In memoria del giudice D’Urso

By Redazione

settembre 26, 2011 politica

“Sono Lorena D’Urso. Stavo venendo con mia madre, ma purtroppo si è sentita male. Allora parlo io; il Partito Radicale ci ha concesso questi 4 minuti per parlare, a me e a mio padre, Giovanni D’Urso, e voi perché sappiate e ci aiutate. Siamo infatti agli ultimi minuti, contro una tragedia immensa, barbara; e possiamo forse ancora arrivare in tempo se tutti dopo avermi ascoltato vi muoverete, farete qualcosa”.

Erano le 20 del 10 gennaio 1981, poco più di trenta anni orsono, e il disperato appello della figlia del magistrato (oggi una colonna della giudiziaria a Radio radicale) iniziava così. Subito dopo, nello spazio autogestito messo a disposizione dai radicali, Lorena D’Urso era costretta a leggere il testo del comunicato numero 8 delle Brigate rosse. Quello in cui il giudice, all’epoca delegato alle carceri di massima sicurezza veniva definito “il boia D’Urso”.  Il giudice era stato sequestrato dalle Br di Senzani il 12 dicembre del 1980 e venne poi rilasciato tre giorni dopo la lettura di quel terribile comunicato in tv. Inutile dire che i terroristi minacciavano di ucciderlo come avevano fatto tre anni prima con Moro. Anche quella volta ci fu il partito della fermezza, impersonato da Scalfari e  dal Pci, oltre che da Cossiga, che non voleva a nessun costo trattare. E sulla “pelle del D’Urso”, per usare il solito gioco di parole di Pannella, qualcuno aveva ordito una soluzione autoritaria per l’Italia, già sfiancata da una lunga stagione di leggi speciali e di terrorismi rossi e neri.

Giovanni D’Urso è morto invece ieri dopo un lungo male a 30 anni dai fatti storici che lo coinvolsero. Si può dire che Pannella gli ha allungato la vita di oltre un quarto di secolo, mentre i vari “PScalfari, P2, P38”, per citare la onirica invettiva del leader radicale, gliela avrebbero senz’altro abbreviata. Senza alcuno scrupolo per la persona. Perché l’importante, come per Moro, era mantenere un assurdo e astratto principio. Salvo magari trattare con la camorra sotto banco per salvare la vita e gli appalti dell’assessore regionale della Dc in Campania Ciro Cirillo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *