Bce: qualcuno ci mette la faccia?

By Redazione

settembre 30, 2011 politica

Dunque ecco la lettera più ricercata dell’estate. La lettera del 5 agosto, a firma Trichet-Draghi, con la quale la Bce suggeriva al governo italiano le misure da prendere – e da far approvare dal Parlamento «entro la fine di settembre 2011» – per la crescita economica e la stabilità finanziaria. Pochi giorni dopo, mentre cresceva la sfiducia dei mercati sui nostri titoli di Stato, e si allargava paurosamente lo spread con quelli tedeschi, la Bce iniziava gli acquisti dei nostri titoli sul mercato secondario per allentare la pressione e tenere lo spread sotto quota 400. Nella seconda manovra estiva, quella ferragostana, e nelle settimane successive fino ad oggi (fine settembre), il nostro governo ha dato seguito alle preziose indicazioni contenute nella lettera della Bce? La risposta è senza alcun dubbio no.

E non si può certo sostenere che la Bce abbia chiesto la luna, oppure indicato ricette stravaganti. Si tratta in gran parte delle misure, di cui si discute da anni, che tutti sanno essere inevitabili ma che nessuno riesce ad adottare perché vanno a toccare privilegi corporativi e previdenziali, sacche di assistenzialismo, monopoli e caste. Ma vediamo nel dettaglio le riforme indicate e tentiamo di dare un voto sia all’impegno profuso dal governo per realizzarle, sia all’opposizione, valutando la sua credibilità in merito, cioè quanto sia credibile che sappia fare di meglio.

Nella sua lettera la Bce divide le misure in tre capitoli. Il primo riguarda la crescita. Chiede la «piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali», e riguardo i primi «attraverso privatizzazioni su larga scala». Voto al governo: 4. All’opposizione: 4.

Chiede di «riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione», riconoscendo tuttavia che l’accordo del 28 giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali «si muove in questa direzione». Voto al governo: 6-. All’opposizione: 4.

Chiede infine la «revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi». In pratica, licenziamenti più “facili”, a fronte dei quali predisporre un sistema di welfare moderno che sostituisca la cassa integrazione. Voto al governo: 4. All’opposizione: 4.

Il secondo capitolo di interventi riguarda la finanza pubblica. La Bce chiede «il bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa», nello specifico intervenendo «ulteriormente sul sistema pensionistico» (pensioni d’anzianità, età di ritiro delle donne nel settore privato) e con una «riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi». Voto al governo: 4. All’opposizione: 4–.

Chiede inoltre una «clausola di riduzione automatica del deficit», con «tagli orizzontali sulle spese discrezionali», e una «riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio». Voto al governo: 6-. All’opposizione: 6-.

Terzo e ultimo capitolo dedicato alla PA. La Bce chiede «una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese» e che diventi «sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione)». Voto al governo: 6–. All’opposizione: 4.

Infine, «un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Voto al governo: 5. All’opposizione: 6-.

Se nel complesso il governo ha disatteso, almeno fino ad oggi, i suggerimenti della Bce (media voto: 5-), il guaio del nostro Paese è che appare ancor meno credibile che sia l’opposizione a far proprie quelle politiche (media voto: 4,5). Non sorprende, visto che il vero e proprio programma di governo che la Bce ci ha consegnato sembra adattarsi meglio ad un centrodestra liberale. Per questo avrebbe dovuto rappresentare un invito a nozze per l’attuale esecutivo, che invece si mostra timido, nella migliore delle ipotesi, quando non riluttante ad attuarlo.

Sarebbe però interessante (e deprimente, purtroppo) chiedere a quanti criticano il governo (e mi riferisco non solo ai partiti di opposizione, ma anche ai sindacati, a Confindustria, agli stessi cittadini) se sono d’accordo o no con ciascuna delle misure indicate dalla Bce, e se fossero disposti a metterci la faccia. Proprio in concomitanza con la pubblicazione della lettera dei banchieri centrali, usciva su la Repubblica la lettera di Susanna Camusso, leader della Cgil, che ovviamente va nella direzione completamente opposta. E non è difficile immaginare che anche i sindacati più riformisti avrebbero parecchio da ridire su molti di quei punti. Personalmente non metterei la mano sul fuoco neanche per Confindustria.

Dalle parti del Pd, il principale partito di opposizione, si registra la solita dissociazione mentale. Per il responsabile economico del partito, Stefano Fassina, «soltanto parte delle raccomandazioni della Bce sono utili», perché è «negativa l’insistenza ideologica sulla flessibilità del lavoro e sul superamento del contratto nazionale, la completa disattenzione alla domanda aggregata e l’affidamento esclusivo alle misure supply side». Mentre per il vicesegretario Enrico Letta «i contenuti della lettera di Draghi e Trichet rappresentano la base su cui impostare politiche per far uscire l’Italia dalla crisi» e «qualunque governo» succederà a Berlusconi «dovrà ripartire dai contenuti di quella lettera». Peccato che il Pd dei “fatti” sia quello del referendum sull’acqua, dell’abolizione dello “scalone” Maroni, della difesa a oltranza dell’articolo 18 e degli statali, quello che scende in piazza con la Cgil e in cui le proposte di Pietro Ichino sul diritto del lavoro, la contrattazione e la pubblica amministrazione restano un’ammirevole eccezione. Per non parlare dell’alleato ingombrante che siederà alla sua sinistra: Nichi Vendola. Vedremo già nelle prossime settimane se il governo saprà migliorare con i fatti il proprio “rating” rispetto alle riforme suggerite dalla Bce.

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