Goodbye Emma

By Redazione

ottobre 4, 2011 politica

Alla fine Marchionne ha preferito andarsene. Confindustria perde la Fiat e, cosa ben più importante, si ritrova all’angolo nel teatrino politico che aveva messo in piedi in queste ultime settimane. I fatti: il Governo e il Ministro Sacconi mettono a punto l’articolo 8 della manovra ferragostana e consentono alle parti e ai contratti aziendali di derogare a contratti nazionali e leggi. Apriti cielo: Cgil, Cisl e Uil in ordine sparso finiscono per rinfacciarsi colpe e omissioni e qualcuno (Camusso) inizia a gridare all’abrogazione implicita dell’art.18. In un paese normale, con delle relazioni industriali normali, le associazioni datoriali avrebbero dovuto spiegare che no, il senso non è l’abrogazione dell’art. 18 ma il rafforzamento della contrattazione aziendale e la possibilità data ad imprese e lavoratori di evitare delocalizzazioni di massa causate dall’assurdo impianto normativo che ha il nostro mercato del lavoro.

Invece no. Emma Marcegaglia ha preferito la via dello scontro tutto politico: prima ha sciabolato ultimatum al governo sotto forma di “manifesti per la crescita”, poi ha firmato un accordo con le parti sindacali che intendeva in tutto e per tutto svuotare di ogni significato l’art.8 della manovra. L’idea della leader di Confindustria era quella di dimostrare che la spinta modernizzatrice del mercato del lavoro non promanava dalla ministeriale Via Veneto ma dalla confindustriale Viale dell’Astronomia. Un tentativo di sottrarre al governo il bandolo della tela che Sacconi, Tremonti e Romani stavano tessendo con Cisl e Uil per isolare la Cgil e la parte massimalista del sindacato che si era opposta agli accordi di Pomigliano e Mirafiori.

Il macigno doveva essere rappresentato dal palese apprezzamento dimostrato da Marchionne per l’amico Montezemolo. Un endorsement che implicitamente significava una critica all’attuale esecutivo. Per Marcegaglia si trattava soltanto di unire i puntini: chiudere l’accordo con tutti i sindacati (tutti, mica come il Governo che divide) e chiudere la stalla prima che i buoi del Lingotto potessero scappare. Il manifesto per la crescita, ideale cappello ideologico dell’operazione, avrebbe dovuto chiudere il cerchio e dimostrare a tutti che relazioni industriali e governo dell’economia erano ormai in mano ad una ristretta élite industriale e non più nella disponibilità di un governo paralizzato e accerchiato.

Peccato che Marchionne, a differenza sua, stesse facendo i conti prima per la sua azienda e poi per gli equilibri politici del dopo-Berlusconi. Così la mossa di Fiat che saluta tutti e se ne va finisce per rompere l’accerchiamento, rafforzare i ministri economici dell’esecutivo Berlusconi ed indebolire, probabilmente definitivamente, la presidenza di Emma Marcegaglia. Che in queste condizioni non potrà scegliersi il successore e sarà costretta ad ingoiarsi un presidente che come primo atto plauderà all’art.8 della manovra e chiuderà l’accordo per il ritorno di Fiat in Confindustria.  Goodbye Emma.

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