Quale democrazia per l’Egitto?

By Redazione

settembre 30, 2011 Esteri

La giunta militare egiziana fissa due date molti importanti per il processo di transizione post Mubarak. In un clima di indecisione sull’esito della rivoluzione di gennaio, nel momento in cui si avverte maggiore attenzione internazionale sulle sorti del regime, tra mille polemiche, il Consiglio supremo delle Forze Armate mostra un ottimo tempismo. Tenta di zittire scomode teorie controrivoluzionarie e di rispettare gli impegni presi mesi fa con il popolo di piazza Taharir. L’operato dei generali dalla caduta del raìs è stato macchiato da molte contraddizioni e da altrettanti sospetti, ma il 28 novembre prossimo verrà eletto il nuovo parlamento. Per la fine del 2012 o inizio 2013 sono previste le elezioni presidenziali ed è lecito chiedersi se esistano reali possibilità di vittoria per la democrazia.

Le elezioni parlamentari, per essere esatti, saranno scaglionate nell’arco di qualche mese. Si inizia con il rinnovo dell’Assemblea legislativa del Popolo e il Consiglio della Shura, mentre il 29 gennaio sarà la volta della Camera alta. La prima sessione dell’Assemblea del Popolo si terrà il 17 marzo, mentre il Consiglio della Shura si riunirà il 24. Queste elezioni non porranno fine al potere dei militari. Le date delle elezioni ci sono, ma non è dato sapere quando i generali lasceranno il governo, né quali modalità e quali garanzie verranno messe in campo a tutela dei nuovi movimenti civili.

È su questo punto che le forze di opposizione cercano di far leva per uscire definitivamente dal vecchio regime. Per molti, come per Bothaina Kamel, l’ex giornalista che aspira alla presidenza, la lotta non è ancora finita. “Il popolo gli ha mozzato la testa, ma i generali occupano ancora i ruoli chiave del sistema. Questa non è democrazia.” La Kamel spopola in Occidente per le sue battaglie a favore dei diritti umani e dello Stato di diritto, ma le sue possibilità di vittoria sono pressoché nulle. In questo Egitto non sembra esserci spazio per una nuova Cleopatra che non ha paura di attaccare frontalmente i Fratelli Mussulmani e i generali ma che purtroppo fatica a trovare una forza politica disposta a sostenerla in campagna elettorale. Forse le frange liberali, alla disperata ricerca di consensi e di un vero simbolo con cui competere, sottovalutano la sua forza.

Intanto, la coda del regime ne approfitta e mette a segno colpi decisivi. Si è già stabilito che il Consiglio direttivo militare rimarrà in carica del Paese fino a quando non verrà eletto un nuovo presidente, cioè fra oltre un anno. La legge d’emergenza in vigore dal 1981, lo strumento repressivo utilizzato da Mubarak per combattere scioperi e proteste – che doveva decadere agli inizi di settembre – prolungherà i suoi effetti per altri 12 mesi, scatenando le ire delle opposizioni e un velato risentimento di Washington. Il segretario di Stato Clinton invita a modificare la legge nei primi mesi del 2012. Sceglie la via del compromesso.

Le ragioni che spingono i movimenti di protesta a diffidare dei militari vanno rintracciate innanzitutto nelle promesse lasciate disattese da quest’ultimi. Dopo le dimissioni di Mubarak, il consiglio annunciò che avrebbero garantito il trasferimento dei poteri a un governo civile entro sei mesi, ma il periodo di transizione si è allungato in modo preoccupante. Poi la situazione è peggiorata ulteriormente. Il braccio di ferro tra i governanti militari e i nuovi gruppi rivoluzionari ha condotto ad una situazione di stallo, di insicurezza che rischia di favorire caos ed estremismi. Le opposizioni si lamentano dell’operato del consiglio che avrebbe fatto poco per smantellare l’eredità del raìs e accusano i generali di aver governato quasi in totale segretezza, senza consultare il popolo sulle questioni più importanti, come la legge elettorale.

È su questo tema che si concentra lo scontro politico di questi giorni. I partiti egiziani hanno minacciato di boicottare le elezioni se il consiglio militare non cambierà la legge. Si attendono nuove proteste al Cairo per venerdì, dove si cerca di far confluire migliaia di persone deluse dalla condotta dei militari post Mubarak. Circa 60 tra partiti e movimenti politici, tra cui i Fratelli Musulmani (alleati dei militari al governo), hanno fissato per domenica il termine entro il quale l’esercito deve accogliere le richieste. Tra queste anche l’approvazione di una norma che impedisca ai sostenitori del regime di partecipare alle elezioni.

La principale preoccupazione è che l’attuale legge elettorale favorirebbe la sopravvivenza di alcune figure dell’era Mubarak a guida del nuovo parlamento. I partiti hanno chiesto ai militari di consentire la formazione di liste di partito chiuse, invece di una miscela di liste di partito e candidati singoli. La logica è quella di favorire l’ascesa di figure giovani emerse dalla rivolta, ma la giunta militare non sembra voler seguire queste indicazioni, permettendo ai singoli candidati di competere solo per un terzo dei seggi. “Hanno cercato di venirci incontro, ma in questo modo complicano la situazione”, ha detto Shady el-Ghazali Harb, uno dei leader delle proteste e fondatore del partito al-Waai o partito della consapevolezza. Il 12 ottobre verranno presentate le candidature ufficiali. La democrazia resta un’incognita.

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