Licenza di pesca

By Redazione

ottobre 10, 2011 politica

Se ci sono intercettazioni telefoniche che vengono rese pubbliche prima ancora di finire tra le carte di un processo, ve ne sono altre che finiscono in cantina e ci restano vent’anni prima che qualcuno si accorga della loro esistenza. Se ci sono intercettazioni che non provano un cavolo e non c’entrano un cavolo con un processo in corso che scappano subito fuori e sono rese pubbliche e sbandierate tra le prelibatezze che un processo offre al pubblico, ve ne sono altre che contengono la confessione del colpevole di un omicidio ed alle quali sembra che nessuno faccia caso, così che finiscono per vent’anni sepolte tra le cartacce ed i rifiuti in cantina.

Queste le considerazioni che ci suggeriva la lettura sui giornali della notizia che nel processo per l’omicidio della Contessa Filo Della Torre, in cui la disponibilità della prova del D.N.A. sopravvenuta dopo che quello che con tale prova ora è stato identificato come colpevole, era stato prosciolto. Sembrava che della verità fossimo debitori al progresso della scienza intervenuto in questi anni, invece la verità stessa l’avremmo potuta conoscere subito dopo il crimine, attraverso un’intercettazione telefonica di un colloquio in cui il cameriere omicida Miguel Reys parlava nella sua lingua della vendita dei gioielli sottratti all’uccisa, colloquio intercettato che nessuno si era curato di tradurre e tanto meno di trascrivere. Nella realtà c’è assai di peggio. Ci sono intercettazioni che vengono messe da parte, fatte, praticamente, scomparire. Sono ritenute inutili, irrilevanti. Lo sono effettivamente, ma per l’accusa, mentre sarebbero utili e rilevanti, o potrebbero risultare tali, quando arriva il momento di giuocare a carte scoperte, per la difesa.

Un caso a parte è quello in cui qualcuno “è raggiunto” dalle accuse di un pentito. Accade spesso, sempre troppo spesso, che stranamente quel qualcuno, finché resta in libertà, non venga intercettato. Perché? Ipotizzare che si tema che le intercettazioni smentiscano il “collaboratore” o ne rendano più difficile “il compito” non è poi una supposizione troppo maliziosa. E sempre per rimanere nell’argomento intercettazioni, posso dire di avere inteso in televisione un’ottima definizione dell’uso delle intercettazioni che si fa in Italia. Peccato che a farlo non fosse un italiano per quel che accade in Italia, ma un (immaginario) giudice americano di uno dei soliti polpettoni paragiudiziari, per un (immaginario) caso americano. Il Sostituto Procuratore Distrettuale va da Vostro Onore e dice che contro quel tale birbante gli è venuta meno la prova principale: un teste, se ben ricordo, ha avuto uno strano incidente. E gli chiede l’autorizzazione ad effettuare intercettazioni telefoniche per riuscire a sapere qualcosa di altre attività illecite del cattivo soggetto. Vostro Onore gli risponde “attività illecite”? quali? Ho l’impressione che lei voglia una licenza di pesca”.

Ecco qua, voltatela e rigiratela come vi pare, ma il nocciolo della questione intercettazioni telefoniche nel nostro Paese è quello rappresentato da autorizzazioni che, quando non sono rilasciate in bianco (o ex post) sono delle “licenze di pesca”, come direbbe Vostro Onore. Intercettate, intercettate, qualcosa a carico di qualcuno (meglio se a carico di qualcuno importante o, almeno, noto) verrà fuori. E’ tutto qui. Il resto non è che non sia importante. Ma, c’è poco da modificare le leggi attuali, visto che, comunque, il “difetto sta nel manico”, “fatta la legge, trovato l’inganno”. Interpretando, naturalmente, interpretando…

da “Giustizia Giusta”

 

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