La stoffa del bavaglio

By Redazione

ottobre 7, 2011 politica

Il ddl Alfano, quello sulle intercettazioni, per intenderci, è stato oggetto sostanziose modifiche in commissione giustizia alla Camera dei deputati. Della versione iniziale, quella che provocò una levata di scudi un paio d’anni fa, non rimane che l’impianto di base. Cerchiamo di capirci qualcosa

Il ddl, presentato dall’ex Ministro di Giustizia, ha, sostanzialmente, lo scopo di limitare l’uso delle intercettazioni telefoniche e ambientali sotto un duplice aspetto. Appare utile analizzarli separatamente per comprendere le conseguenze giuridiche e sociali qualora la proposta diventasse legge a tutti gli effetti.

Il primo, come detto, attiene alle conseguenze processuali. Infatti, il testo è contrassegnato da una serie di divieti e restrizioni riguardo all’uso delle intercettazioni. Ad esempio, all’art. 1 è previsto da parte del Procuratore Generale il potere di sostituire il magistrato titolare delle indagini qualora abbia rilasciato interviste o dichiarazioni concernenti il contenuto, anche sommario, delle intercettazioni effettuate e raccolte.

In secondo luogo, il limite più importante attiene all’arco temporale delle medesime nella fase delle indagini. Infatti, il disegno di legge del governo modifica l’art. 267 c.p.p. al terzo comma. Attualmente, il pubblico ministero, in conformità a precisi requisiti quali particolari forme di reato, gravi indizi di reità, può effettuare le intercettazioni per un periodo non superiore ai 15 giorni. Un periodo che però può essere prorogato con decreto dal giudice per le indagini preliminari per periodi successivi sempre di 15 giorni. Con il ddl Alfano, invece, si ha un primo periodo di 30 giorni nei quali il pm può effettuare le intercettazioni e, successivamente, una doppia proroga autorizzata dal giudice suddivisa in due lassi di tempo da 15 giorni ciascuno, per un massimo di 60. Infine, per particolari condizioni e circostanze, può essere disposta dal giudice su richiesta del pm un’ultima proroga di altri 15 giorni. Ciò comporta un periodo totale di 75 giorni.

Un’altra modifica sostanziale che potrà essere introdotta dal disegno sulle intercettazioni riguarda il divieto di pubblicazione, anche in forma riassuntiva, del contenuto delle trascrizioni, siano esse rilevanti o non ai fini del processo. Un divieto che opera fino all’udienza preliminare a chiusura delle indagini. Il secondo aspetto, invece, si riferisce alle eventuali modifiche operanti nell’esercizio del diritto di cronaca. La violazione del divieto di pubblicare anche in forma di riassunto le intercettazioni, come visto prima, comporta per il magistrato conseguenze sulla conduzione delle indagini, e per il quotidiano e il giornalista sanzioni pecuniarie e una pena  detentiva da 6 mesi a 3 anni. Sanzioni che hanno l’esplicito scopo di limitare e punire la pubblicazione illegittima d’intercettazioni e relativi riassunti d’indagini in corso.

In breve, il ddl esaminato ha il fine di limitare e comprimere la discrezionalità del magistrato inquirente e il diritto di cronaca del quotidiano nella fase delle indagini. Queste restrizioni si basano, contrariamente all’opinione di molti costituzionalisti, su due fondamentali ed incomprimibili principi costituzionali.

Si fa riferimento, in primo luogo, all’art. 13, riguardante la libertà personale, e all’inviolabilità personale di cui all’art. 14. Si rammenta che su tali principi costituzionali è stata sviluppata la tutela del diritto alla privacy che poi ha trovato codificazione con il decreto legislativo n. 196/2003. In secondo luogo, ad onor del vero, si riporta l’art. 21 cost. che disciplina il diritto di cronaca.

A mio modesto avviso, i limiti sulla pubblicazione non contrastano con i principi costituzionali menzionati, poiché si tutela l’indagato nella fase preliminare e nella raccolta delle prove che ancora non sono giudicate come tali. Si potrebbero, per esempio, assumere intercettazioni nella fase delle indagini che poi o sono irrilevanti o nulle secondo il codice di procedura penale. Per tale motivo è ragionevole tutelare, mediante un divieto generico, la pubblicazione delle intercettazioni nella fase delle indagini. Le intercettazioni, tuttavia, possono essere pubblicate dopo l’udienza preliminare o la chiusura delle indagini non violando, dunque, il principio di diritto di cronaca. Inoltre, la restrizione presente nel ddl cerca di non influenzare negativamente il magistrato inquirente e il giudice delle indagini preliminari nella fase di assunzione delle prove, evitando i processi mediatici e tutelando l’imparzialità e la terzietà dei medesimi magistrati.

Ciò che invece non si comprende è il limite del periodo delle intercettazioni per un massimo di 75 giorni. Non è possibile limitare l’attività delle indagini soprattutto in materia di criminalità organizzata e per i reati mafiosi e questo rappresenta un grave danno per la certezza del diritto nella fase processuale.

Oltre queste osservazioni si dovrebbe anche aggiungere che il Parlamento non ha avuto il coraggio di incidere sul sistema giudiziario mediante una riforma organica e strutturale costituzionale per ridurre i costi (non un mero taglio delle spese del bilancio, dunque) e per accorpare le circoscrizioni al fine di accelerare le cause non solo civili ma anche penali. In questo senso il governo ha voluto solo toccare, mediante il ddl Alfano, la questione spinosa delle intercettazioni. A questo si aggiunge il problema della professionalità e della preparazione di una folta schiera di giudici e magistrati inquirenti.

L’uso delle intercettazioni non è indispensabile per la risoluzione dei casi penali. Si pensi alla lotta condotta da Falcone e Borsellino quando la tecnologia non era sviluppata come oggi. Sono riusciti a far condannare mediante altre prove gli indagati? La storia la sanno tutti. Inoltre, una volta raccolte le prove è necessario farle valere in giudizio. E qui evidenzio un’altra nota dolente avvalorata da recenti casi giudiziari nei quali, pur in presenza di prove schiaccianti, queste si sono deteriorate oppure inquinate o addirittura distrutte. Si ricordano, ad esempio, i seguenti casi non troppo lontani: Claps, dove il cadavere fu trovato parecchi anni dopo per non aver controllato un solaio, Caso Meredith, dove le prove sono state inquinate grazie all’incuria della scientifica e la prova schiacciante non è stata conservata a dovere, Caso della Contessa Filo della Torre, dove la telefonata importantissima nella quale il principale sospettato parlava del delitto non era stata ascoltata e trascritta.

Tutto concorre ad evidenziare la miopia del governo e della classe politica ad individuare i veri punti cruciali del sistema giudiziario, questo, però, non vuol dire che non via una vera e propria giungla nella pubblicazione delle intercettazioni a mezzo stampa. Dall’altro lato, invece, vi sono una superficialità e poca professionalità dei magistrati nella conduzione delle indagini rivolta a soggetti politici e non, che il più delle volte si concludono con l’amara formula del “il fatto non sussiste”. Sotto i due aspetti evidenziati, sorge comunque un’unica domanda: ma le intercettazioni sono davvero il vero problema?

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