Contrada: revisione del processo

By Redazione

ottobre 4, 2011 politica

La Corte d’Appello di Caltanissetta ha dichiarato ammissibile la richiesta di revisione del processo avanzato dall’Avv. Giuseppe Lipera per Bruno Contrada. E’ un primo passo. Per ristabilire verità e giustizia. Il più, forse, è ancora da compiere. Ma è, invece un passo di fondamentale importanza per quel che riguarda il ripensamento, atteso da anni, circa quell’atmosfera di faziosità e di furore ideologico che si è creata attorno alla questione della mafia e dei sistemi per combatterla e di persecuzione contro chi la combatta fuori dei “ranghi” dei “condottieri” che della lotta pretendono il monopolio. Ed attorno al ruolo di certi gruppi “di punta” della magistratura ai quali è stato appiccicato un alone di onnipotenza e di onniscienza. Ed attorno a molte altre cose.

Non è certo nostro intendimento spezzare una lancia in favore di Bruno Contrada, saltando sul carro innocentista, nel momento in cui, per merito altrui, sembra essersi finalmente avviato per la strada giusta.
Ma vi sono questioni di principio, pezzi di storia del nostro Paese, sintomi di patologie gravi del nostro sistema giudiziario che vengono al pettine in questa occasione e che possono e debbono essere affrontati e discussi anche da chi non ha meriti, strumenti di conoscenza, responsabilità in ordine al caso dell’imputato e condannato che oggi vede aprirsi uno spiraglio nella cupa cappa che ha soffocato il suo destino di uomo e di servitore dello Stato.

Bruno Contrada era a Palermo quale funzionario ai massimi livelli del SISDE cioè dei servizi segreti del ramo civile. L’intervento dei Servizi  nella lotta alla mafia non era certo effettuato contro il volere della magistratura, che, per quel che ne sappiamo, ne esigeva la presenza e l’impegno. Bruno Contrada è stato condannato con un processo che, a parte certe crudeltà cautelari che l’hanno contraddistinto, benevolmente, può essere definito, secondo una vecchia classificazione, “indiziario”.

Gli indizi sono stati fatti consistere nei giudizi di svariati boss mafiosi, tutti, peraltro, riportati “de relato” da altri più o meno illustri mafiosi pentiti ed “impunitarii”, relativi a connivenze del’alto funzionario (dei Servizi Segreti) con la mafia. Credo che sia la prima volta nella storia, che un capo dei servizi segreti, oppure una spia, spione o come altro li si voglia chiamare, sia stato condannato per essere stato giudicato “dal nemico” come passato dalla sua parte. Tale giudizio, in genere, viene addotto da qualsiasi appartenente a servizi segreti di qualsiasi genere, nazionalità, latitudine, continente, epoca storica come prova del successo e dell’efficienza del servizio che, se deve essere segreto e tale da assicurare condizioni di sicurezza non raggiungibili con l’impiego di normali organi di Polizia, deve essere spregiudicato e tale da creare nell’avversario la massima confusione di idee.

Ma, nel nostro Paese volere la botte piena e la moglie ubriaca è nelle tradizioni e negli intendimenti di personaggi cui è affidata tanta parte del destino nostro. Così si vogliono i servizi segreti. Ma, si vuole che siano “trasparenti”. Non si tratta di una nostra malignità. Andate a leggere la legge sui servizi di sicurezza e ne troverete conferma. Ci si è preoccupati persino di stabilire che gli “informatori” utilizzati da Servizi debbano essere antifascisti e fedeli alla Costituzione. Non ci si è preoccupati, invece, di stabilire poteri speciali, salvacondotti ed esenzione da obblighi e vincoli, se non quello, in verità assai modesto, ma indice di una mera velleità di riaffermare la necessaria spregiudicatezza, soffocata dalla timidezza del legislatore nel manifestare i suoi intendimenti e riconoscere essenziali necessità, consistente nell’esenzione dall’obbligo di riferire all’autorità giudiziarie sui reati di cui i Servizi stessi vengano a conoscenza.
La storia di Contrada, quella del processo a suo carico nasce da qui. Si ha la netta impressione che la magistratura mal tolleri il lavoro di funzionari che non siano alle sue dirette dipendenze (cosa impossibile ed impensabile se si tratta di funzionari dei Servizi) o che addirittura abbia preteso e pretenda che anche gli agenti segreti operino ai suoi ordini riferendo ogni particolare delle loro operazioni (cosa ancor più impossibile ed impensabile ed addirittura allarmante e pericolosissima).

C’è da aggiungere che nel caso Contrada ha giuocato un dato assolutamente consueto nella storia dei servizi segreti di ogni Paese: quello delle lotte interne, delle coperture assicurate a taluno con la pelle di un altro etc. etc. Non facciamo nomi. Non è necessario. Ma, nel caso italiano, nel caso Contrada, un ulteriore aspetto abnorme di questo cannibalismo tutt’altro che inusuale nel ramo, è rappresentato dal fatto che le lotte intestine non si esauriscono all’interno, proprio per questa pretesa della magistratura di disporre anche dei servizi segreti e di “assumerne il controllo e il comando”. Con la conseguenza che chi deve guadarsi dal cannibalismo altrui non sa mai da quale parte possa venirgli il morso e dove appoggiarsi per salvarsi la pelle.

Ma, quel che più duole è il fatto che nel caso Contrada si sia scatenata la macchina del pentitismo e che, anzi, dei pentiti sia stato fatto l’uso più incontrollato e disinvolto, secondo criteri di valutazione in altri casi ritenuti non idonei a stabilire l’attendibilità dei dichiaranti. Che i pentiti, cioè gli sconfitti, debbano decidere della sorte di chi li ha messi nel sacco è assurdo, se non è qualcosa di peggio. Ed il peggio, tanto per essere espliciti, è che si è avuta (e si ha spesso) proprio l’impressione che ci si voglia regolare come si trattasse di una scelta tra la credibilità dei pentiti e quella dei funzionari dei Servizi, tra “il buon nome” delle “bocche della verità” e la cattiva fama dei redattori di rapporti e di raccoglitori di voci e di sussurri, magari, attraverso rischiose “infiltrazioni”.

In ogni sistema, in ogni Paese, può darsi il caso di un funzionario corrotto, tale riconosciuto attraverso un processo. Ma da noi, col caso Contrada, si è arrivati ad affermare che un funzionario era corrotto e colluso, senza che nessuno lo avesse corrotto, senza una ragione perché si rendesse infedele, quasi che scivolare nella collusione e nell’infedeltà fosse naturale tendenza di chi serva lo Stato in uno dei più delicati settori della sua organizzazione. Potremmo dire molte altre cose ancora. Auguriamoci che emergano dal processo.
E’ un augurio che, più che a Contrada ed al suo difensore, facciamo a noi stessi.

da Giustizia Giusta

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