Braccia lasciate all’agricoltura

By Redazione

settembre 28, 2011 politica

Braccia rubate all’agricoltura. Ma anche braccia restituite all’agricoltura. Su quale delle due versioni ci sia il gradimento della maggioranza piuttosto che dell’opposizione, è una questione di difficile risoluzione. E se è vero che la pregiudiziale di innocenza è una faccenda dalle nostre parti ritenuta imprescindibile, ci sembrerebbe anche ragionevole che un ministro indagato per cose che attengono al mondo della criminalità organizzata – per quanto l’intermittenza della sua vicenda giudiziaria avalli i dubbi espressi efficacemente ieri sul Foglio da Giuseppe Sottile, e citati in aula dal responsabile Moffa – valutasse in tutta serenità l’opportunità di ricoprire, in tal modo adombrato, un incarico istituzionale non proprio di secondo piano.

Fatto sta che – ci saremmo stupiti del contrario – la discussione, che avrebbe potuto incentrarsi sulla natura del reato di cui è accusato Romano (concorso esterno in associazione mafiosa), sulle modalità di selezione della sua figura politica per una poltrona ministeriale (il tutt’altro che solitamente parco Giovanardi ha definito “un’imprudenza” il suo posarsi lieve nella stanza dei bottoni), sui pesi e i contrappesi che regolamentano e separano i poteri in uno Stato che affanna a definirsi liberale, ha subito un processo di semplificazione contingentale tale da prestarsi ad essere riassunta in un paio di battute.

“Romano è un mafioso, come fa la Lega a difenderlo? Se ne vada dal governo”, in soldoni il ragionamento dell’opposizione, “Il vostro è un attacco strumentale a suocera perché nuora (Berlusconi) inciampi”, rispondevano dai banchi della maggioranza. Un dibattito stanco, andato avanti secondo un copione talmente scontato che la maggioranza non ha ritenuto opportuno dare immagine solida di sé, lasciando solo Romano nella sua arringa difensiva, mentre lo stesso ministro sorrideva e si fregava le mani ancor prima dell’inizio della chiama. Un lungo scivolare che ha visto il ministro salvarsi per 315 voti contro 294, rendendo dunque ininfluente la scelta dei Radicali che avevano deciso di non partecipare al coto, scatenando l’ira dei banchi del Pd.

Ma se di banalizzazione si è trattata, tracce di una verità di Palazzo si trovano per l’uno nelle parole dell’altro. Che all’opposizione poco sia stata interessata di Romano in quanto tale, lo si potrebbe affermare con un buon margine di sicurezza, anche a sentire una certa difficoltà argomentativa di gente solitamente tosta come Di Pietro e Granata, tendente a rispolverare una fumosa questione morale, costretta a convenire che, giudiziariamente, gli elementi contro Romano sono ad oggi fragilini. Incidentalmente, oltre a ricoprire la carica ministeriale, l’ex-esponente dell’Udc è anche tra i leader di quella formazione parlamentare, da lui un po’ pretestuosamente definita “partito”, conosciuta come i Responsabili e formalmente registrata come Popolo e Territorio.

Il capo di Scilipoti, insomma, una cui sfiducia personale avrebbe terremotato quella pittoresca armata brancaleone sulla quale il governo si sostiene da qualche mese. A questo probabilmente pensavano i “Franceschini ed altri”, quando hanno presentato una mozione in un periodo nel quale ( eravamo a luglio) l’opposizione accusava un governo reo di pensare ad un sacco di cose tranne che alla drammatica situazione economica del Paese.

Di interessante e non epidermico negli appunti che l’opposizione ha sollevato sul muro elevato dal Pdl sulla questione, c’è la faccenda della Lega. Tutt’altro che scontata la domanda su come il Carroccio avrebbe potuto digerire un altro voto ad personam per salvare un personaggio inviso a gran parte della base verde. L’ennesimo “ammosciarsi della spada di Giussano”, come lo ha ironicamente definito David Parenzo, duettando con più di un deputato leghista durante la Zanzara su Radio24. Il clima da fine impero che si respira nei corridoi del Palazzo ha prodotto una deriva barricadera all’interno di una consistente parte del partito. Una sorta di ritorno alle origini, abilmente pilotato da Maroni, che se ne è servito nel suo disegno di interdizione nei confronti dei desiderata del Pdl, e per alzare il paletto delle issues leghiste nell’agenda della maggioranza.

Ma soprattutto nel suo cauto disimpegno da un leader che ritiene ormai unfit a guidare la compagine nordista, operato attraverso l’impallinamento di Papa, e l’aperta antipatia espressa ai danni di Milanese, salvato solamente per non affossare Tremonti. Quello su Romano, però, era un voto politico e non giudiziario, il cui esito avrebbe provocato smottamenti imprevedibili nel governo. Scosse che, sic stantibus rebus, il ministro dell’Interno ha voluto a tutti i costi evitare, per non trovarsi nella condizione di dover affrontare un’eventuale tornata elettorale non essendo ancora riuscito a mettere le mani sul partito.

Per questo, i maroniani si sono scherniti dicendo che chissenefrega di Romano, ma il governo non si poteva far cadere in questo momento. Anche se il prezzo era stato fissato nel salvataggio di un Romano di Palermo. Un imbarazzo palesatosi nella dichiarazione di voto, resa dall’onorevole Fogliato, che ha totalmente eluso la questione per dedicarsi per una buona decina di minuti all’analisi delle politiche agricole italiane ed europee. Con buona pace del forum di Radio Padania, “momentaneamente chiuso” per l’occasione.

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