera di sostenitori, anche tra i cattolici, per chi se lo stesse chiedendo.

Altro esempio, che inizialmente non ha certo brillato per acume, quello del ministro per le Pari Opportunità britannico, Theresa May. La May, accusata di omofobia, ha dovuto pubblicamente ritrattare le sue posizioni in televisione, davanti ad un pubblico di giovani e giovanissimi. Ha detto che, rispetto al passato, aveva totalmente cambiato idea. Eccezionale nella sua semplicità. Eccezionale anche perché il fatto in sé è la dimostrazione tangibile di quanto i politici inglesi in generale tengano molto a non essere etichettati come ‘omofobi’, di quanto ritengano importante parlare anche alle minoranze, cercando di essere il più possibile inclusivi nei loro interventi. Sarebbe bello sentire di qualche politico italiano che pubblicamente ritratta affermazioni omofobe o fuori dal politically correct.

Ultimo, timido esempio: il Portogallo. E il presidente, Cavaco Silva, non è certo un uomo di sinistra. Lui, cattolico praticante, non ha mai celato il disaccordo con la riforma che rende possibili i matrimoni gay. Però ha anche detto che farla era necessario, “a causa della grave situazione del paese” e per evitare ulteriori e inutili divisioni nazionali. Un modo come un altro per smarcarsi e accontentare gli elettori, ma anche, di novo, una prospettiva inclusiva e unificante. A volte la ragion di stato deve poter prevalere sui personalismi. È questo che fa un politico. Non parla per se stesso, ma per la nazione.

Ed io non posso farci niente. Queste cose mi fanno pensare. D’altronde ha funzionato così anche con la causa ambientalista, o sbaglio? Proprio Angelino Alfano, ospite ad Atreju 2011, è stato molto applaudito quando ha posto l’accento sul tema dell’ambientalismo, chiedendosi come mai dovesse essere argomento riservato all’agenda della sinistra. Eh già, come mai certi argomenti sono appannaggio della sinistra (sempre che sia poi vero…)?

E mentre noi italiani abbiamo perso tempo a discutere sulla possibilità di trasferire ministeri a Monza e abbiamo letto chilometri di intercettazioni per scoprire le sciocchezze private di qualche politico, c’è ancora chi discute sui grandi temi, e pensa che la vittoria alle elezioni possa essere determinata non solo dal pareggio di bilancio, ma anche dal modo di affrontare e gestire le questioni poste dalla modernità, quelle che vanno a toccare la vita delle persone nel profondo, e non solo nel conto in banca.

Sul blog Platform10, in un post del 3 ottobre, interrogandosi su quale sia la strategia da seguire per vincere di nuovo le elezioni del 2015, Fiona Melville (già assistente di Cameron) scrive: “We are unashamed modernisers. We are unashamedly about trying to explain what it is to be a Conservative in today’s Britain“. E continua: “‘Modernising’ was always shorthand for rebuilding that bond of trust with voters and responding to the world as it evolves around us“.

A chi è insoddisfatto, non resta che aspettare con ansia e fiducia che qualche politico si alzi in piedi e spieghi alla nazione in cosa consiste la rivoluzione di essere conservatori e modernizzatori nell’Italia di oggi.

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