L’ultimo treno

By Redazione

ottobre 13, 2011 politica

Non si può sapere con certezza cosa sia andato a dire Fini al presidente della Repubblica, ma ho l’impressione che sperasse in tutt’altra risposta. Nell’incontro di mercoledì pomeriggio avrebbe rappresentato al capo dello Stato le ragioni dei gruppi di opposizione (compreso il suo, dunque), secondo cui dopo la bocciatura dell’articolo 1 del rendiconto 2010 non sarebbe possibile procedere alle comunicazioni del premier, il quale invece dovrebbe salire al Quirinale a dimettersi. Stendiamo un velo pietoso sulla condotta di un presidente della Camera che invece di essere, e apparire, super partes, va a chiedere al capo dello Stato di “dimissionare” il governo. Napolitano gli ha risposto che «tocca al presidente del Consiglio indicare alla Camera la soluzione» per l’approvazione del rendiconto. E che «sulla sostenibilità di tale soluzione sono competenti a pronunciarsi le Camere e i loro presidenti». Parole che rinviano tutto al voto di fiducia, com’era ovvio.

Nulla infatti sembra autorizzare un automatismo tra la bocciatura del rendiconto e le dimissioni del governo. Tra i costituzionalisti il parere dell’ex presidente della Consulta Valerio Onida ci sembra il più lineare, anzi l’unico possibile per superare l’impasse sul rendiconto. «I voti negativi sulle leggi di bilancio vanno intesi come voti di sfiducia anche se formalmente non lo sono. Quindi dopo una bocciatura del genere si dovrebbe verificare la tenuta del rapporto di fiducia tra governo e Parlamento. Se il presidente del Consiglio non lo facesse potrebbe essere il presidente della Repubblica a richiederlo. La bocciatura di una legge di bilancio non richiede dimissioni automatiche, ma la verifica della fiducia, e mi sembra corretta la richiesta del governo in tal senso… Tecnicamente il rendiconto non è una legge autorizzativa, è piuttosto una legge ricognitiva. Se ci sono provvedimenti successivi che dipendono da esso c’è un condizionamento. Ma secondo me non ci sarebbero problemi a rivotarlo. Il ‘ne bis in idem’ (non si vota due volta una stessa legge, n.d.r.) non è un ostacolo, perché bisogna guardare alla sostanza. O il rendiconto è sbagliato, e allora si boccia; o è giusto, e allora si può rivotare lo stesso testo».

Riferendosi al bilancio 2010, già autorizzato dalle Camere lo scorso anno, l’approvazione del rendiconto è un atto «ricognitivo», si “riconosce” cioè un dato di fatto: le entrate e le uscite dello Stato nel 2010 così come risultano certificate dalla Ragioneria generale. La bocciatura determina quindi un paradosso: il Parlamento non riconosce le entrate e le spese che egli stesso ha autorizzato e che si sono già realizzate. Cosa può essere accaduto? Delle due l’una: o c’è un errore di scrittura, e allora dev’essere corretto e il documento rivotato; oppure i dati sono corretti e il Parlamento ha sbagliato a respingerli, ma in questo caso il documento si può rivotare così com’è.

E’ chiaramente una procedura che prescinde dal governo in carica, anche perché seguendo il ragionamento delle opposizioni e della giunta del regolamento della Camera (dove grazie a Fini la maggioranza è diversa da quella dell’aula), nemmeno un altro governo che succedesse a Berlusconi potrebbe ripresentare lo stesso rendiconto con le stesse tabelle, laddove fossero corrette. E allora come si andrebbe avanti? All’indomani di ogni elezione politica si forma un nuovo governo che sul finire dell’anno presenta al nuovo Parlamento il rendiconto dell’anno precedente, cioè le entrate e le spese autorizzate nella legislatura precedente. Cosa accadrebbe se il nuovo Parlamento non lo approvasse, non potendo imputare al nuovo governo quel bilancio? Un evidente paradosso.

Detto questo, il problema politico nella maggioranza c’è ed è gigantesco. La nuova verifica parlamentare è per Berlusconi l’ennesimo treno, ma forse stavolta è davvero l’ultimo, per tornare a governare, per recuperare lo spirito del ’94 ed avviare il Paese su un percorso di vere riforme: pensioni, liberalizzazioni, privatizzazioni, meno tasse. In pratica, il “programma” Bce. O finalmente decide di impegnare il governo, e responsabilizzare il Parlamento, su queste poche riforme concrete, fattibili con un tratto di penna, elencandole in modo esplicito ed inequivocabile, e legando ad esse il proprio nome, mettendoci la faccia, o tanto vale che lasci. Se poi il disegno di Scajola è allargare la maggioranza all’Udc, fondare un nuovo partito che accolga tutti i “moderati” richiamandosi al Ppe, bene, è una linea legittima, che però non può essere imposta minacciando manovre di palazzo contro il governo, dev’essere sottoposta democraticamente al partito, discussa e votata in un congresso.

da JimMomo

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