Un suicidio per i palestinesi

By Redazione

settembre 25, 2011 Esteri

Il piatto forte della 66ma Assemblea Generale delle Nazioni Unite è la proposta di riconoscimento della Palestina quale Stato indipendente. Ha fatto benissimo il nostro ministro degli Esteri ad esprimersi negativamente. Così come fa benissimo il presidente Barack Obama a minacciare il veto all’eventuale riconoscimento, anche se dovesse essere votato dalla maggioranza qualificata (2/3) dei 193 Paesi rappresentati al Palazzo di Vetro.Apparentemente il discorso che ho appena fatto è quanto di più liberticida si possa concepire. Ma come? – si dirà – vuoi negare il diritto all’autodeterminazione di un popolo?

Sì. E adesso spiegherò perché il diritto di autodeterminazione, di cui si parla in questo caso, non c’entri nulla con la libertà. Prima di tutto è meglio definire cosa si intende per libertà. Non ci sono molte interpretazioni possibili, a dire il vero. Io sono libero, prima di tutto, quando sono vivo. Dunque la libertà è condizionata dal diritto alla vita: diritto a proteggermi ed essere protetto dall’aggressione altrui. Sono libero quando, non solo sono vivo, ma anche quando posso compiere da solo le mie scelte, quando voglio, esprimendole come voglio, trasformandole nell’azione che voglio, senza essere punito: diritto di proteggermi o essere protetto dalla coercizione altrui. Infine sono ancor più libero se posso godere e disporre delle cose di cui sono legittimo proprietario, perché le ho create o scambiate senza alcun uso della violenza: diritto a proteggermi o essere protetto dal furto altrui.

Tutti questi diritti, come si può ben capire, appartengono a me. Appartengono a tutti, in ugual misura. Ma appartengono a: individui. Sono diritti individuali. Non possono essere applicati a masse. E’ una questione di realtà: esisto io, esistono i miei genitori e mia sorella, esistono i miei colleghi, i miei amici. Ognuno gode dei suoi diritti individuali. Non esiste una signora “Italia”, non c’è una signora “razza italiana”, né una signora “classe borghese” a cui dovrei appartenere anche io. Non le ho mai incontrate, non è possibile incontrarle: sono astrazioni, costruzioni mentali, concetti adottati dalla nostra mente e usati nel linguaggio corrente per semplificare un insieme di individui simili (stessa lingua, cultura simile, stessa collocazione geografica alla nascita, una storia e una memoria comuni sotto molti aspetti). Ovviamente non possiamo applicare i nostri diritti (ad esser protetto dall’aggressione, dalla coercizione e dal furto) ad un concetto astratto.

Detto così sembra scontato, ma, vuoi per superstizione, per ideologia, per ingenuità (di molti), per furbizia (di pochi), abbiamo applicato nei secoli i diritti a concetti astratti collettivi. Con risultati controproducenti. Perché l’aspirazione all’indipendenza è bellissima quando è individuale: non c’è niente di meglio di una persona economicamente autonoma, che non è serva di nessuno, non schiavizza alcuno, è libera di prendere le sue decisioni senza dover dipendere dalla volontà altrui. Ma applicare la stessa aspirazione ad un Paese può voler dire anche rendere schiava l’intera massa dei suoi abitanti: schiavi di un governo che aspira all’indipendenza nazionale, sacrificando in tutto quella dei suoi cittadini. Cuba è sicuramente più indipendente dall’influenza economica statunitense, da quando c’è Castro. Ma i suoi cittadini sono diventati schiavi del suo regime. L’Algeria è diventata indipendente dalla Francia cinquant’anni fa, ma i suoi cittadini sono repressi dal regime dell’Fln (e dei suoi diretti discendenti) molto di più di quanto non fossero repressi da Parigi. Per non parlare del Vietnam: mezzo secolo di lotta contro la Francia prima e gli Usa poi per ottenere la “libertà” di uno Stato che schiavizza e stermina i suoi cittadini. E gli esempi si sprecano, purtroppo, in tutto il mondo.

Ecco perché l’autodeterminazione dei popoli non va intesa come diritto assoluto (e nemmeno il presidente Woodrow Wilson, che lo formulò nel 1917, l’aveva inteso come tale), ma come un diritto derivato. L’autodeterminazione di un popolo è legittima e auspicabile se, e solo se, garantisce una maggior libertà ai singoli: ai cittadini del nuovo Stato. Ed è questo principio che ci permette di stabilire, con una certa serenità d’animo e con estrema coerenza, quali richieste di indipendenza siano legittime e quali no. Lasciamo perdere la simpatia o l’antipatia che nutriamo per l’uno o l’altro popolo. Pensiamo solo a quello che potrebbe essere il nuovo Paese indipendente: se le premesse sono quelle di uno Stato che garantisce più libertà ai suoi cittadini, la causa indipendentista sarà legittima; se le premesse sono quelle di una futura dittatura, allora la causa indipendentista sarà illegittima. Meglio liberi sotto un governo straniero che schiavi sotto uno nazionale. E questo a prescindere dal carattere democratico o autoritario del governo. La democrazia, in sé, non è affatto una garanzia per la mia libertà e nemmeno per la mia stessa vita. Se la maggioranza dei miei connazionali vota un governo che mi vuole uccidere o spogliare di tutte le mie proprietà? La Germania, nel 1933, era sicuramente indipendente, certamente democratica, ma, con Hitler al governo, tutt’altro che libera.

La richiesta di autodeterminazione palestinese, stando alle sue premesse, non è legittima.  E’ vero che i palestinesi di oggi, sia in Cisgiordania che a Gaza, lamentano una notevole mancanza di libertà sotto il governo israeliano: non possono muoversi liberamente, non godono di pieni diritti politici, la loro proprietà è spesso soggetta a sequestro, la loro vita è perennemente in pericolo fra un conflitto e l’altro. Ma questa loro condizione, che viene sistematicamente denunciata da tutte le organizzazioni dei diritti umani, è provvisoria, anche se di lungo periodo. Ed è dovuta alla guerra che, prima l’Olp, poi anche i partiti islamici Hamas e Jihad Islamica, hanno scatenato contro Israele. Prima della Prima Intifadah (1987) i palestinesi di Cisgiordania e Gaza erano molto più inseriti nel tessuto economico israeliano. Anche prima della Seconda Intifadah (2000), molti più palestinesi lavoravano in Israele, guadagnando di più e viaggiando più liberamente. Tuttora, quelli che abitano nei territori non controllati da Hamas, godono di più libertà di quelli che vivono all’ombra movimento terrorista. In certe aree della Cisgiordania si passa più volte il confine fra Israele e Autorità Palestinese senza nemmeno accorgersene. Se i palestinesi, oggi, si trovano in una situazione in cui la loro libertà è fortemente limitata, lo si deve esclusivamente a loro scelte sbagliate nei decenni passati.

Alle prime avvisaglie di guerriglia, un uomo razionale avrebbe dovuto immediatamente denunciare i fanatici (Arafat, prima di tutto) che lo stavano portando alla guerra totale, e alla rovina economica, contro uno Stato militarmente molto potente, non per proteggere i suoi diritti, ma nel nome dei diritti di concetti astratti e irrazionali, quali “nazione palestinese”, “nazione araba” e infine anche “Ummah islamica”. Purtroppo la stragrande maggioranza dei palestinesi ha accettato, o ha aderito volontariamente, a queste parole d’ordine irrazionali. Se non lo avessero fatto, se avessero agito razionalmente, se avessero denunciato Arafat e avessero continuato a commerciare con (o lavorare in) Israele, oggi avremmo probabilmente tutt’altro Medio Oriente. Anche se la storia non si può fare con i “se”, basta vedere come vivono gli arabi in Israele per capirlo: pari diritti e libertà, stessi servizi, piena libertà di culto, libertà di lavorare, diritti di proprietà garantiti. Gli arabi in Israele sono molto più liberi e benestanti dei loro connazionali che vivono nei Paesi arabi governati da altri arabi. Se i palestinesi di Cisgiordania e Gaza avessero scelto la via dell’integrazione, invece che quella del confronto armato, oggi sarebbero quasi certamente molto più liberi e ricchi di quel che sono ora.

Quali sono le premesse dell’indipendentismo palestinese? Non quelle di un nuovo Paese più libero. I palestinesi, nel nuovo Stato indipendente, sarebbero addirittura meno liberi di quanto lo siano oggi. Gaza (unico territorio realmente indipendente) ne è la dimostrazione: subito dopo il ritiro israeliano, Hamas ha vinto le elezioni e governa col pugno di ferro, forte della tirannia della maggioranza. A Gaza non esiste più alcuna libertà di espressione, culto e pensiero, né viene protetta la proprietà, né la vita dei suoi sudditi può ritenersi protetta dalla polizia (leggasi: dalle bande armate) che dovrebbe garantire l’ordine. Come Castro a Cuba, anche Hamas a Gaza attribuisce tutte le colpe all’embargo che gli è stato imposto. La gente del posto e i loro simpatizzanti europei preferiscono scambiare la causa per l’effetto, non vogliono vedere che l’embargo è stato imposto a Gaza perché questa è un inferno in espansione, preferiscono credere che sia un inferno proprio perché c’è l’embargo. Ma, se non ci facciamo distrarre dalla propaganda, la scansione degli eventi è chiarissima: Israele si è ritirata, la maggioranza ha votato Hamas, Hamas ha portato l’inferno a Gaza e ha ricominciato ad attaccare gli israeliani, questi ultimi si sono difesi ponendo un blocco totale.

C’è modo di pensare che possa accadere qualcosa di diverso in Cisgiordania? Bombardata da tre decenni di propaganda di guerra, la maggioranza dei palestinesi, anche in Cisgiordania, è pronta a far vincere Hamas. E se anche Hamas dovesse moderarsi e adottare un programma pacifista, voterebbe per un altro partito ancora più tirannico e guerrafondaio. Uno Stato palestinese sarebbe, con tutta probabilità, una gigantesca Gaza. Ma anche se, per un qualche miracolo, dovesse vincere l’altro partito, Fatah, avremmo sempre al governo una fazione nata nel terrorismo, che non è mai stata democratica e ha sempre imposto una sua dittatura ovunque si sia affermata. Stiamo parlando di una fazione politica in cui sono maturati i terroristi suicidi della Seconda Intifadah, quelli delle Brigate Martiri di Al Aqsa. Cosa ci possiamo aspettare da gente che predica di uccidersi contro il nemico e di fare più figli solo per mandare anche loro al macello? Oggi si atteggiano a pragmatici (all’estero), ma guardiamo che cosa hanno detto fino all’altro ieri e vediamo che cosa fanno dire tuttora alla loro televisione in patria.

Una Palestina indipendente sarebbe un suicidio per i palestinesi e un pericolo per tutti i Paesi vicini, prima di tutto per Israele. Meglio aspettare che maturi un’altra mentalità, un’altra classe dirigente, un’altra generazione più razionale. Per lo meno: meglio attendere che i vicini (non solo Israele, ma anche la Giordania) trovino il modo di mettere realmente in sicurezza le loro popolazioni, entro confini ben difendibili, prima di dare all’Autorità Palestinese questo dono immeritato di una “Palestina indipendente entro i confini del 1967, con Gerusalemme (attuale capitale israeliana, ndr) capitale”.

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