Mamma li turchi

By Redazione

ottobre 2, 2011 politica

C’è una figura tipica di giovane dirigente diessinoOps! … del PD che sembra rispondere ad un modello antropologico e comportamentale ben preciso. È un dirigente che vive con la necessità di rassicurare se stesso e gli altri, che avverte l’attrazione fatale dell’utopia regressiva (per cui erano meglio i tempi che furono, soprattutto se furono tempi del PCI), che immagina e teorizza una società che non c’è più, illudendosi che al solo parlarne potrà tornare ad esistere, che prescrive strategie politiche agli altri ascrivendo a se stesso la capacità pressoché esclusiva di formularle, che talvolta disprezza l’avversario politico, talaltra disprezza gli intellettuali o i giornalisti (o gli esperti di settore), fino a spingersi in talune occasioni a disprezzare l’elettore, specie se vota per gli altri partiti.

Si tratta di un dirigente che immagina per sé e per il partito un futuro radioso, e che in preda ad un ottimismo infondato e malriposto va ben oltre, fino ad immaginare un futuro radioso anche per il paese, se soltanto fossimo tutti in grado di considerare ogni cosa che ci circonda, fuorché la politica, una semplice conseguenza delle nostre scelte e dei nostri desideri… un inguaribile ottimista: ecco, forse è questo, solo questo, il “giovane turco”! Lo si desume da ciò che dice nelle interviste, da ciò che scrive nei suoi articoli, dagli interventi che tiene negli organismi di partito.

Proviamo a distillare i tratti specifici del suo profilo, servendoci di frammenti tratti dalla sua compulsiva attività politica: “le difficoltà dell’Italia hanno reso trendy una disciplina quasi esoterica come la finanza pubblica. Oggi, come per la formazione della Nazionale alla vigilia della finale dei mondiali di calcio, tutti si improvvisano esperti. Fioriscono, anche nei commenti di cosiddetti autorevoli economisti, ipotesi strampalate frutto di scarsa conoscenza del bilancio dello Stato e delle tecnicalità della materia fiscale”. Nemmeno il Ministro Tremonti, nel pieno di un attacco di antipatia da primo della classe, oserebbe tanto!

E ancora: “Uno dei motivi della sconfitta è stato il presupposto culturale e politico su cui si è fondato il centrosinistra. Tutto si reggeva su tre cardini: che il liberismo fosse di sinistra, che la flessibilità rispondesse al problema della disoccupazione giovanile, e che la riduzione del costo del lavoro producesse più occupazione”, con il corollario che “sto parlando come un moderno riformista dovrebbe parlare”. Per poi aggiungere: “L’Ulivo non è finito per i litigi, ma perché era il governo del patto con l’establishment”. Nemmeno Bertinotti dopo aver fatto cadere il governo Prodi nel 1998 sosteneva cose del genere!

Eppure si tratta di un prodotto del PD (meglio: di più prodotti del PD, ciascuno dei quali ha in comune con gli altri quei tratti antropologici e comportamentali a cui alludevamo all’inizio). Nato nei DS e cresciuto all’ombra del nuovo partito nella convinzione che la spinta del Partito Democratico potesse esaurirsi in una semplice innovazione nominalistica, e che in un breve volgere di tempo la situazione si sarebbe “normalizzata”, lasciando spazio ai residui della tradizione politico culturale verso la quale era stato socializzati, non senza qualche rozza approssimazione, nel corso della propria adolescenza. Il “giovane turco” è infatti un nostalgico del PCI, anche se si tratta di un PCI che non ha mai nemmeno conosciuto e di cui trattiene, nella memoria, alcuni sfuocati frammenti di una storia distorta e mitizzata, ultimo portato di una rilettura retorica del PCI, tipica della generazione post-sessantottina.

Crede nel primato assoluto della politica, come elemento sovraordinato della società. Immagina un partito perfetto, capace di una strutturazione senza attriti, dove tutto risponde ai voleri di un popolo destinato a realizzare una missione storica e pertanto ineluttabile (che sia la dittatura del proletariato di marxiana memoria?), e dove una versione aggiornata di centralismo democratico sia in grado di assicurare l’assenza di dissenso interno. Ha un’immagine dell’elettore di tipo apocalittico (di certo, non secolarizzata), come di qualcuno che o si converte o deve soccombere. Così come tende a dividere il mondo in due, distinguendo fra chi “pensa bene” (in genere, qualcuno della sua stessa specie) e chi viceversa “pensa male”, ovvero ha un’opinione diversa dalla sua, che nella migliore delle ipotesi è incompetente, ignorante o in mala fede.

Il punto è che a partire da questa fenomenologia si può ricostruire una delle fratture più consistenti oggi presenti nel Partito Democratico. Una frattura riconducibile a concezioni della società, della politica e del partito fra loro diametralmente opposte. In base ad una semplificazione giornalistica, si potrebbe provare a descrivere questa frattura nei termini della storica competizione fra Veltroni e D’Alema. Ma non è questa la cifra di lettura più adatta a comprenderne le reali dimensioni. Perché stiamo parlando di una divisione che, al di là delle rivalità di ieri, rischia di influenzare profondamente l’evoluzione del PD di domani.

Pensare che la politica possa essere in rapporto alla società sulla base di una relazione gerarchica, infatti, significa non aver compreso la natura della società di oggi, globale, complessa, differenziata ed autonoma nelle sue diverse sfere di azione. Immaginare che un partito, nella società di oggi, possa assumere la veste di uno strumento di integrazione totale (dalla culla alla bara) e di massa, così come nell’esperienza storica dei primi partiti socialisti di fine ottocento, significa non averne compreso la funzione attuale e l’evoluzione storica. Credere che, sempre nella società di oggi, i rapporti sociali possano assumere una fisionomia antagonista, significa non aver presente come l’esercizio di una funzione di governo si esprima attraverso la capacità di trovare un equilibrio nella mediazione e rappresentanza di una complessità di interessi eterogenei e irriducibili gli uni agli altri. Teorizzare che la sconfitta della sinistra sia il prodotto di una deriva liberista che ne ha sostanzialmente snaturato il ruolo, vuol dire non aver compreso la rivoluzione silenziosa che nella seconda metà del novecento ha portato gli individui ad intendersi sempre più come padroni del proprio destino.

Se il PD aspira ancora ad essere un partito in grado di parlare a tutto il paese, deve trovare un modo per risolvere le contraddizioni che si annidano dietro ad un’idea di società, politica e partito come quella incarnata dal tipo di giovane dirigente politico di cui abbiamo parlato. In caso contrario, dovrà rassegnarsi a vivere della rassicurazione che quel giovane dirigente sarà in grado di trasmettergli. Sperando che un giorno non troppo lontano quella stessa forma di rassicurazione sia in grado di conquistare la maggioranza degli elettori italiani.

Da QDR Magazine

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