Ricatti siculi e scudi padani

By Redazione

settembre 25, 2011 politica

Non di solo Milanese vive il Parlamento perché, scusate tanto, c’è un altro uomo del Governo che chiede spazio, riflettori e quantomeno le stesse tutele ricevute dall’ex collaboratore di Tremonti, salvato in extremis con il voto della Camera. Saverio Romano ha le idee chiarissime, democristiano sin dall’università, parlamentare da tre legislature, oggi si ritrova con un libro appena pubblicato (‘La mafia addosso’), un procedimento che lo vede imputato per concorso esterno in associazione mafiosa e, dulcis in fundo, una mozione di sfiducia parlamentare.

Palermitano d.o.c. classe 1964, Romano è stato uomo forte dell’Udc in Sicilia prima di mettersi in proprio e fondare, nel settembre 2010, il partito dei “Popolari di Italia Domani“, meglio conosciuto come Pid. Un po’ Responsabili, un po’ forza di supporto al Governo, un po’ alleati ma anche impazienti procacciatori di poltrone che, all’ultimo rimpasto, hanno bussato alla porta di Berlusconi tornando a casa con le tasche (quasi) piene di nomine. Saverio Romano, ad esempio, si è seduto al vertice del ministero dell’Agricoltura nonostante le riserve di Napolitano circa la sua nomina, in virtù dei procedimenti giudiziali che ora tornano al centro del dibattito.

Oggi Romano parte alla carica per difendersi da quella mozione di sfiducia che Pd, Idv e Terzo Polo (ex amici dell’Udc compresi) si apprestano a votare in Parlamento il 28 settembre. Pazienza se Casini, interpellato sul suo caso, fa spallucce: “Sfiduciare Romano? Conosco solo Romano Prodi”. Il ministro ci passa sopra, convoca i giornalisti e difende il suo operato al dicastero che fu del leghista Zaia. Senza dimenticarsi di dare una sferzata dal retrogusto amaro. “Io sono il leader di un partito politico che sostiene il governo – incalza – con numeri diversi cambierebbe la maggioranza”. Così, per dire.

Stavolta però, la votazione si preannuncia meno emozionante di quella che ha coinvolto Marco Milanese, prima di tutto perché non sarà segreta, ragion per cui i falchi tiratori non potranno muoversi liberamente se non mettendoci la faccia, con nome e cognome. In secundis la Lega ha deciso di non fare capricci. “Bocceremo la sfiducia a Romano”, ha messo le mani avanti un rassicurante Marco Reguzzoni. “Non vedo perché sfiduciarlo”, ha aggiunto Bobo Maroni.

Sembrano lontani i tempi in cui La Padania sbatteva in prima pagina le foto di Berlusconi, Dell’Utri, Totò Riina e Tano Badalamenti sovrastati dal titolone “baciamo le mani”. Oggi urgono questioni di sopravvivenza, numeri e governabilità, dove la Lega, dopo mesi di mal di pancia e lamentele, torna ad allinearsi sposando le questioni Milanese e Romano tanto da far dire a Di Pietro che a Via Bellerio si è consumata una vera e propria “trasformazione genetica“. Una rinuncia bella e buona a quella che Italo Bocchino ha definito “la tradizione legalitaria” della Lega.

Da accusatori ad accusati, con una base che a stento riesce a cacciare in gola le imprecazioni di dissenso, il Carroccio rischia ora di scatenare definitivamente l’ira funesta dei suoi elettori. “Proviamo a immaginare la faccia di un militante leghista – scrive Brambilla su La Stampa – di fronte al curriculum vitae di Romano. Meridionale, democristiano, casiniano, trasformista premiato con un ministero, indagato per mafia: sembra l’esemplare di politico che la Lega Nord ha sempre giurato di voler spazzare via”. E invece no, almeno per questa settimana.

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