Una giustizia da paura

By Redazione

ottobre 7, 2011 politica

Complessivamente sono stati 1450 i giorni trascorsi in carcere da Amanda Knox e Raffaele Sollecito, per un delitto che non hanno commesso; un numero che, all’estero, ha creato scandalo. Se addirittura The Guardian, il giornale della sinistra liberal britannica, in un articolo sul processo di Perugia, è arrivato ad affermare che “Silvio Berlusconi ha assolutamente ragione quando afferma che la giustizia ha bisogno di una radicale riforma”, allora qualcosa è successo davvero.
Nella vicenda Meredith non c’è modo di trovare qualcuno che abbia vinto. Ha perso la povera Meredith, incappata a vent’anni in un destino così assurdo da far dubitare che esista un destino. E ha perso l’ivoriano Rudy Guede, per ora l’unico condannato per concorso in un omicidio, in cui ha concorso da solo.

Qualcuno ha detto: “beh, alla fine hanno vinto Amanda e Raffaele, la loro innocenza è stata provata”. Ma cosa avrebbero vinto? Una vita devastata, ferita, umiliata, imprigionata per sempre dentro un incubo da cui non usciranno mai più.
Se poi usciamo dalle dimensioni individuali, la sconfitta si trasferisce sul piano storico. Ha perso il nostro paese, perché le immagini, che hanno fatto il giro del mondo, della folla fuori dal tribunale urlante di rabbia, con i pugni alzati a inveire contro gli avvocati, hanno richiamato un rito tribale, un primordiale desiderio di giustizia, un bisogno di cappio che non ha nulla a che vedere con uno Stato di diritto, semmai in Italia ce ne fosse uno.

A voler essere ironici, ha perso anche la fiction poliziesca italiana perché, mentre noi trasmettiamo serie televisive come Ris per elogiare la nostra polizia scientifica, la Abc  ha invitato gli inquirenti italiani a guardare Csi per imparare a condurre le indagini sul luogo del delitto.
Ma soprattutto ha perso il nostro sistema giudiziario che sui media americani e inglesi è stato descritto come incomprensibile, improvvisato, incoerente e soprattutto influenzabile dal circo mediatico da cui si fa colpevolmente avvolgere e che esso stesso alimenta. Un sistema in cui il 50% delle sentenze sono ribaltate in appello, in cui i tre gradi di giudizio non sono più un elemento di garanzia ma di persecuzione infinita e per il quale, come ha scritto Douglas Preston, profondo conoscitore della giustizia italiana, “se sei arrestato per un crimine e non hai alibi, sei in grave difficoltà”.

La verità è che Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono stati assolti perché a loro carico non è stata trovata uno straccio di prova che potesse inchiodarli. Qualche indizio infilato in una nebulosa di ipotesi, ma nessuna prova. Persino il movente alla fine era un “niente”, secondo gli stessi pm, in un processo che il Telegraph ha definito ” calamitously“, cioè disastroso. E questa, a rigor di logica, è un’altra grande sconfitta. Non ovviamente la loro assoluzione, ma il quadro desolante della giustizia italiana. Giuliano  Mignini, uno dei magistrati che ha richiesto l’ergastolo per i due ragazzi, ha accusato il sistema giudiziario di essere troppo garantista. Semmai è troppo teoretico; si fonda su congetture che poi diventano teoremi. Ma quasi mai su prove. Solo che, in questo caso, la pressione internazionale ha fatto in modo che il processo si svolgesse obbligatoriamente sotto gli occhi di sensibilità giuridiche diverse dalla nostra.
Mignini, il grande accusatore, in questi mesi è stato più volte attaccato dalla stampa americana e anche inglese. A volte con toni molto accesi. Si dirà: per motivi di campanilismo e sentimenti anti-italiani. Ma non è così. L’opinione pubblica inglese e quella americana esprimevano sentimenti contrapposti, perché inglese era la vittima e americana era una degli accusati. Il motivo è un altro: in quei paesi sarebbe inaccettabile che ad un magistrato come Mignini, interdetto e condannato in primo grado a un anno e quattro mesi per abuso d’ufficio con accuse pesantissime, sia consentito continuare a gestire un processo del genere.

In Italia matura sempre più la consapevolezza di una giustizia che non tutela il diritto, né i cittadini, ma si trasforma in una spaventosa macchina di controllo e di coercizione in cui non è più l’accusa a dover essere provata, ma l’innocenza. Il processo Meredith ha solo portato a far conoscere all’estero il nostro sistema giudiziario. Da oggi, la paura di capitarci in mezzo e di non uscirci più vivi non sarà prerogativa solo dei cittadini italiani.

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