Il Pdl non va più di moda

By Redazione

ottobre 1, 2011 politica

Non ce la faceva più, Santo Versace. “Perché a me piace lavorare e nel Pdl non hanno bisogno di gente che lavori, sono sempre stato escluso dai processi decisionali”. Figurarsi se lui, presidente e amministratore delegato del blasonatissimo gruppo Versace, potesse digerire un rospo così, abituato a operare da top manager al vertice di un impero della moda con sede in Via Borgospesso, quadrilatero di Milano. Santo Versace è un fiume in piena all’indomani della sua fuoriuscita dal Pdl. Rilascia interviste amarissime a Corriere della Sera e Secolo XIX, fornisce ampio materiale per le agenzie e si conferma mattatore del fine settimana azzurro con un gesto che fa rumore e desta scandalo ai piani alti del Pdl dove sia Verdini, al telefono, che Alfano, tramite sms, hanno inutilmente provato a dissuarderlo. L’imprenditore calabrese, che dal 1976 ha salutato Reggio per trasferirsi a Milano, è stato fortissimamente voluto da Berlusconi nel 2008, perché uomo del fare come lui, personalità geniale e ricca di esperienza.  
Dal canto suo, Versace ha resistito 3 anni e 154 giorni nel gruppo Pdl alla Camera, collezionando l’81% delle presenze alle votazioni, 105 disegni di legge, 22 mozioni e 33 interpellanze. “Tutto pensato e deciso in totale autonomia”, precisa oggi con le valigie in mano.

Alla fine però hanno vinto la voglia di indipendenza e creatività che il manager ha visto morire d’un colpo nel suo passaggio dalla maison del lusso ai vellutati uffici di Montecitorio. “Mi sono un po’ rotto di stare nel Pdl, in quel partito decidono tutto Cicchitto e altre tre, quattro persone”. “Pensano ai loro interessi”, “il partito si sta sbriciolando” ed è per questo che lo stilista non ce l’ha più fatta a turarsi il naso agli ordini di Via dell’Umiltà.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la mozione di sfiducia al ministro Romano. Il ‘serrate i ranghi’ di Pdl e Lega non è piaciuto a Santo che non è riuscito a ignorare “l’ombra tremenda di Cosa Nostra” e dunque ha deciso di non presentarsi in aula per la votazione. Un atto dovuto anche perché “mi avevano chiamato amici imprenditori da Palermo, Catania e Siracusa, tutta gente che ha sempre votato per il centrodestra e che però diceva: no, Santo, non potete farlo restare lì Saverio Romano”.
Pur giurando fedeltà al partito, già nei mesi scorsi lo stilista aveva accusato qualche mal di pancia quando, alla vigilia del voto su Papa, incalzò i suoi: “siamo il partito degli onesti? Allora votiamo il suo arresto”. Applausi dalla platea, quella volta andò ‘bene’. Ma fu una vittoria di Pirro visto che di lì a poco sarebbe seguita una carrellata di bocconi amari da ingoiare senza tregua per l’ingloriosa sopravvivenza del Governo. “Ho resistito finchè ho potuto”, si difende Versace, “però ragazzi, che fatica..alla fine ho detto basta”.

Liberato dalle catene dei Cicchitto boys, Santo si sente un uomo nuovo, 66 anni e “finalmente avrò la libertà di votare solo pratiche in cui credo veramente, senza alcun condizionamento”. Al diavolo i compromessi, sacri princìpi dell’attività politica che da oggi, a quanto pare, non faranno più al caso suo. La libertà e la creatività, prima di tutto. “Per ora me ne sto tranquillo nel Gruppo Misto a lavorare per la gente”. Ma, attenzione, in agguato ci sono Udc e Fli che lo aspettano a braccia aperte. Con un bagaglio di compromessi da far impallidire pure la Prima Repubblica.

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