Industriali in campo

By Redazione

ottobre 2, 2011 politica

Altro che “scendere in campo”! Questi signori industriali salgono in cattedra ed “in campo” vorrebbero “scendere” solo a condizione di essere accompagnati subito dall’arbitro a tirare in rete a porta vuota. Il rapporto tra industriali e politica nel nostro Paese è sempre stato tutt’altro che chiaro. Dei “capitani d’industria” si è parlato spesso negli ambienti politici, magari, con spocchia e diffidenza. La Regina Margherita, personaggio pieno di prosopopea e di impulsi reazionari, una volta, in presenza di Giolitti, ebbe a lamentarsi della caduta di livello dei governanti del dopo-Risorgimento, irridendo al “vinattiere di Stradella” (De Pretis) ed al “lanaiolo di Biella” (Quintino Sella). Giolitti, con tono allora inusuale nel rivolgersi a sovrani e sovrane, ribatté che se non fosse stato per quel “Lanaiolo di Biella” (Sella si era imposto, nel governo Lanza, di cui faceva parte, per rompere gli indugi e mandare i Bersaglieri a Roma) “Vostra Maestà non sarebbe oggi Regina d’Italia in Roma.”.

Si trattava di due Statisti di notevole livello. Ma per lo più gli industriali (che, in realtà pochi e di rango non elevato ve ne erano allora) ebbero poi sempre in Italia più potere rimanendo lontani dal Parlamento e dalle cariche ministeriali. Per difendere i loro interessi hanno sempre trovati i modi più opportuni dettando condizioni, sponsorizzando volenterosi “portavoce”, diventando editori di giornali autorevoli e docili ai segnali, alle briglie in mano, ai padroni. Così gli industriali tessili trovarono uomini politici meridionali, primo tra tutti Crispi, con un passato glorioso e propositi di grandezza e di durezza, che alzarono barriere doganali praticamente insormontabili a difesa dell’arretratezza dei loro stabilimenti, a costo della “guerra commerciale” con la Francia e della ulteriore rovina dell’economia agricola meridionale.

Col fascismo gli industriali, dopo iniziali incertezze (diversamente dagli agrari, che ne sostennero la nascita e la prima espansione quadristica) trovarono un ottimo “modus operandi”, che “congelò” l’industria italiana, rilevandone i rottami che furono nazionalizzati ed assicurando con l’autarchia una vita asfittica ma tranquilla al resto. I patriarchi della più grande impresa, la FIAT, Giovanni 1° e 2°, contarono molto nella politica italiana, prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale senza plateali scese in campo. Ad un impegno diretto nelle competizioni politiche si può dire che gli industriali non abbiano pensato se non a rimorchio di “politici” che cavalcavano l'”antipolitica”.

Ho chiarissimo il ricordo (ma, si direbbe, gli altri sembrano tutti averlo dimenticato) di Rosy Bindi che in televisione snocciolava un suo rosario di contumelie contro la “politica di professione”. Sosteneva che doveva essere posto un limite ai parlamentari: non più di due legislature (quante ne ha “fatte” da allora la fanciulla??) e poi, “che necessità c’è di politici di professione? Si deve fare un Presidente del Consiglio? Un Presidente della Repubblica? Bene, si prende un imprenditore e vedrete che sarà un’ottima scelta”. Quando, poi un imprenditore fu trovato (e non era, un imprenditore di pompe funebri, ma della pubblicità e della comunicazione) Rosy Bindi è stata sempre in prima fila a blaterare contro il dilettantismo ed il conflitto di interessi di Berlusconi etc. etc.

Gli industriali italiani si può dire che abbiano subìto l’ascesa di uno di loro al vertice della politica: sarà invidia, sarà perché non ha chiesto il placet della Confindustria o il permesso di quelli che avevano le benedizioni confindustriali che si dispensavano a Cernobbio, sarà che Berlusconi era sempre stato considerato fuori della cerchia e delle gerarchie del “salotto buono”. Non si può dire, però che gli industriali ce l’avessero con l’impegno in politica  di un imprenditore, perché da quel momento c’è sempre stato qualcuno che ha vagheggiato di fare la concorrenza a Berlusconi, ponendo gli accenti su toni “antipolitici” e “antipartitici”, che pure Berlusconi non aveva (e non ha) totalmente respinto e dismesso. Sono note le altalene di Montezemolo, meno note le giravolte di mezze tacche provinciali attratte da poltrone, anche ragguardevoli, della politica locale.

Intanto sia Montezemolo che gli altri sembrano fermamente decisi a scendere in campo ma non per scontrarsi con il Cavaliere, ma solo “a babbo morto”, per ipotecare la sua eredità e quella di altri esponenti politici tuttora in sella. La famosa dichiarazione di Borrelli nel 1994: “Mani Pulite (cioè il famoso pool) parteciperà al governo, ma se il Presidente della Repubblica ci chiama per il supremo interesse del Paese potremo fare la nostra parte…” sembra essere condivisa da questi aspiranti “protagonisti”. Già. Anche gli industriali, come i magistrati, sono bene educati e  non vanno se non sono invitati… Ma, diciamo, occorre guardare anche in periferia. Ad esempio, alla Sicilia, “come metafora”, come diceva Sciascia.

Nella metafora siciliana e precisamente ad Agrigento, un industriale rampante, anzi, “volante”, il “Re del Vento”, Salvatore Moncada, pare stia facendo il passo definitivo per scendere in politica, anzi, in antipolitica (è, ovviamente, al di sopra dei partiti) candidandosi all’elezione di sindaco per la primavera prossima. Moncada, vuol giuocare la carta, appunto, dell’antipolitica. “Il panorama politico locale è sconfortante” (ed è vero: del resto da anni c’è chi pretende, in loco, di essere “al di sopra dei partiti”). “Ci vogliono idee e progetti di rinnovamento”.

Non è che lui di idee e progetti ne abbia, ma stacca un assegno di 100,00 euro per costituire una Fondazione che esamini tutti i progetti che gli agrigentini vorranno presentare, per scegliere i migliori… Più democratici di così si muore. Questo Moncada, in un supplemento in carta patinata monotematico (quello era sugli imprenditori delle nuove leve) de “Il Giornale” (gratis per i lettori, a pagamento per gli imprenditori che di esso erano osannati, intervistati e fotografati) si presentava con questo slogan (foto con sfondo di pale eoliche) “Non ho tempo per arrendermi”. Imprenditore antimafia, naturalmente. Così antimafia che lui fa fare lo screening di tutto il personale che assume, dei fornitori etc. alle Procure della Repubblica di tutta la Sicilia. Ed aggiunge che una di queste Procure recalcitrava, ma lui l’aveva fatta richiamare all’Ordine dal Ministro dell’Interno. Singolare non è tanto la balla, ma che nessuna Procura si sia scomodata per placare quella che abbiamo il diritto (e il dovere) di considerare una millanteria.

Se Moncada ed Agrigento sono una metafora, una metafora è l’atteggiamento di un tristemente noto personaggio locale, l'”Ecogiustizialcassazionista”, preteso esponente della Sinistra locale (che lo disconosce e respinge) che si è pure candidato a sindaco della Città. Questo personaggio leva al cielo lamenti: “perché Moncada vuole candidarsi in proprio? Lui non gli ha reso tutti i servizi cui aveva bisogno? C’è quel tale vincolo di riserva naturale di “Punta Bianca” dove Moncada avrebbe voluto costruire 80 suites con aviopista. Bene io gli farò subito togliere il vincolo (che va inteso in senso “dinamico”) mentre lui, una volta sindaco non potrebbe far nulla senza incorrere in un abuso d’ufficio per conflitto di interessi…”. Insomma si scoprono gli altarini e si levano implicite minacce. Cose che possono capitare a tutti, in Sicilia ed altrove, ma in particolare agli industriali rampanti che “scendono in campo”. Altro che Berlusconi da mandare a casa per far pulizia etc. etc.

Cose di provincia. Ma, anche metafora di ben altri orizzonti. Che per farsi spazio per comode discese in campo basti far fuori Berlusconi, o meglio, aspettare che lo facciano fuori i magistrati è una pia illusione. Di sciocchi e di presuntuosi.

da Giustizia Giusta

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