Resa dei conti o addio

By Redazione

ottobre 3, 2011 politica

Resa dei conti o addio? Si gioca in queste ore la partita decisiva tra Radicali e Pd che, dopo tre anni di infelice alleanza, potrebbero siglare lo strappo definitivo. E’ bastata una miccia, il voto sulla mozione di sfiducia a Romano, per trasformare la tumultuosa convivenza in aperta bagarre. Sono volate parole pesanti e più di qualcuno ha paventato l’espulsione della pattuglia radicale dal partito Democratico. Agli atti però, resta il messaggio chiaro e tondo di Marco Pannella che non annuncia divorzio perché “non c’è mai stato matrimonio, visto che il Pd ha preferito farlo con l’Idv di Antonio Di Pietro”.

Per analizzare questa fase storica del movimento politico fondato nel 2001, abbiamo telefonato ad Annalisa Chirico, giornalista freelance classe 1986 (cura una rubrica su Panorama) nonché membro del comitato nazionale dei Radicali. Nel suo curriculum anche una laurea in Scienze Politiche alla Luiss (al pari della coinquilina Giulia Innocenzi) e un’esperienza al Parlamento Europeo al fianco di Marco Cappato. “Che cosa ci stiamo a fare in questo Pd?” si domanda la giovane promessa radicale che al suo partito chiede una sferzata decisa, magari abbandonando i democratici alla Camera per approdare al Gruppo Misto.

L’astensione dei Radicali nel voto di sfiducia a Romano va interpretato come una rappresaglia dopo i fatti del Senato oppure come un ritorno alla tutela del garantismo, cavallo di battaglia del movimento radicale?

“I radicali hanno giustificato questa situazione facendo valere l’argomento della rappresaglia, come risposta all’opposizione di Pd e Pdl sull’amnistia, ribadendo che non sono entrati nel merito del caso Romano. Io invece nel merito ci entro da radicale garantista, perché non penso si sia trattato semplicemente di un voto di risposta all’ennesimo sabotaggio alle nostre proposte, ma è un voto nel merito. La concezione che basta essere in odore di mafia per essere sfiduciati va lasciata ai trialismi così cari all’Idv. E al Pd stesso che sul versante economico deve competere con Vendola assumendo sempre di più posizioni antiliberiste, mentre sul versante della giustizia insegue il manettaro Di Pietro”.

Quindi l’argomento della rappresaglia post-Senato non è sufficiente a spiegare la defezione dei Radicali.

“No, perché se è vero che astenersi è stata la giusta risposta al sabotaggio contro la proposta radicale di amnistia, credo però che nel caso del voto-Romano entri in gioco un principio liberale, quello per cui la mozione di sfiducia nei confronti di un singolo ministro è un atto politico, ne consegue che il ministro può essere sfiduciato per motivazioni politiche. Non condivido che lo si sfiduci sulla base di sentenze emanate al di fuori dei tribunali, pratica ormai diventata un malcostume italiano secondo il quale i processi si fanno in Parlamento o nelle piazze. Io sono garantista e non mi piace il garantismo a intermittenza, patologia presente nel Pdl. Penso che i radicali debbano rivendicare senza vergogna il fatto che non basta essere in odore di mafia per essere sfiduciati. Oggi purtroppo c’è questa rincorsa generale, non ad avere giustizia, ma a fare giustizia in modo sommari: si gioca a chi è più puro e nella gara ad accaparrarmi l’etichetta di ‘più puro’ epuro gli altri. Che avrei fatto io? Avrei sfiduciato il ministro, ma per altre ragioni”.

Ah, quali?

“Per la politica che sta conducendo. In Italia la politica agraria è stata affidata a Coldiretti, Carlo Petrini e Lega Nord. Questo Governo è stato capace di cambiare tre ministri nel corso di questa legislatura perché non c’è nessuna attenzione per il settore agroalimentare che, del resto, è in grande affanno. Abbiamo quarantamila aziende agricole che ogni anno chiudono i battenti, vittime di divieti e ostacoli che l’Italia frappone all’innovazione. Abbiamo imprese agricole che non riescono a competere a livello internazionale. Abbiamo un deficit della bilancia commerciale di 10 miliardi di euro l’anno. Stiamo ancora pagando le quote latte, 4,5 miliardi di euro a carico dei contribuenti, per il protezionismo tribale della Lega. In tutto questo, trascorsi alcuni mesi dal suo insediamento, non abbiamo ancora capito quale sia la proposta di Romano per rilanciare un settore in affanno”.

Ci ritroviamo davanti al solito corto circuito tra giustizia e politica?

“Siamo in un paese in cui la mancata riforma della giustizia che rimproveriamo a Berlusconi, di cui lui stesso è vittima, ha accentuato lo squilibrio tra i poteri dello stato. Siamo il paese in cui negli anni 90 la magistratura è stata in grado di cambiare una classe politica salvando solo i comunisti, lo stesso paese in cui le procure si rimpallano le inchieste, dove centomila intercettazioni vengono pubblicate senza alcun rispetto per l’onorabilità delle persone in contrasto con la legge. Parliamo di intercettazioni ancora coperte dal segreto istruttorio per cui nessun pm apre un’inchiesta: questo fa capire come l’obbligatorietà dell’azione penale in Italia sia una pagliacciata”.

Sfiducia sì, ma per motivi squisitamente politici.

“Aborro chi afferra la clava della sentenza prima del processo per far fuori un ministro. Tra l’altro aggiungo che il concorso esterno in associazione mafiosa è l’unico reato di natura giurisprudenziale sul quale diversi illustri pensatori hanno manifestato preoccupazioni in virtù di una concezione liberale e garantista del diritto, facendo notare come il concorso esterno sia materia delicata. Abbiamo visto illustri personalità che hanno subito anni di processi, dispendiosi termini di denaro, reputazione e salute, per poi essere assolte”.

E’ palpabile il malcontento dei radicali circa il garantismo dimenticato?

“Oggi anche tra i radicali c’è una tensione rispetto alla questione del garantismo e al rapporto tra politica e giustizia. Ma dobbiamo avere il coraggio di dire che quando il parlamentare è in carica non è un cittadino comune ed è giusto prevedere delle forme di immunità. Aggiungo che non mi sono piaciuti nè il voto su Papa nè quello su Milanese perché ritengo che il fumus persecutionis sia una grande ipocrisia. D’altro canto c’è da dire che le regole attuali sono sbagliate perché in base ad esse la privazione della libertà personale di un soggetto viene affidata al calcolo politico tra i partiti”.

Filippo Facci ha scritto che “il Pd si comporta come se i Radicali non esistessero”. E’ così?

“Filippo ha ragione anche quando scrive che al Pd i Radicali ‘stanno sulle palle’. E’ vero perché noi non abbiamo nulla a che spartire con quella storia dato che il Pd è il partito mai nato, l’incarnazione terrena del compromesso storico tra post-comunisti e post-democristiani e tale è rimasto. Questo partito democratico è in mano alla stessa nomenclatura, deve competere con Vendola sul versante economico, assumendo posizioni stataliste e antiliberiste, mentre per la giustizia il principale competitor è Di Pietro. Ormai la presenza dei Radicali nel Pd non è soltanto inutile, ma anche dannosa per noi e il nostro elettorato che non ci riconosce. Bersani non ci espellerà perché sono incapaci di tutto ma noi dovremmo dare un segnale visibile, magari andare nel Gruppo Misto”.

C’è aria di resa dei conti. L’addio dei Radicali al Pd è soltanto una formalità?

“Pannella non ha parlato di uscire dal gruppo del Pd alla Camera. Dopo tre anni siamo  ancoraqui a parlare di un Pd che nel tempo ci ha sabotato tutte le nostre proposte su tanti temi: dal trattato Italia-Libia, all’esenzione dell’Ici al Vaticano, passando per il ddl svuotacarceri e ora l’amnistia. Bersani va a Vasto, parla di nuovo Ulivo e neanche cita i Radicali. Credo che andrebbe presa una decisione in fretta, anche perché vedo il rischio di disorientare iscritti ed elettori”.

Quale può essere il ruolo dei radicali nel futuro scacchiere politico?

“I radicali sono una pattuglia di libertà in un paese dove la presenza dello Stato, dall’economia ai diritti civili, alla giustizia, è asfissiante. L’ipotesi di un Caf (Casini-Alfano-Formigoni) e le prospettive di una nuova Balena Bianca dimostrano ancora una volta l’importanza dei radicali che rimangono sentinelle di libertà, per una visione laica, liberale e libertaria dello Stato. L’Italia ha bisogno dei radicali per conservare un minimo di civiltà, secolarizzazione e modernità. I radicali sono i paladini della libertà dei moderni, dunque devono continuare a giocare un ruolo dentro le istituzioni. Anche se in tutti i modi cercano di emarginarci, dobbiamo continuare a trovare spazi”.

E’ ipotizzabile un ritorno nell’alveo del centrodestra?

“Con questo centrodestra non so. Se i piani futuri prevedono un Caf, non ho idea di cosa potremmo farcene. Tuttavia credo che si debba comunque continuare a coltivare l’alternativa, certamente tenendo aperto un canale di dialogo con il centrodestra”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *