Tra Alfano e Casini

By Redazione

ottobre 12, 2011 politica

E’ stato un atto decisamente coraggioso quello compiuto da Angelino Alfano che, in contrasto con una campagna mediatica e politica di feroce criminalizzazione di Silvio Berlusconi, ha dichiarato senza mezzi termini che il Premier non si “accantona”. E’ stato coraggioso perché apertamente controcorrente rispetto alle pressioni delle opposizioni ed alle pretese delle lobby e dei loro giornali e televisioni.

Ma è stato anche un atto obbligatorio non per una questione di deferenza personale nei confronti del Cavaliere ma per una questione di semplice e scontata esigenza politica. Se è vero che la storia, come diceva Napoleone, la fanno i “grossi battaglioni”, è ancora più vero che la politica la fanno i grandi partiti.
Ed, in particolare, la fanno quei leader che riescono ad aggregare il maggior numero di consensi attorno alle proprie persone ed ai propri partiti. Calando questa osservazione sui risultati elettorali dal ’94 ad oggi si deve necessariamente registrare che sia quando ha perso che quando ha vinto Silvio Berlusconi ha raccolto attorno a se ed al proprio partito il consenso di circa un terzo degli italiani.

Che non è la maggioranza assoluta del cinquanta più uno ma che rappresenta sempre e comunque la maggioranza relativa degli elettori, quella maggioranza relativa che nei sistemi di democrazia liberale costituisce la base per la formazione dei governi. Proprio sulla base di questi numeri Berlusconi ha poi rappresentato per tutta la durata della cosiddetta Seconda Repubblica il collante di quello schieramento di centro destra che ha retto le sorti del paese in più occasioni nel corso di questi anni.

Il Cavaliere ha perso il ruolo di collante della propria coalizione di maggioranza? Non rappresenta più quella quota di elettorato che fino alle elezioni regionali dello scorso anno ha continuato a rappresentare la maggioranza relativa dell’elettorato? La risposta, a stare ai sondaggi che vengono effettuati quasi quotidianamente da istituti più o meno indipendenti su richiesta di tutti i partiti, indicano chiaramente che a dispetto delle campagne di criminalizzazione il Premier continua a conservare il consenso della stragrande maggioranza dei propri vecchi elettori.

Al punto che nessuno dei suoi nemici esterni al Pdl e dei suoi aspiranti concorrenti nel centro destra, mette minimamente un dubbio la certezza che se nell’area dei partiti di governo si dovessero oggi celebrare le primarie per scegliere il futuro candidato Premier, il vincitore sarebbe sempre e comunque il Cavaliere.
Questo significa che Berlusconi è inamovibile? Niente affatto, ché in politica tutto può sempre cambiare (ma nelle democrazie liberali il cambiamento deve avvenire non con le scorciatoie golpiste ma con il metodo democratico). Significa, più semplicemente, che i nemici di Berlusconi possono anche chiedere al Pdl ed al centro destra di accantonare il leader che rappresenta il principale ostacolo alle loro strade, ma che gli esponenti del Pdl e del centro destra non possono che seguire gli esempi di Angelino Alfano ed Umberto Bossi e rispondere picche alla richiesta .

Non solo perché se non lo facessero compirebbero un atto di resa ingiustificata nei confronti di chi, di sicuro, dopo non li “farebbe prigionieri”. Ma soprattutto perché dell'”accantonamento” dovrebbero rispondere ad un elettorato che non si lascia influenzare dai media delle lobby, dalle persecuzioni giudiziarie e dalla tendenza dello stesso Premier a farsi male da solo e che sarebbe disposto a rinunciare al leader su cui hanno appuntato le loro speranze di cambiamento solo in presenza di un altro leader capace di raccoglierne appieno l’eredità.

A sbagliare, allora, non è Alfano che difende il Cavaliere voluto dal terzo degli italiani. Sono quelli che avendo la rappresentanza di meno di un decimo degli elettori (come l’Udc di Casini) pretendono di condizionare la nascita di un grande partito moderato di democrazia liberale in Italia sul modello del Ppe alla rinuncia preventiva all’unico leader che potrebbe realizzare l’impresa.

Questo non significa che Casini si debba sottomettere al Cavaliere. Significa, più semplicemente, che se vuole sul serio dare vita al Ppe italiano l’Udc deve prendere atto della realtà dei rapporti di forza, trattare e fissare le condizioni per realizzare insieme l’impresa.

da L’Opinione

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