L’ autunno della primavera araba

By Redazione

ottobre 12, 2011 Esteri

Dire che l’Unione Europea -così com’è- è sostanzialmente un elefante di carta (per parafrasare Mao), una mastodontica costruzione del tutto inutile ed internazionalmente irrilevante, è evidentemente poco originale. Epperò c’è un ambito preciso della vita politica mondiale in cui l’Ue non ha un ruolo piccolo, ma semplicemente non ne ha alcuno: la politica estera. Il che potrebbe pure starci: diverse decine di Stati sovrani non possono che coltivare ciascuno i propri interessi. Il problema sta nel fatto che ad essere in completo e perpetuo disaccordo siano i Paesi che contano davvero, come Francia, Germania e Gran Bretagna (dell’Italia, diremo poi). Questa realtà si era già palesata durante la crisi dei Balcani, e ci si ripropone ora in quella mediorientale, la “primavera araba”.

Nessuno, in quel di Bruxelles (impegnati come sono a litigare su amenità quali il numero di lingue nelle quali un test, documento, paper deve essere stampato, oltre che naturalmente sui vari eurosalvataggi e su chi li dovrà pagare) deve aver compreso a fondo cosa stia accadendo sulla sponda meridionale del Mediterraneo. Non si capirebbe altrimenti l’immobilismo totale dell’Unione a proposito dei tumulti che agitano Maghreb e Vicino Oriente. L’eccezione c’é, ed è rappresentata dalla Guerra di Libia, cui Italia, Francia e Uk hanno preso parte (con meriti maggiori rispetto all’impegno effettivo, ché la guerra vera l’han fatta a Washington), mentre la Germania ha pensato bene (ottenendo uno smacco considerevole) di prendere le distanze dagli interventismi umanitari. Ma appunto, Odissey Dawn è stata una guerra americana, per di più sotto l’egida dell’Onu, e di europeo ha ben poco.

Adesso che i ribelli sono entrati a Sirte, l’ultima roccaforte del regime, sarebbe bene che la  Ashton si occupasse anche del resto del mondo arabo in fiamme. Fin ora infatti, a parte le belle parole – “Le persone nelle strade di Tunisi, il Cairo, Bengasi e nei diversi Paesi Arabi protagonisti delle sollevazioni popolari, hanno voluto dare un potente segnale di democrazia e libertà” è il genere di ovvietà pronunciato da Van Roumpy – l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’UE non è riuscito a indirizzare l’Europa su un binario preciso: non con la questione della Palestina alle Nazioni Unite; non con quella della suddetta guerra libica; non con azioni dure nei confronti di Assad in Siria. Eppure -dopo un decennio di crisi profonda nei rapporti tra Mondo Libero e opinione pubblica araba, a causa della disinformazione dei regimi locali (e di buona parte dei media europei, che dipingeva i tagliagole come novelli partigiani), dell’acceso nazionalismo arabo, dell’ignoranza coltivata per decenni- le rivolte partite lo scorso inverno rappresentano un’incredibile opportunità! Appoggiando chiaramente le istanze democratiche, l’Europa potrebbe finalmente guadagnarsi una nomea positiva tra i cittadini di Paesi come l’Egitto, la Tunisia, la Siria, l’Iran eccetera.

Naturalmente, e questo è il vero grave problema, tutto questo non succede. I motivi sono quelli suddetti: il più importante è la divisione in seno agli stati membri, per cui ad esempio la Francia ha interessi particolari ed esclusivi nelle ex colonie (e difatti Sarkozy uscì piuttosto male subito dopo la caduta di Ben Alì, tanto da divenire di colpo l’alfiere della democrazia araba nel giro di poche settimane, per ripulirsi l’immagine), mentre la Germania semplicemente guarda in altre direzioni e l’Italia coltiva secondari rapporti bilaterali con questo o quel dittatorello. Ora che la forza propulsiva della rivolta è andata scemando, il mondo nel suo insieme, e l’Europa in primis a causa della sua posizione geografica, corre però due grossi rischi che potrebbero far precipitare l’opportunità in grossi guai: il primo riguarda i Paesi che hanno visto la caduta dei dittatori (Egitto e Tunisia) e la probabile deriva “controrivoluzionaria” o integralista islamica. Non è difficile cogliere le prove di questo processo in Egitto, dove la giunta militare fa il bello ed il cattivo tempo assieme all’ala più influente della Fratellanza Musulmana, e dunque le ambasciate israeliane sono lasciate in balia di violenti manifestanti ed i copti sono trattati col pugno di ferro, massacrati e costretti all’esodo.

L’Europa, ancorché sollecitata dal Ministro Frattini, impiega un’infinità di tempo a condannare le violenze, che poi naturalmente non producono effetto alcuno, come l’hanno sortito in sei mesi di “venerdì di sangue” in Siria, dove dei comunicati di Bruxelles ne fanno carta straccia. Il secondo dei rischi sopra accennati riguarda proprio il caso Siria, assolutamente esemplare di una dinamica manifestatasi già due anni fa durante “l’onda verde” iraniana; dinamica questa che mette in luce la scarsa efficacia del soft power euro-americano: maggiore è la violenza esercitata dai regimi nello schiacciare (preferibilmente in maniera definitiva) ogni opposizione, minore è il rischio che le minacce di interventi esterni si concretizzino. Quanto questo sia, in prospettiva, tremendamente controproducente è abbastanza immaginabile: d’ora in poi ogni regime in difficoltà saprà per certo che tentennare è, di fronte ai Paesi occidentali, una sorta di via libera ad un facile “regime change”, mentre il pugno di ferro è garanzia di lunga sopravvivenza, ché tanto le sanzioni finanziarie europee possono essere controbilanciate dagli investimenti di Cina e Russia (partner con più pelo sullo stomaco che non si lasciano impressionare da metodi un po’ ruvidi nella lotta al dissenso).

Se a febbraio il quadro poteva parere incoraggiante, ora invece le tinte si sono fatte decisamente più fosche, e la colpa non è certo dei manifestanti, a digiuno di filosofia politica ed incapaci di costruire un nuovo sistema politico, né semplicemente degli islamisti o delle giunte militari. No, la colpa è soprattutto “nostra”; non potevamo pretendere che i Fratelli Musulmani non approfittassero della “primavera” per prendere il potere, stava a noi intervenire fortemente per controbilanciare, ad esempio sostenendo finanziariamente (non lo faceva forse l’America con gli anticomunisti italiani?) i gruppuscoli liberali e democratici, facendoci garanti del pluralismo politico ed intellettuale, favorendo l’apertura dei mercati locali all’economia mondiale tanto in entrata quanto in uscita, insomma coniugare i nostri legittimi interessi con l’espansione dei diritti universali.

Al contrario, per ignavia, lasciamo che Assad (ma vale anche per Saleh, Ahmadinejad ed i Sauditi) arrivi impunemente alle tremila vittime, ché se cadesse “sarebbe la guerra civile”, come se questa non fosse cominciata mesi fa, e così facendo non solo indirettamente lo favoriamo, ma pure ci inimichiamo i siriani che rischiano la vita ogni settimana e lasciamo che gli unici ad agire siano i fanatici sunniti, cui andiamo a genio meno che al leader Baathista.

Quanto controproducente sia questa mancanza di politica, tra l’altro assolutamente incoerente, ce lo diranno gli avvenimenti. Per adesso possiamo solo prendere atto di quanto poco l’Europa abbia voglia di contare nel mondo. Con l’Europa, l’irrilevanza coinvolgerà pure l’Italia (che d’altronde vi ha abituata) che non s’è certo meritata qualcosa di più, vista la disastrosa gestione della guerra libica, vissuta con palese e dichiarato fastidio dal Premier, che ha persino rischiato di spaccare la maggioranza per i distinguo della Lega e di parte del Pdl. Solo “in corner” il Ministro degli Esteri è riuscito a portare a casa qualche risultato concreto facendosi garantire dal Cnt il rispetto dei patti bilaterali siglati con Gheddafi, salvando così gli affari, ma non la faccia del Paese.

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