Il giudice D’Urso e l’unità nazionale

By Redazione

ottobre 9, 2011 Cultura

Ci sono persone e vicende che, benché oggi dimenticati dai mass media, rappresentano il simbolo dei pericoli della cosiddetta “peste italiana”, per usare un linguaggio caro a Pannella e ai Radicali italiani. Quella del giudice Giovanni D’Urso, morto qualche giorno fa dopo una lunga malattia nel proprio letto invece che trent’anni orsono in un qualche “carcere del popolo” delle Brigate rosse del partito guerriglia di Giovanni Senzani e compagni, è una di queste storie. Tutte da raccontare. Specie oggi che l’irresponsabilità di alcune forze politiche, di maggioranza e di opposizione, sembra voler rivalutare la stagione dell’unità nazionale riproponendocela in versione riveduta e scorretta. “La pelle del D’Urso” si intitola lo speciale di Radio radicale in cui viene rievocata la storia di quei 35 giorni. Giorni in cui il magistrato, addetto ai penitenziari di massima sicurezza alla fine degli anni ’70 e il cui nome fino al momento del suo sequestro, 12 dicembre 1980, era sconosciuto ai più, spiega molto bene che razza di manovra politica in quei primi giorni di gennaio del 1981, prima del rilascio del giudice (15 gennaio), si consumò.

Il presupposto era di ritrovarsi con un cadavere eccellente servito freddo dalle Brigate rosse al regime dell’epoca. Proprio a poche ore dalla morte di Giovanni D’Urso, uno dei protagonisti dell’epoca, Eugenio Scalfari, era stato ospitato a “Otto e  mezzo” da Lilli Gruber, che però si è guardata bene dal fare una domanda o un paragone, molto calzante in questi giorni in cui si ipotizza di nuovo un governo istituzionale o di salvezza nazionale. Nel gennaio del 1981 sostanzialmente le forze politiche si divisero in due: da una parte il Pci e la Dc, cosiddetto “partito della fermezza”, che come per Moro, e prevedendone cinicamente un identico epilogo, non volevano trattare e pretesero una censura sui tg di stato, gli unici dell’epoca, perché neanche una riga dei “deliranti comunicati” dei brigatisti venisse letto in tv come pretendevano i terroristi. Dall’altra i socialisti di Craxi e i Radicali di Pannella che, come invano avevano già tentato per Moro, erano invece i rappresentanti del “partito della trattativa”.

Al governo c’era Arnaldo Forlani come premier, entrato in carica nell’ottobre 1980 e rimastoci fino al giugno 1981. Ebbene il partito della fermezza, quello che Pannella in seguito chiamò “P2, Pscalfari e P38”, era pronto a far varare, sul cadavere o sulla pelle di D’Urso, un bel governo autoritario di unità nazionale Pci-Dc, spiazzando completamente i laici e i socialisti che sorreggevano il governo di Forlani. Il tutto all’insegna della salvezza nazionale. Inasprendo le leggi di emergenza come la Reale e la Cossiga che già esistevano e sospendendo alcune garanzie costituzionali in materia di giustizia, carcerazione preventiva e via dicendo. Quel progetto mai abbandonato che proprio il terrorismo portò dentro la cultura giuridica italiana, tanto da far ritenere a più di qualche osservatore, o “dietrologo”, che la violenza politica armata venisse finanziata e incoraggiata sotto banco ad hoc per trasformare l’Italia in un paese autoritario. Se D’Urso fosse stato fatto trovare morto dalle Br probabilmente oggi noi saremmo una repubblica di una democrazia ancora più “reale” di quella descritta nelle lunghe chiacchierate Pannella-Bordin della domenica pomeriggio.

Se qualcuno adesso si chiedesse del perché dello slogan “P2, PScalfari, P38”, la spiegazione la si può trovare (all’epoca ex post) in quello che emerse nel marzo 1981 dal ritrovamento degli elenchi della loggia Porpaganda due di Licio Gelli in quel di Castiglion Fibocchi. Guarda caso i giornali che avevano sponsorizzato il partito della fermezza nel caso D’Urso, e  prima ancora in quello Moro con gli esiti tragici che si conoscono, erano il “Corriere” e “Repubblica”. Ebbene il primo si scoprì essere di proprietà della P2 tramite Rizzoli, Calvi  e Tassan Din con alcuni redattori interni filo P2 piazzati nei posti chiave, direttore compreso. “Repubblica” invece con la P2 non c’entrava, in compenso sponsorizzava la politica autoritaria del responsabile del Pci per i servizi di sicurezza, il celeberrimo Ugo Pecchioli.

Che oggettivamente si raccordava con quella della P2. Inoltre Caracciolo, socio di minoranza del giornale, era in affari nel quotidiano  “La Nuova Sardegna” con Flavio Carboni, già all’epoca all’interno di ogni scandalo finanziario e nel caso in specie  proprio con uomini della Loggia tra cui il banchiere Roberto Calvi. La P2 avrebbe contribuito di lì a poco nel giugno 1981 alla caduta dell’esecutivo di Forlani, mentre la “P38”, la terza “P”, della citazione un po’ visionaria di Pannella, era la lotta armata sempre al servizio di questo o di quel potere autoritario dando la stura e il pretesto alla compressione “istituzionale” delle libertà civili e delle garanzie in Italia. Come di fatto è poi avvenuto sia pure in maniera strisciante. Tale era il quadro politico in Italia alla vigilia della scadenza dell’ultimatum brigatista sulla “pelle del D’Urso”. Pannella il 12 gennaio 1981 ruppe le uova nel paniere a questo disegno autoritario: mise a disposizione quei cinque minuti di spazio autogestito da tribuna elettorale che nemmeno la Rai dell’epoca osava negargli e mandò in onda l’allora diciottenne Lorena D’Urso che lesse alle 20 in prime time il comunicato brigatista (numero 8) in cui fu costretta a definire suo padre come “il boia D’Urso”. Tre giorni dopo il magistrato venne rilasciato dai brigatisti e il sogno autoritario di governo di unità nazionale che volevano “P2, PScalfari e P28” per quella volta svanì.

Oggi, che qualcuno demagogicamente definisce Pannella e i radicali come “il partito della morte”, per le posizioni liberali su temi etici come il fine vita, va ricordato che almeno al giudice Giovanni D’Urso però i radicali hanno allungato la vita di altri trenta anni. E la parabola di quel mancato governo autoritario di unità nazionale, correva l’anno 1981, dovrebbe servire da monito a quanti anche oggi sognano la fine di un governo in carica per motivi di emergenza nazionale per sostituirlo con un’abborracciata accozzaglia di tecnici sorretti dall’unità nazionale voluta soprattutto dai partiti che le elezioni le hanno perse.

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