Amanda se ne va.

By Redazione

ottobre 5, 2011 politica

“Se ti accusano di avere rubato la Madonnina del duomo di Milano fuggi in Inghilterra”. Lo diceva il grande avvocato e giurista del dopoguerra Francesco Carnelutti e la cosa appare valida oggi a maggior ragione, mutatis mutandis, per Amanda Knox. Che, ci informano le agenzie, è partita per Londra con la famiglia e da lì probabilmente andrà a Seattle, viaggio di sola andata. In realtà, a ben vedere, l’aneddoto si attaglia di più a uno come l’ex direttoree dell’ “Avanti!”, Walter Lavitola, accusato di ogni nefandezza e con un mandato di cattura a carico, senza che però si sia ben capito quale sia stato il suo reato visto che l’inchiesta se la litigano tre procure diverse con esiti e imputazioni costantemente contraddittorie. Amanda infatti è addirittura stata assolta con formula piena insieme a Raffaele Sollecito. Che farebbe bene a raggiungerla al più presto, se del caso convolando anche a “giuste nozze”, visto che si amano ancora. E chiamare quella di ieri “una fuga” è l’ultimo  oltraggio che si può fare non solo a lei come imputata ma a tutta la verità processuale.

L’esito del processo di secondo grado, benché la giustizia italiana (al contrario della matematica) sia ormai un’opinione, appariva scontato visto che l’accusa non è riuscita a produrre altro che imprecazioni contro i periti d’ufficio nominati dalla corte di assise di appello che hanno ridicolizzato gli errori dei periti e della scientifica e del Ris, presi come oro colato in primo grado. A ciò si aggiungano argomentazioni metagiuridiche come il dire che “se non sono stati loro allora chi è stato”, che è il tipico discorso del quisque de populo sul 64 barrato. E infine, ciliegia sulla torta, chiedere l’ergastolo “perché se li assolverete scapperanno all’estero”.

In questo processo, peraltro montato dai media, con i vari plastici alla Vespa e nelle trasmissioni ad hoc che ormai sono vere armi di distrazione di massa dai veri problemi del paese, per sbaglio (e all’ultimo) è uscita fuori la vera notizia: in Italia la giustizia penale è amministrata dalle procure in maniera sacerdotale. E quando si sceglie, per caso, si spera in buona fede, un credibile colpevole di repertorio non lo si molla più finché non si è data in pasto all’opinione pubblica una sentenza di colpevolezza. Non il colpevole ma “un colpevole”. Purchessia. E questo spiega la delusione dei perugini che ieri hanno urlato genericamente “vergogna”, come se un arbitro avesse negato il rigore alla locale squadra di calcio. Magari chi lo ha fatto era in buona fede e non sa di aver preso parte a un rito inconscio collettivo per il quale si sarebbe voluto che la telenovela Meredith avesse avuto una puntata in più: quella della Cassazione. Da celebrare sempre con le telecamere e gli inviati di mezzo mondo cui oramai i cittadini locali si erano assuefatti.

E invece no: da domani si torna provincia in terra italiana, la musica è finita e gli amici se ne vanno. E i due imputati, assolti da alcuni (rari) giudici coraggiosi che hanno trovato la forza di sbattere la porta in faccia alle argomentazioni suggestive quando non di vera presa in giro dell’intelletto giuridico e umano, hanno tutto il diritto di andarsene da un Paese così ridotto male dal quale ormai scappano tutti quelli che possono scappare. I giovani per trovare lavoro altrove senza spintarelle e raccomandazioni, gli anziani per godersi quei quattro soldi di pensione in posti meno cari, magari anche nel terzo mondo al di là del Mediterraneo. Un’ultima notazione sarcastica la meritano gli effetti speciali degli uomini vestiti da astronauti che scimmiottano quelli dei “cold case” televisivi, salvo distruggere la scena delle prove con interventi maldestri, magari non togliendosi i guanti che prima hanno toccato altri reperti. O confondendo il dna umano con l’amido. Noodles-De Niro in “C’era una volta in America” li avrebbe definiti “tutti chiacchiere (da talk show) e distintivo”.

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