Chris Christie parla all’America

By Redazione

settembre 29, 2011 Esteri

Il governatore del New Jersey, Chris Christie, ha tenuto un discorso martedì sera alla Reagan Library, in California. L’evento era particolarmente atteso, dato che il governatore repubblicano del Garden State è visto come uno degli sfidanti più temibili per Barack Obama, se dovesse annunciare la sua candidatura per le prossime presidenziali.

Signora Reagan, distinti ospiti.

È un onore per me essere qui alla Reagan Library a parlarvi. Voglio innanzitutto ringraziare la signora Reagan per il suo gentile invito. Sono entusiasta di essere qui.

Ronald Reagan credeva in questo paese. Egli ha incarnato la forza, la perseveranza e la fede che per secoli hanno spinto gli immigranti ad intraprendere il pericoloso viaggio per arrivare fin qui lasciandosi alle spalle tutto ciò che era loro familiare per poter ottenere tutto quello che era possibile. Egli aveva sempre ritenuto che, per quanto le cose potessero andare bene per gli americani, sarebbe sempre stato possibile renderle ancora migliori per gli americani del futuro. Era questa la visione che ha guidato la nostra nazione durante gli otto anni della sua presidenza. Il suo impegno per rendere l’America ancora più forte e migliore è ciò che gli ha permesso di sfidare il senso comune e di raggiungere questi risultati senza badare al proprio tornaconto politico.

Tutti in questa stanza, o nella nazione, hanno la propria storia di Reagan preferita. Per me questa storia è iniziata trent’anni fa, nell’agosto del 1980 quando i controllori di volo entrarono in sciopero. Reagan disse loro di tornare al lavoro, facendo intendere che chi non l’avesse fatto sarebbe stato licenziato. Alla fine in migliaia si rifiutarono e in migliaia vennero licenziati.

Ho citato questo evento non come un esempio sui rapporti di lavoro ma per evidenziare come dovrebbe essere in linea di principio. Ronald Reagan era un uomo che diceva quello che voleva fare e faceva quello che diceva. Tutti quelli che hanno pensato che stesse bluffando si sbagliavano. Le richieste di Reagan non facevano parte di un vuoto gioco politico ma erano espressione di pura e semplice leadership. Reagan spiegò molto bene questa sua idea: “Credo di aver convinto della bontà delle mie intenzioni le persone che la pensavano diversamente. E credo che avrei avuto altrettanto successo se avessi ritenuto che era il management ad essere dalla parte del torto”.

Ricordo questo momento come un fatto cruciale anche per un’altra ragione. Molti americani al tempo interpretarono questo gesto come una faccenda di politica interna, un confronto fra il Presidente e un sindacato (PATCO). Ma a questa interpretazione manca un punto fondamentale. Per citare un altro passaggio di Reagan: il mondo intero stava a guardare. Grazie al lavoro di giornali e televisioni -e adesso sempre più con internet e i social media- quello che accadeva non restava confinato negli Stati Uniti. Un altro modo per dire quello che ho appena descritto è che gli americani non dovrebbero concedersi il privilegio di pensare che quelle questioni, sempre considerate meramente interne, non abbiano alcuna conseguenza al di là dei nostri confini. Al contrario quello che diciamo e che facciamo in casa nostra si ripercuote sulla percezione che gli altri hanno di noi. Il ruolo dell’America e il significato che riveste nel mondo è definito per prima cosa da quello che facciamo a casa nostra. E’ definito dal modo con cui ci comportiamo l’un l’altro. E’ definito dal modo in cui affrontiamo i nostri problemi. In larga misura è determinato da come riusciamo ad essere di esempio per il mondo. Noi continuiamo a percepire la politica estera come qualcosa che è progettato a tavolino dai funzionari del Dipartimento di Stato, che poi viene eseguito dagli ambasciatori e dagli uomini che abbiamo all’estero. Per certi versi è effettivamente così. Ma la forma di politica estera più potente e influente è rappresentata dall’esempio che ho descritto.

Per questo è utile ritornare all’esempio di Reagan e della vicenda PATCO. La volontà del Presidente di mantenere una presa di posizione risoluta e di non cambiare strada ha inviato il segnale al mondo che alla Casa Bianca c’era qualcuno che poteva stare a fianco dei propri alleati e allo stesso tempo affrontare i suoi nemici senza desistere.Se Reagan era in grado di farlo in patria, i leader di tutto il mondo compresero che sarebbe stato capace di farlo anche in politica estera. Il Reagan che ha sfidato l’Unione Sovietica, o che attaccò la Libia perché difendeva i terroristi, è lo stesso Reagan che anni prima rimase risoluto nel difendere ciò che riteneva giusto nella diatriba contro il sindacato.

Tutto questo dovrebbe avere un significato ben preciso per noi ancora oggi. L’immagine degli Stati Uniti nel mondo non è quello che era, non è quello che potrebbe essere e non è quello che dovrebbe essere. Questo paese paga un duro prezzo quando la nostra economia non è capace di far aumentare il tenore di vita dei nostri cittadini – che è esattamente quello che non riusciamo a fare da ormai troppi anni.

Paghiamo un prezzo altissimo quando il nostro sistema politico non riesce a concordare le misure necessarie per frenare le spese o riformare il nostro sistema fiscale. Paghiamo un prezzo quando interessi particolari hanno la meglio sugli interessi collettivi. Siamo testimoni proprio di questo divario creato dalla partigianeria politica che finora ha reso impossibile ridurre il nostro impressionante deficit e creare un sistema in cui prevalga la creazione dei posti di lavoro al posto della loro distruzione.

Questo contrasto è molto più chiaro se guardiamo a quello che succede in New Jersey e quello che sta succedendo a Washington DC. In New Jersey negli ultimi venti mesi avete potuto osservare come sta lavorando il governo anche se è diviso. Chiaramente questo non significa che non ci siano punti di contrasto. Disaccordi molto profondi continuano ad esserci, a volte anche espressi ad alta voce nel più classico Jersey Stile. Ma ecco quello che abbiamo fatto: abbiamo identificato i problemi e abbiamo proposto misure efficaci per risolverli. Abbiamo educato gli elettori sulle conseguenze disastrose che potevano scaturire dal non intervento. E attraverso il compromesso su base bipartisan, abbiamo ottenuto dei risultati. Ci siamo dati da fare.

Come, vi chiederete. Leadership e compromesso.

Leadership e compromesso sono le uniche basi grazie alle quali è stato possibile risanare un deficit di 13 miliardi di dollari senza alzare le tasse e proteggendo i servizi di base.

Leadership e compromesso sono stati il mezzo con cui si è potuto riformare il sistema pensionistico del New Jersey e della sanità che erano sottofinanziati per 121 miliardi di dollari.

Leadership e compromesso sono stati l’unico modo con il quale si è potuto mettere un tetto sia alle tasse di proprietà, che erano le più alte della nazione, sia agli interessi dei lodi arbitrali dei più potenti sindacati del settore pubblico in modo che non superassero il 2% di aumento.

Nel New Jersey siamo riusciti a fare questo perché l’esecutivo non è rimasto immobile ad aspettare che qualcun altro si facesse avanti a suggerire soluzioni ai più grandi problemi del nostro stato. Essere un sindaco, essere un governatore, essere un Presidente significa prendersi la responsabilità dei rischi delle decisioni più importanti. Come accadde per Reagan. In New Jersey è stato possibile perché anche l’altra parte politica ha riconosciuto che esistessero dei problemi da risolvere ben più importanti della partigianeria di partito. I nostri risultati bipartisan hanno contribuito a dettare un metodo che adesso viene copiato anche in altri stati. Si tratta di un semplice ma potente messaggio: dire la verità ai cittadini sulla complessità delle nostre sfide e comunicargli la difficoltà delle nostre soluzioni. Questo è l’unico modo efficace per far progredire l’America in questi anni.

A Washington invece abbiamo visto cosa deriva da uno scontro: nessuna o soluzioni di poca importanza. Abbiamo di fronte un Presidente che parla della difficoltà di certe scelte ma non ha il coraggio di portarle fino in fondo. Vediamo un Congresso che è in perenne guerra con se stesso perché nessuno è disposto a lasciar fuori dalle sue porte il vecchio modo di fare politica. Il risultato di questo è stato un dibattito sulla limitazione del debito che ha fatto apparire la nostra democrazia come incapace di governarsi efficacemente. E continuiamo ad aspettare e sperare che il nostro Presidente smetta di essere un passante qualsiasi dentro lo Studio Ovale e ci auguriamo che riesca a scrollarsi di dosso la paralisi che gli ha reso impossibile prendere delle decisioni sui grandi problemi che sono sotto gli occhi di tutti gli americani e della comunità mondiale che ci guarda con sempre maggiore ansia.

Si, continuiamo a sperare perché ogni volta che un Presidente si lascia sfuggire un’occasione per agire, un suo fallimento è il nostro fallimento. L’incapacità di difendere le soluzioni bipartisan salva-debito proposte dalla Simpson Bowles Commission, il fallimento di trovare una soluzione alla disoccupazione che sta spaccando il paese, il fallimento di riuscire a discernere le spese fuori controllo dagli investimenti realmente necessari.

La regola per poter governare efficacemente è semplice e Ronald Reagan la sapeva a memoria, lui che ha avuto successo sia nella Guerra Fredda che nelle politiche di Social Security. Quando si presenta un problema tu devi risolverlo. Questo è il lavoro che sei stato mandato a fare e non puoi aspettare che qualcun altro lo faccia al posto tuo. Noi stiamo pagando questa mancanza di leadership. Le conseguenze di ciò in politica interna sono evidenti: crescita rallentata, alti livelli di disoccupazione che continuano a persistere, e tutto ciò rende tutti noi più vulnerabili al comportamento imprevedibile dei mercati e alle decisioni politiche dei creditori.

Ma c’è un prezzo da pagare anche in politica estera. Innanzitutto abbiamo diminuito la nostra capacità di influenzare sia il pensiero che le azioni degli altri paesi. Non c’è modo migliore infatti di persuadere le altre società del mondo a diventare più democratiche e aperte al libero mercato che mostrare come la nostra democrazia e economia funzioni meglio degli altri sistemi. Perché ce ne preoccupiamo? Ce ne dobbiamo preoccupare perché noi crediamo, come il Presidente Reagan, che la democrazia sia il miglior modo per proteggere la dignità umana e la libertà. E noi lo crediamo perché è la storia che ci ha mostrato come una democrazia matura sia meno propensa a ricorrere all’uso della forza contro il proprio popolo o contro i propri vicini. Ce ne dobbiamo preoccupare perché noi crediamo nel mercato libero, crediamo che le esportazioni siano il miglior modo per creare impieghi ben retribuiti e le importazioni siano un mezzo per aumentare la scelta dei consumatori mantenendo i prezzi bassi. In tutto il mondo – nel Medio Oriente, in Asia, in Africa e nell’America Latina – proprio in questo momento le persone stanno discutendo del loro futuro politico ed economico. Noi abbiamo un interesse nel vedere il risultato dei loro dibattiti. Ad esempio un Medio Oriente che abbraccia la democrazia e la pace sarà un Medio Oriente che accetterà Israele rigettando il terrorismo e trasformandosi così in una fonte affidabile di energie. Non c’è nessun modo migliore per rinforzare la probabilità che altre nazioni nel mondo scelgano di aprire ancora di più le loro società che dimostrare loro che il nostro sistema funziona.

Molto è stato detto durante la passata tornata elettorale a proposito dell’eccezionalismo americano. Ciò che è implicito in questo ragionamento è che noi siamo diversi e, si, migliori nel senso della democrazia e dell’economia che ci sono state consegnate dal nostro popolo. Ma l’eccezionalismo americano, per essere in grado di fornire veramente speranza ed essere preso ad esempio, ha bisogno di essere costantemente dimostrato con i fatti e non soltanto dichiarato a parole. Se saremo in grado di dimostrarlo con i fatti sarà notato e emulato dalle altre nazioni che saranno così più propense a seguire il nostro esempio e la nostra leadership.

In un tempo della nostra storia, la grandezza è stata un riflesso della nostra innovazione, della nostra determinazione, della nostra ingenuità e della forza delle nostre istituzioni democratiche. Quando nel mondo si è verificata una crisi l’America ha sempre trovato il modo di unirsi per aiutare i nostri alleati e combattere i nostri nemici. Quando si è verificata una crisi in casa nostra abbiamo messo da parte i campanilismi e posto l’interesse della collettività al primo posto. E nel nostro sistema l’abbiamo fatto sempre attraverso una forte leadership presidenziale. Lo abbiamo fatto attraverso la leadership di Reagan.

Sfortunatamente adesso, attraverso la nostra condotta di politica interna, non siamo riusciti a dimostrare la nostra tradizione di eccezionalismo. Oggi il nostro ruolo e la nostra capacità di influenzare il cambiamento è stata diminuita a causa dei problemi che stiamo vivendo e della nostra incapacità nell’affrontarli. Per capire questo in modo chiaro dobbiamo guardare i recenti commenti a seguito della riunione dei ministri delle finanze europei svoltasi in Polonia. Ecco infatti cosa ha affermato il ministro delle finanze austriaco. “Ho trovato strano che gli americani, che hanno dei dati significativamente peggiori di quelli dell’euro zona, ci dicano cosa dobbiamo fare. Mi sarei aspettato che [il segretario Geithner] avesse avuto modo di ascoltare quello che avevamo da dire invece di raccontarci come vedeva il nostro mondo”. Voi vedete che senza una forte leadership ci stiamo sempre di più allontanando dalle questioni importanti. Sempre più spesso stiamo permettendo al resto del mondo di fare le loro scelte senza la minima influenza americana.

Io comprendo pienamente che dare solo un esempio attraverso la politica interna non basta. Gli Stati Uniti devono essere sempre pronti ad agire. Dobbiamo essere pronti ad assumere il comando. Tutto questo richiede risorse – risorse per la difesa, per l’intelligence, per la sicurezza interna, per la diplomazia. Se queste risorse ci sono, gli Stati Uniti sono l’unico paese che è in grado di sostenere una posizione di leadership nel mondo – ma le risorse di cui stiamo parlando possono essere reperite solo se le fondamenta dell’economia americana saranno solide. Per questo la nostra salute economica è una questione di sicurezza nazionale. Senza l’autorità che deriva dal’eccezionalismo – eccezionalismo che l’America si è guadagnata sul campo – non potremo fare niente di buono per le altre nazioni, non potremo continuare ad essere un faro di speranza verso cui le future generazioni del mondo possano aspirare.

Se Ronald Reagan avesse dovuto affrontare le nostre sfide sappiamo quello che avrebbe fatto. Egli avrebbe affrontato i nostri problemi interni in modo diretto attraverso la sua leadership e senza alcun calcolo politico. Noi dovremmo adottare un approccio onesto e diretto per risolvere il problema del debito pubblico attraverso una riforma del nostro diritto e del nostro fisco. Dovremmo affrontare il problema della disoccupazione dando certezze all’economia riguardo il nostro futuro sistema fiscale. Dovremmo scatenare lo spirito imprenditoriale americano attraverso una riforma fiscale a lungo termine e non attraverso politiche di breve corso. Dovremmo riformare il nostro sistema scolastico mediante l’applicazione di principi derivanti dal libero mercato per educare e premiare gli insegnanti, responsabilizzando tutti quelli che sono coinvolti in questo sistema, aumentando la concorrenza attraverso la possibilità di scelta e rendendo il nostro sistema di educazione pubblica invidiato da tutto il mondo. Il principio guida deve essere semplice e potente, l’interesse educativo dei ragazzi dovrà essere sempre anteposto alle comodità che possono derivare dal mantenimento dello status quo.

Gli Stati Uniti dovranno diventare nello stesso tempo più selettivi in quello che cercheranno di realizzare all’estero. Non potremo certo forzare gli altri nell’adottare i nostri principi attraverso la coercizione. Le realtà locali hanno la loro importanza, non possiamo costringere a cambiare le altre società secondo la nostra immagine. Dobbiamo limitarci soltanto a ciò che riguarda da vicino i nostri interessi in modo tale da poter ricostruire le basi della potenza americana qui in casa – le nostre fondamenta hanno bisogno di essere ricostruite per poter sostenere il ruolo di leadership nei decenni a venire. Ma la necessità di ricostruire le nostra fondamenta non deve diventare una scusa per volgere le spalle al resto del mondo.

Non possiamo e non dobbiamo farlo. Prima di tutto la nostra economia dipende da ciò che importiamo e ciò che esportiamo. E come abbiamo imparato anni fa, noi come nazione siamo vulnerabili a terroristi armati con taglierini, bombe e virus, siano essi generati dai computer o prodotti dall’uomo. Dobbiamo restare vigili ed essere pronti ad agire con i nostri amici e alleati per scoraggiare, dissuadere o difendersi da un’aggressione, per fermare la proliferazione di armamenti nucleari e continuare a far mancare ai terroristi i modi, i mezzi e le possibilità di successo.

Mi rendo conto che ciò che dico richiede molti nostri funzionari e molta della nostra gente. Mi dichiaro colpevole. Ma mi dichiaro anche colpevole di ottimismo. Come Ronald Reagan, credo che questa nazione e i suoi abitanti possano realizzare tutto ciò se comprendono che da quello che viene loro richiesto potranno tutti trarre enorme vantaggio. Non ho alcun dubbio che noi, come popolo e come paese, siamo pronti per questa sfida. La nostra democrazia è forte e la nostra economia è la più grande al mondo. L’innovazione e l’assunzione di rischi fa parte del nostro DNA collettivo. Non c’è posto migliore al mondo per gli investimenti. E abbiamo sempre dimostrato che come popolo e come nazione siamo stati in grado di far fronte alle sfide.

Oggi la più grande sfida che deve essere vinta è quella che presentiamo a noi stessi. Di non diventare un paese che pone il diritto prima del raggiungimento dello scopo. Di non diventare un paese che pone bugie confortevoli prima di verità difficili da accettare. Di non diventare un popolo che ha poca stima di se stesso da non chiedere più di sacrificarci l’un l’altro. Noi siamo un popolo migliore e dobbiamo esigere una nazione migliore. L’America di cui parlo è l’America di Ronald Reagan che continua a sfidarci ogni giorno. Attraverso il nostro comportamento, le nostre azioni, i nostri principi e i nostri sacrifici siamo diventati un paese emulato in tutto il mondo. Non solo per quello che abbiamo detto ma per quello che abbiamo fatto sia in patria che all’estero.

Se vogliamo rendere reale l’eccezionalismo americano – eccezionalismo che può costituire un esempio di libertà per tutto il mondo – dobbiamo continuare con i nostri propositi e la nostra unità. Nel 2004 il senatore dell’Illinois Barack Obama ci ha aperto una finestra sulla sua visione della leadership americana. Egli disse: “Ora, anche mentre parliamo, ci sono quelli che si preparano a dividerci […] Io dico loro questa sera: non c’è un’America liberale e una conservatrice, ci sono gli Stati Uniti d’America. Non c’è un’America nera e un’America bianca e latino americana, ci sono gli Stati Uniti d’America”. Ora, sette anni dopo, il presidente Obama si prepara a dividere la nazione per poter riottenere l’elezione. Questo non è uno stile adatto alla leadership, questa è solo una strategia per farsi eleggere nuovamente. Si racconta a quelli che sono spaventati e che stanno lottando che l’unico modo in cui la loro vita può migliorare è quello di diminuire il successo degli altri. Si sta cinicamente convincendo coloro che soffrono che la torta economica non può più essere spartita e che non si può offrire una maggiore prosperità a tutti coloro che lavorano duro. Si insiste sul fatto che dobbiamo tassare e demonizzare coloro che hanno già raggiunto il sogno americano. Tutto questo potrebbe rilevarsi una buona strategia per la rielezione ma è un messaggio demoralizzante per l’America.

Che cosa è successo al senatore Obama? Cos’è che lo ha fatto diventare uno di quelli che divide il paese dopo averli stigmatizzati con tanta veemenza nel 2004? C’è, naturalmente, un’opzione diversa: quella di comportarsi allo stesso modo in cui Reagan ha condotto l’America negli anni Ottanta. Questo approccio alla leadership è incarnato nelle parole che ha rivolto alla nazione durante il suo discorso di addio nel 1989. Quando ha chiarito che non era lì solo per restare immobile, ma per fare la differenza. Poi ha citato l’esempio della città sulla collina e di come l’aveva resa più forte: “Ho parlato della città che risplende per tutta la mia carriera politica, ma non so se sono davvero riuscito a comunicare quello che vedevo quando ne parlavo. Ma nella mia mente era una città grande e fiera costruita su rocce più forti degli oceani spazzati dal vento, benedetta da Dio, brulicante di persone appartenenti a tutte le classi sociali che vivevano in pace ed armonia, una città con porti aperti che fervevano per il commercio e per la creatività e, se ci dovevano essere delle mura, queste avevano delle porte e le porte erano aperte a chiunque avesse avuto la volontà e il cuore per arrivarci. Ecco come l’ho vista e come continuo a vederla ancora”.

Questo è l’eccezionalismo americano. Non una battuta in un discorso politico ma una visione seguita da una serie di azioni concrete che ci hanno reso l’invidia di tutto il mondo. Non una strategia per la rielezione, ma una strategia per rivitalizzare l’America.

Noi ci saremo di nuovo, almeno fino a quando pretenderemo che i nostri leader ci dicano la verità a testa alta, affrontando i nostri difetti, per celebrare i nostri successi e ancora una volta per guidare il mondo grazie a quello che siamo stati in grado di realizzare fattivamente. Solo quando lo faremo saremo finalmente in grado di assicurare ai nostri figli e nipoti di vivere in un secondo secolo americano. Glielo dobbiamo, come hanno fatto per noi quelli che sono venuti prima, niente di meno.

Grazie ancora per avermi invitato, Dio vi benedica e Dio benedica gli Stati Uniti d’America.

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