Effetto referendum sul Pd

By Redazione

settembre 21, 2011 politica

Siamo a meno di dieci giorni dalla consegna in Cassazione delle firme per il Referendum abrogativo del Porcellum, una cosa è emersa chiaramente: la gente vuole partecipare, il popolo italiano ha chiaramente in testa che l’attuale legge è drammaticamente perversa. Distorsiva verso l’alto (premio senza “quorum”) e verso il basso (sbarramento),  impossibilitata a rendere il legame naturale tra elettorato e parlamentari visibile, anzi, questo legame reciso. La gente ha intuito questo: il PD no.

La cosa che emerge nel PD è invece il suo comportamento schizofrenico: incapacità di ascoltare la base (l’orecchio a terra non sembra funzionare) , incapacità di intercettare eventuali voti  in uscita (anche il cestino per le mele forse è bucato), ennesima sottovalutazione del fronte referendario. Non dimentichiamo infatti che anche lo scorso giro il PD è entrato in gioco solo alla fine e su almeno due dei quesiti con molte contraddizioni interne, alcune tra l’altro condivisibili come quelli su nucleare e remunerabilità degli investimenti sull’acqua. Se nel 2012 o 2013 si vincerà sarà per lo più per l’abbandono dell’avversario, oltre che per il rientro in gioco di SEL.

Ad oggi non si sa se si arriverà alla meta, i dati di raccolta sono buoni, i banchetti e i comuni della Penisola presi d’assalto, lo sforzo organizzativo da parte del Comitato Referendario è enorme con decine di migliaia di moduli che viaggiano da nord a sud per far fronte ad una richiesta che in primis viene dalla base del PD, una base che, ignara o non curante delle decisioni del vertice, ha deciso di tirar fuori tavolini, sedie e megafono e raccogliere le firme, prima dei “ni”, e soprattutto ben prima che molti big facessero il loro timido o intempestivo endorsement. L’appoggio stavolta (l’ennesima?) viene dato per non perdere la faccia più che per mettercela e guidare un processo di riscossa, questo sì necessario per dare la volata ad una coalizione che deve ancora capire cosa fare e soprattutto con chi.

Non possiamo non riconoscere ad Arturo Parisi la lucidità  e il coraggio tanto nella scelta del tema – gli ultimi precedenti sui referendum sulle leggi elettorali non erano rosei –  quanto sulla scommessa dei tempi: un referendum in sei-sette settimane con agosto di mezzo è cosa da folli. O da sardi tignosi, ed è forse il motivo per cui – anche con Mario Segni – è partito questo “secondo tempo” di quel referendum del ’93 (voluto dai due) che al Mattarellum aprì la strada. Ma a questa avventura doveva accodarsi – o ancora meglio la doveva guidare – da subito Bersani, non fosse altro per testare la macchina del partito e dimostrarne la superiorità rispetto ad una agguerrita IdV (che su questo terreno dimostra una capacità superiore alle aspettative), o per aprire il dibattito pubblico sulla legge elettorale “magiara” che vuole portare in parlamento (sicuramente meno indigesta per molti del Mattarellum e dunque votabile), o per dare un nuovo schiaffo alla maggioranza, dopo amministrative e referendum. Assecondare la base è populismo, guidare e incanalarne le aspettative è leadership.

Da QDR Magazine

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