Terapia d’urto

By Redazione

ottobre 13, 2011 politica

Tra pochi giorni il governo sarà alle prese con la presentazione del decreto sviluppo, diventato ormai uno degli adempimenti fondamentali per far sì che il paese ritorni a correre verso una crescita degna di una paese occidentale. Il problema che riscontro nelle analisi e nelle proposte degli addetti ai lavori è che al di là di alcuni proclami non ci sia una vera e propria linea programmatica, ma piuttosto una sorta di rincorsa per trovare le fantomatiche risorse “tappa buchi”. Prima l’ipotesi di un condono fiscale, poi quella di una mini patrimoniale, poi quella di un contributo di solidarietà; tutto questo per “fare cassa” e destinare risorse alla crescita.

Il mio modesto parere invece va in tutt’altra direzione perché l’approccio al problema è sia pragmatico che ideale. L’attuale governo si era presentato nel 2008 con una larga maggioranza parlamentare ed era lì che aveva il dovere di presentare agli italiani riforme coraggiose, anche impopolari ma che sicuramente sarebbero state percepite dall’opinione pubblica come “doverose” per risollevare le sorti del paese. Abolizione delle province e degli enti inutili, innalzamento dell’età pensionabile, privatizzazioni, ma soprattutto liberalizzazioni, unico sistema per migliorare i servizi e diminuire il costo della sua relativa offerta. Questo non è avvenuto o è avvenuto in parte per responsabilità che non sono da attribuire esclusivamente al Presidente del Consiglio come molti vorrebbero far credere ma che sono state frutto di un insieme di cause-effetto che hanno portato a questa situazione di impasse (situazione economica internazionale, uscita di Fini dalla maggioranza, attacchi giudiziari di tutti i tipi al capo del governo ecc ecc).

Ora, non si può guardare esclusivamente al passato e piangersi addosso. Piuttosto bisognerebbe trovare il sistema per dare una scossa all’economia e farla ripartire. In questi casi come suggerisce il Professor Antonio Martino ci vorrebbero terapie d’urto. Queste terapie possiamo infliggerle soltanto ed esclusivamente dando respiro alle categorie produttive ovvero le imprese che a loro volta, se messe in condizione, genereranno ricchezza e contribuiranno a creare nuovi posti di lavoro, quindi a far diminuire la disoccupazione, aumentando il potere d’acquisto e stimolando i consumi. Tutto ciò dovrebbe avvenire non tappando buchi o limitandosi a mettere in campo politiche “assistenziali” da parte dello stato ma partendo proprio dal principio che, in momenti come questi, bisognerebbe avere più mercato e meno stato. Con meno stato intendo meno burocrazia, meno assistenzialismo, meno intervento pubblico in economia. Ovviamente un governo, soprattutto in questi periodi, si trova a far fronte alla necessità di trovare risorse sia per rispondere ai vincoli di bilancio imposti dall’Unione Europea, sia per poter trasferire una parte di esse allo sviluppo.

Bisogna però, prima di tutto cambiare approccio culturale altrimenti non se ne esce. Ridurre la spesa deve essere prioritario ed ognuno di noi dovrebbe fare la sua parte, poi c’è l’aspetto delle privatizzazioni e aggiungo: delle privatizzazioni dello Stato. Non dico di vendere tutti gli immobili compresi nel conto generale del patrimonio dello Stato che ammonterebbero a 2400 mila milioni di euro (circa il 160% del debito pubblico)  ma di avere come obiettivo la gestione ottimale delle attività patrimoniali dello Stato soprattutto attraverso la loro “cartolarizzazione”.

Bisogna avviare concretamente la privatizzazione del patrimonio dello stato e la finanza di progetto (“project financing”) per gli investimenti pubblici in cooperazione con le iniziative private dando attuazione alla logica per cui la pubblica amministrazione non possa più prescindere dai condizionamenti esterni dell’economia, delle variazioni quantitative e qualitative della domanda, perché la liberalizzazione di tutti i rapporti con il cittadino che si realizza , la privatizzazione crescente delle risorse e del rapporto di pubblico impiego comportano la definizione dei rischi sociali da gestire con criteri di economicità.

L’operatore pubblico si deve porre nell’ottica dell’imprenditore privato e ponderare la probabilità degli eventi esterni alla sua attività, considerando le possibili variazioni della domanda e dell’offerta del mercato, derivanti da eventi naturali o determinati da fattori di mercato. A questo punto è necessario che si abbandonino i vincoli che solitamente predispongono gli amministrativisti per delineare e gestire schemi di contabilità pubblica che si rapportino alla flessibilità delle decisioni e alle responsabilità dei centri di costo, per dare luogo ad una finanza di progetto che coinvolga congiuntamente iniziative private ed investimenti pubblici per lo sviluppo di reti produttive molto utili alla crescita competitiva del tessuto impresario.

Bisogna quindi avviare una nuova fase politica che, invece di procedere con investimenti tampone di controllo dei flussi di tesoreria che deresponsabilizzano gli operatori sui risultati da raggiungere, predispongono nuovi strumenti strutturali che mirano ad adeguare la realtà economico finanziaria del paese a quella degli altri partner europei e soprattutto responsabilizzano la nuova classe dirigente sulla promozione dello sviluppo produttivo. Il governo si trova ora a fare una scelta coraggiosa: tappare un buco oppure ridare una visione programmatica che porti ad avere una prospettiva del nostro paese più moderna ed efficiente. La possibilità ancora c’è, bisogna che il regista della squadra riprenda la palla e segni il gol decisivo per portare l’Italia a competere sui campi internazionali.

*Presidente Rete Liberal

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *