Il tradimento dell’informazione

By Redazione

settembre 26, 2011 politica

A dare ascolto ad Antonio Di Pietro da un giorno all’altro “ci potrebbe scappare il morto”. A stare alla lettura dei grandi giornali il paese sarebbe carico e grondante di rabbia anticasta e vivrebbe in un clima pre-insurrezionale. Il tutto a causa della pervicacia con cui la maggioranza di governo si ostina a mantenere al suo posto Silvio Berlusconi che è l’unica e sola causa dello stato di enorme tensione in cui vive il popolo italiano.

Ma Di Pietro è il leader dell’ala più radicale, giustizialista ed estremista dell’opposizione. L’iperbole, il paradosso, l’esasperazione sono i suoi indispensabili ferri del mestiere. Come rimanere sempre sulla cresta dell’onda e cercare di accrescere in continuazione i consensi del proprio partito a danno del Pd e delle altre forze d’opposizione in concorrenza con l’Idv se non forzando i toni ed applicando sempre e comunque alla lettera quella tattica del “tanto meglio, tanto peggio” che ispira da sempre ogni formazione politica posta alle estremità degli schieramenti parlamentari? Di Pietro, quindi, è politicamente giustificato. Anche quando esagera, anche quando le spara grosse come ha fatto tirando un ballo l’ipotesi del morto, anche quando insiste nell’introdurre nel dibattito politico una terminologia e dei toni da rissa da osteria. A non essere giustificata, invece, è la grande stampa, quella dei “padroni del vapore”, quella delle banche usuraie, degli industriali sopravvissuti grazie agli aiuti di stato, dei finanziari speculatori, delle lobby privilegiate.

Intendiamoci, anche questa stampa ha la sua giustificazione. Deve mettere l’asino dove vuole il padrone difendendo gli interessi dai propri dante causa. Ma, accanto a questa normale e scontata attività, dovrebbe anche garantire ai propri lettori in minimo di informazione se non oggettiva almeno realistica. Invece è totalmente impegnata a presentare una situazione del paese totalmente diversa da quella della realtà dei fatti. Una situazione che farebbe pensare che il vento delle rivolte arabe stia interessando anche la penisola. E che da un momento all’altro Milano o Palermo o qualsiasi altra città italiana diventi la Bengasi da dove è partita la rivolta anti-Gheddafi e si trasformi nella scintilla dell’incendio politico e sociale destinato a bruciare Roma e Berlusconi come in Libia è capitato a Tripoli ed al Colonnello. Questa è la realtà del paese? Niente affatto. Gli effetti della crisi economica internazionale si fanno sentire pesantemente. Ma non c’è alcuna situazione pre-insurrezionale. C’è solo la scelta strumentale della grande stampa di rappresentare in maniera falsata un paese che è sicuramente carico di aspettative e di rivendicazioni ma che è anche consapevole che l’uso della violenza aggrava e non risolve le situazione.

Questa costante forzatura, questa assurda distorsione della realtà, questa ricerca ossessiva del pretesto per dare fuoco alle polveri e provocare l’esplosione che dovrebbe mandare all’aria il Cavaliere è un caso. Grave, pericoloso, da denunciare. Perché indica che la grande stampa ha rinunciato alla propria funzione naturale di informare e si è messa a fare concorrenza a Di Pietro ed a tutti quei politici che trovano conveniente applicare la regola del “tanto peggio, tanto meglio”. In questa scelta dei media gioca sicuramente un interesse editoriale che s’intreccia con quello politico dei padroni dei media stessi: la convinzione che l’informazione drogata, forzata, esasperata, consenta di conservare quella fascia di lettori che sono stati ormai conquistati dal giustizialismo più becero e demagogico.

Ma questa sarà pure una minoranza attiva ma rimane una fascia formata solo dal alcune centinaia di migliaia di italiani. E le altre decine di milioni? Rinunciare ad informarle per rincorrere il popolo del livore violaceo può pagare a breve. Alla lunga penalizza. In termini di lettori. In termini di elettori!

(da L’Opinione)

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