Non di solo spread muore l’uomo

By Redazione

ottobre 2, 2011 politica

È diventato disdicevole, inopportuno, quasi indelicato. Discutere e appassionarsi ad argomenti che esulano dall’economia, dalla lotta quotidiana delle famiglie italiane per arrivare a fine mese, dal problema del precariato giovanile… non tira, non va per la maggiore. Vale a dire che poco conta tutto il resto, una volta che c’è la crisi che ti sta alle calcagna. E chi ha più tempo di pensare, che so io, all’ambiente, ai diritti civili, all’immigrazione, all’istruzione, alla guerra. Semplicemente, non è prioritario.

L’unico tema che, eventualmente, può distogliere la nostra attenzione dallo spread è la questione morale. Che poi, si sa, è strettamente collegata alla crisi economica. Infatti, come tutti gli economisti sanno, più del presidente Berlusconi vengono a galla le distrazioni allegre, più la borsa va giù. E con lei il nostro morale. Trovo sempre più difficile trovare qualche connazionale con cui discutere di cose inutili, o comunque non di economia. E io ne ho necessità, mi serve come il pane, perché di spread non capisco niente. Forse, lo ammetto, neanche mi interessa.

Così ho iniziato a chiacchierare con la mia amica Susan. Susan è una validissima compagna di conversazioni ragionevoli. È americana. È una signora di mezza età, molto elegante e ben educata. Una signora come si deve, con la casa ordinata, i vestiti stirati e un sorriso da Hollywood. Si intuisce che mangia sano, niente robaccia fritta, niente grassi insaturi. Parla un inglese corretto, ogni tanto tradisce un accento americano che aggiunge a ciò che dice una certa innocence, nel senso warthoniano del termine. Susan è una liberale conservatrice, molto cattolica. Dello spread le interessa proprio poco. Ed è per questo che andiamo tanto d’accordo. Ci appassioniamo di cose che riusciamo a capire, bene o male. Abbiamo parlato di una cosa di cui non parla più nessuno. Di guerra.

Le ho raccontato proprio in questi giorni di come io non nutra una grande simpatia per le divise, per l’esercito, per i ranghi militari. Le ho spiegato che sapere di un giovane soldato morto ammazzato in Afghanistan o in qualche altro angolo di mondo, mi mette solo tanta rabbia. Soprattutto se penso che magari quello era partito pensando che al ritorno, con i soldi della missione, poteva metter su casa, magari sposarsi e fare un figlio. Magari. Non è uno sminuirne il sentimento patriottico. Non è per insultarlo, né per offenderlo. Non voglio dargli del mercenario. Anzi, trovo che ammettere candidamente che un soldato viene pagato possa dargli un volto più terreno, più umano. I soldati non sono santi. Sono uomini normali, con desideri ordinari. E mi arrabbio tanto quando vengono ammazzati o quando accidentalmente muoiono sul suolo di una nazione che non è la loro, lontano dai loro affetti e dai profumi della terra che li ha visti nascere.

Susan ci tiene a questi argomenti e mi ha ricordato una riflessione di Dwight D. Eisenhower a proposito della guerra, che avevo scordato: “Every gun that is made, every warship launched, every rocket fired, signifies in the final sense a theft from those who hunger and are not fed, those who are cold and are not clothed” (ogni pistola costruita, ogni guerra iniziata, ogni razzo sparato significano in fin dei conti un furto a chi ha fame e non ha cibo, e a chi ha freddo e non ha vestiti). Mi spiace sinceramente per le macrocategorie degli affamati e degli infreddoliti. Ma mi preme anche per questi poveracci che pensavano di tornare a casa presto.

Questi ultimi tre ragazzi italiani morti in Afghanistan venivano da Venezia, Roma e Foggia. Nord, centro e Sud. Tutta Italia. Forse è per questo che la cosa mi ha colpito più di quanto non mi abbiamo colpito altri episodi del genere. E forse è una mia impressione, ma li abbiamo un po’ dimenticati, lasciati indietro. Non ne parliamo più al bar, e nemmeno nelle assemblee e nelle aule magne. Alcuni direbbero che è perché ci abbiamo fatto l’abitudine. E sarebbe grave e triste. O forse i soldati morti nei conflitti XXI secolo non ispirano più la poesia dei cantautori. O forse è perché stiamo pensando ad altro. Stiamo pensando allo spread. Anche se non ne capiamo niente.

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