Milanese è salvo, il bunker tiene

By Redazione

settembre 22, 2011 politica

Il D-day del centrodestra assediato si trasforma in vittoria. Stavolta è salvo davvero. A sorpresa, e per un pugno di deputati. La Camera impedisce l’arresto di Marco Milanese con tre soli voti di scarto: maggioranza richiesta 309, 312 contrari, favorevoli 305. Questi ultimi erano in realtà erano 306, perché il vicesegretario del Pd Enrico Letta non si è visto registrare il proprio voto per un errore tecnico. Poco cambia. Silvio Berlusconi non gradisce il margine così ristretto e ripreso dalle telecamere se la prende col ministro La Russa.

Ma poteva andargli peggio. I tabulati dicono che ci sono stati (forse) 7 franchi tiratori, i quali si sarebbero uniti a Pd, Idv e Udc tentando di mandare al fresco l’ex braccio destro di Giulio Tremonti. L’opposizione vedeva infatti presenti 299 parlamentari: appunto 7 in meno dei sì al carcere. Tra i banchi della maggioranza mancavano in otto: sei pidiellini, un leghista, uno di Noi sud. Alfonso Papa, agli arresti a Poggioreale, era giustificato. Come il ministro Frattini, in missione all’estero. Mentre si votava Tremonti volava a Washington, direzione Fmi. Assenza forse diplomatica per la quale il superministro incassa gli strali del suo partito, con lo stesso premier che preferisce non commentare. Gli altri desaparecidos hanno probabilmente deciso di cavarsi d’impaccio. I conti non tornano, e col voto segreto una ripartizione precisa è impossibile: ma sommando assenti e franchi tiratori, e se tutti gli uomini dell’opposizione avessero votato sì, il centrodestra a Montecitorio sarebbe a quota 327. Cifra clamorosa. Ma quel che conta è il significato politico della calda mattinata della Camera. Le minoranze se la prendono rabbiosamente con la Lega e con il responsabile dell’Interno Roberto Maroni. Dal loro punto di vista hanno ragione da vendere.

La differenza tra la libertà di Milanese e le manette toccate a Papa – che rispetto al primo, va ricordato, era molto più isolato nel Pdl – poggia su 19 votanti: quelli che il 20 luglio dissero sì alla procura di Napoli e che ieri, invece, non l’hanno accontentata. Due mesi fa i no all’arresto furono 293, i sì 319. Chiaro quindi che l’accusa di aver cambiato fronte finisca soprattutto addosso ai lumbard maroniani. “Lo avevo detto che la Lega non avrebbe fatto cadere il governo. Abbiamo dimostrato di essere alleati leali”, commenta a caldo Umberto Bossi. Ecco il paradosso più evidente. Opposizioni, urlatori di piazza, grande stampa, Confindustria, parte dei sindacati, vari personaggi illustri del cortile Italia (ed Europa) pretendono che il Cavaliere sloggi. Ogni giorno escono retroscena – in parte ispirati da fonti interne al Pdl e al Carroccio, con la funzione di profezie che si autoavverino – che lo vedono in procinto di mollare.

Eppure la realtà è più semplice. Bossi riprende il controllo dei padani e si stringe al Cav. I due ritengono di non avere altra scelta se non quella di asserragliarsi nel bunker. I numeri in Parlamento per ora li hanno, e tutto il resto è noia. Su quanto questa tattica possa servire al Paese e al centrodestra stesso, il dibattito è aperto.

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