Il monopolio nell’anima

By Redazione

settembre 22, 2011 politica

L’Indice delle Liberalizzazioni 2011 è stato pubblicato e presentato lunedì a Milano dall’Istituto Bruno Leoni. Come ci si poteva attendere, il risultato lascia ben poco sperare: l’Italia è ferma nelle liberalizzazioni. I settori strategici che erano nelle mani di monopoli statali lo sono tuttora. Ma prima di tutto è meglio rispondere a una domanda: perché conviene liberalizzare? Risponde direttamente un grande filosofo liberale di due secoli fa, John Stuart Mill: “La gente cura i propri affari e i propri interessi meglio di quanto il governo faccia o ci si possa aspettare che faccia”.

Poi è meglio rispondere anche a una seconda domanda: che cosa realmente si intende per “liberalizzazione”? Ogni economista ha la sua versione. L’Istituto Bruno Leoni, come spiega Carlo Stagnaro (Direttore ricerche e studi), ha scelto il criterio liberale classico: liberalizzazione è rimozione delle barriere all’ingresso nel mercato. Barriere sostanziali, oltre che formali: non è necessaria una legge esplicita che proibisca a un operatore, nazionale o straniero, di fornire un determinato bene o servizio, basta che il governo gli “metta paura”. Fatti questi doverosi chiarimenti, come mai l’Italia non liberalizza? La risposta è graficamente contenuta già nella copertina dell’Indice di quest’anno: un omino bendato e imbavagliato, che dunque non vuole (o non può) vedere o dire quali siano i vantaggi di un mercato più libero.

E così però si avvicina al cappio che lo attende: quello della stagnazione o addirittura recessione economica. L’indice generale parla chiaro: nel 2007, l’Italia era liberalizzata al 47%, nel 2011 qualche progresso è stato fatto, ma l’indice è fermo al 49%. Alberto Mingardi (Direttore Generale di Ibl) ironizza affermando che solo dopo aver subito una sconfitta in una guerra totale, tale da radere al suolo la sua classe dirigente, Italia, Germania e Giappone hanno potuto liberalizzare i loro sistemi. Salvatore Rossi, Segretario Generale di Banca Italia, dopo aver illustrato i vantaggi della liberalizzazione sulla crescita economica di un Paese, spiega bene, con una metafora, quale sia la mentalità che ostacola questo tipo di riforma: “Ivan Lo Bello, presidente della Confindustria Sicilia e protagonista della lotta contro il pizzo, mi ha detto molto chiaramente che la ragione per cui il pizzo è così ben accetto da molte sue vittime, è che il servizio principale fornito dalla Mafia non è la protezione fisica, come troppo spesso si crede, bensì la protezione dalla concorrenza.

Chi paga, sa bene che nel raggio di 1 km non avrà concorrenti: sarà la Mafia, con i suoi metodi, a scoraggiare qualsiasi competitore. Questo è un estremo. Ma in generale, se sei lavoratore autonomo tenderai a vedere la concorrenza come nemica del tuo profitto. Se sei lavoratore dipendente e appartieni a una grande aziende, la sicurezza del tuo posto di lavoro dipende dalla posizione occupata nel mercato dal tuo datore di lavoro, quindi la concorrenza è sempre un nemico. Non solo: se l’azienda concorrente è in crisi e chiede un salvataggio pubblico, tu, lavoratore dipendente, tendi a solidarizzare con i tuoi omologhi della concorrenza, perché oggi tocca a loro, domani tocca a te”. Liberalizzare fa bene al consumatore, ma implica anche un grande sforzo per i produttori.

Lo fa toccare con mano Massimo Orlandi (Amministratore Delegato di Sorgenia), che opera in due dei mercati più liberalizzati d’Italia: elettricità e gas naturale. “Tutti gli operatori di questi settori” – spiega Orlandi – “escono da due anni bui e per il 2012 non si aspettano niente di meglio. Con l’aumento del numero dei fornitori, i margini di tutti i concorrenti sono scesi, quasi fino ad annullarsi. Sarà anche brutto per chi ci lavora, ma è proprio la dimostrazione che il mercato sta funzionando”. Luca Palermo è Amministratore Delegato di Tnt Post, primo concorrente delle Poste Italiane e sottolinea con quanta riluttanza lo Stato abbia accettato di mollare, almeno in parte, il suo monopolio nel settore: “Io sono entrato in Tnt nel 2005, la liberalizzazione doveva avvenire l’anno dopo. Siamo arrivati fino al 2011 per vedere almeno una parvenza di liberalizzazione nel settore. E prima di arrivarci il governo ha dovuto subire una minaccia di infrazione da parte dell’Unione Europea”. Come anticipava Salvatore Rossi, comunque, non si tratta tanto di un problema politico, quanto di un rifiuto culturale da parte della maggioranza degli italiani. Lo ribadisce anche Linda Lanzillotta, già ministro degli Affari Regionali sotto il governo Prodi e ora all’opposizione: “Nello scorso decennio la politica di liberalizzazione ha avuto, almeno nella teoria, una sua valorizzazione positiva. Il referendum che ha bocciato la ‘liberalizzazione dell’acqua’ è invece il sintomo che è in corso una fortissima regressione culturale, da parte di tutto il sistema politico così come dell’opinione pubblica.

E’ un paradosso immenso: mentre è in corso una lotta contro la ‘casta’, la vittoria del Sì al referendum sull’acqua ha rafforzato le caste locali che controllano i servizi idrici”. Un paradosso che viene fatto toccare con mano anche dall’onorevole Giorgio Stracquadanio (Pdl): “Quando si parlava di vendere Alitalia, il 60% degli italiani era favorevole a mantenere una compagnia di bandiera. La consideravano un motivo di orgoglio nazionale. Guarda caso, la maggior parte di quel 60% non prende mai l’aereo”. Stessa cosa si può dire per tutti quegli italiani che hanno votato Sì al referendum contro la “privatizzazione dell’acqua”. Ma poi si dissetano con l’acqua minerale. Se dunque non siamo liberi, alla fine, è perché abbiamo paura di esserlo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *