La recessione politica

By Redazione

settembre 18, 2011 politica

La crisi economica sta facendo impazzire l’Europa. Ma non dobbiamo preoccuparci tanto della crisi in sé, quanto delle ricette sbagliate che dovrebbero curarla. Lasciamo perdere, per un attimo, le colpe della politica all’origine della crisi (ci sono, ma richiederebbero un ragionamento a parte). Limitiamoci a dire che, anche in un mercato perfettamente libero e funzionante, le bolle speculative si gonfiano e scoppiano: è inevitabile. Ma a seconda di come rispondiamo allo scoppio di una bolla speculativa, possiamo vivere qualche mese, un anno o dieci anni di sofferenza. La crisi economica può toglierci il lavoro e il benessere per un periodo di tempo limitato. La politica può toglierci i diritti di proprietà e la nostra stessa libertà per un periodo di tempo molto duraturo, anche più della vita media di un uomo.

Purtroppo, e questo è sotto gli occhi di tutti, la risposta dei partiti di governo e delle opposizioni parlamentari è stata totalmente inefficace e ha contribuito a prolungare e peggiorare gli effetti della crisi economica.

Negli Usa, dove la crisi è partita con lo scoppio della bolla speculativa immobiliare, il Partito Repubblicano ha cercato di contenere i danni dando soldi pubblici a banche già fallite. Il Partito Democratico ha aggiunto gli aiuti (con i soldi dei contribuenti, sempre) alle grandi aziende, lo stimolo economico e in questi mesi ha anche varato un piano (sempre pagato dai contribuenti) per incentivare l’occupazione. La risposta è sbagliata e i suoi effetti sono sotto gli occhi di tutti. L’aumento della spesa pubblica ha generato nuovo debito pubblico. Il debito pubblico costa (interessi) e gli americani si aspettano che la mannaia fiscale si abbatta sulle loro teste per poterlo pagare. I conti pubblici sono talmente sbilanciati che, per la prima volta nella storia recente, le agenzie di rating hanno dovuto declassare gli Stati Uniti. Solo le grandi aziende automobilistiche, commissariate e in parte vendute all’estero, hanno mostrato segni di ripresa.

Lo stimolo economico, come sempre avviene, è andato disperso: non si sa come le aziende beneficiarie lo abbiano usato, ma comunque non hanno né aumentato la produzione, né l’occupazione. Sia la contrazione del Pil che il tasso di disoccupazione negli Usa restano i peggiori nella storia recente. Come sempre, quando uno Stato preleva soldi da tutti e li redistribuisce, a pioggia, a una lunga lista di beneficiari, nessuno può garantire che i beneficiari stessi ne facciano un “buon uso”. L’uomo è per natura egoista (ed è anche giusto che lo sia, secondo questo blog), per cui, a fronte di un aiuto pubblico gratuito (cioè pagato da altri) o anche solo di fronte alla prospettiva di ricevere un aiuto pubblico, tenderà più a sprecare che non a investire bene. Se salvi dal fallimento un cattivo investitore, c’è da aspettare che quest’ultimo faccia altri cattivi investimenti: non avrebbe alcun incentivo a comportarsi in modo più corretto, né alcuna paura di fallire nel caso ricada negli errori del passato. E’ perfettamente logico che lo stimolo non abbia avuto l’effetto sperato. E’ altrettanto logico prevedere che il nuovo piano per incentivare l’occupazione finirà allo stesso modo.

I partiti di governo e le opposizioni parlamentari in Europa si sono comportati molto peggio del Partito Democratico statunitense. Perché, non fidandosi del privato e del suo comportamento, oltre che dare aiuti per stimolare domanda e produzione, hanno preferito nazionalizzare direttamente tutto ciò che potevano permettersi. E quei governi che hanno già nelle loro mani quasi tutti i settori strategici dell’economia, si sono tenute le loro aziende pubbliche ben strette. Perché si tratta di una risposta ancora peggiore? Perché si fonda sull’illusione che lo Stato sia cosa “altra” rispetto al resto della società e dei mercati. Che sia infallibile. Che sia ingiudicabile. Che sia controllabile democraticamente. Tre errori madornali: lo Stato può fallire, come dimostrano gli esempi di governi che hanno reagito malissimo (con le nazionalizzazioni, aumenti di spesa pubblica o con aiuti irresponsabili a banche e aziende fallite) alla crisi e sono finiti letteralmente in bancarotta. E’ il caso della Grecia, dell’Irlanda, del Portogallo, quasi della Spagna, probabilmente anche dell’Italia ed è possibile, in un futuro non fantascientifico, anche della Francia. Siccome lo Stato, per chiedere prestiti, deve emettere titoli, è inevitabile che anche un governo abbia la sua quotazione e dunque può essere giudicato dal pubblico degli investitori. E stiamo parlando di un pubblico mondiale, che dunque supera, trascendendola, la democrazia locale. E qui cade il terzo mito: l’economia non è controllabile democraticamente. Se un prodotto (in questo caso: la politica economica di un governo) non funziona, non verrà comprato, né ben quotato nel mondo, anche se dovesse essere promosso tramite un voto popolare in una singola nazione.

Il problema è che i politici al governo, nella stragrande maggioranza dei casi, non ammettono i loro errori, ma tendono a trovare un capro espiatorio. Quando le agenzie di rating hanno iniziato a declassarci (perché abbiamo il più alto debito pubblico, in rapporto al Pil, in tutto il mondo industrializzato, battuti solo dal Giappone), i politici della nostra maggioranza hanno iniziato a gridare al complotto di “speculatori” e “profittatori” internazionali. Lo stesso linguaggio giornalistico, secondo cui l’Italia è “sotto attacco” della “speculazione” ha contribuito a diffondere la paura di un grande complotto internazionale contro di noi. Ha risvegliato, soprattutto nell’elettorato e nei militanti di destra, vecchie emozioni fasciste: la gente, 66 anni dopo la morte di Mussolini, ha ricominciato a parlare nei termini di una grande cospirazione “demo-pluto-massonica” (nessuno aggiunge più “giudaica” per non finire nelle grane, ma anche l’antisemitismo si sta diffondendo a macchia d’olio), che sarebbe orchestrata negli Usa e nelle agenzie di rating “al loro servizio” ai danni dell’Italia, “la grande proletaria”, sfruttata dai “poteri forti”.

Ecco dunque che si delinea all’orizzonte il nuovo pericolo: quello della reazione delle forze politiche extra-sistemiche ed extra-parlamentari.

Il rischio di una loro affermazione è molto forte soprattutto in Europa, come sempre terra fertile per ogni idea totalitaria. Sono i sistemi più fragili, quelli che hanno meno tradizione democratica alle spalle, a cadere per primi in questa tentazione. La Grecia (dentro e fuori dalla dittatura fino all’altro ieri) è oggi letteralmente ostaggio di movimenti totalitari, di destra e sinistra, che invadono le piazze, promuovono scioperi devastanti, creano disordini come nemmeno nella Germania degli ultimi giorni di Weimar. La Spagna (dittatura fino all’altro ieri) sta assistendo alla crescita di un movimento confuso, populista e privo di obiettivi, gli Indignados. Che dopo una prima fase di dibattito interno si sta trasformando in un moto di estrema sinistra contro il capitalismo. Un ’68 fuori tempo massimo. In Lettonia (provincia sovietica fino all’altro ieri) ha vinto il partito russo. Fa notizia il fatto che sia etnicamente russo, si parla meno, però, della sua caratteristica principale: è un partito dichiaratamente post-comunista. In Ungheria (colonia sovietica fino all’altro ieri) crescono forze extra-sistemiche che ricordano il nazismo molto da vicino. Il partito Jobbik, con le sue teste rasate e la sua retorica antisemita, non è molto differente dalle Croci Frecciate che aprirono le porte del Paese a Hitler.

Oggi è in corso una demonizzazione, forse eccessiva, della sola Ungheria (perché è un Paese molto cristiano e anti-comunista, dunque nel mirino della stampa progressista). Ma anche nella tanto elogiata Danimarca, democratica da quasi due secoli, il Partito Socialdemocratico è andato al governo solo grazie all’appoggio dell’Alleanza Rosso-Verde, formata da partiti dichiaratamente comunisti o socialisti massimalisti, che vogliono sopprimere il capitalismo, non curare la crisi. Non fanno paura perché si ammantano di slogan progressisti, come Pace, Integrazione e Giustizia Sociale. Ma sono pericolosi quanto gli altri estremisti, di destra e sinistra: hanno le loro stesse identiche intenzioni. In Islanda, altro Paese tanto amato da tutti (anche dal sottoscritto) sta per concludersi un processo costituente a dir poco populista. Tutti i cittadini hanno avuto il diritto di riscrivere la Costituzione, a soli due anni dal collasso economico. E ne è sortita, chiaramente, una legge suprema che vincola la proprietà privata al “bene comune”, collettivizza le risorse naturali, prescrive nuove spese pubbliche per sempre nuove categorie di cittadini. Nel Regno Unito, democratico da più di due secoli, non assistiamo alla nascita di forze politiche totalitarie, ma abbiamo visto saccheggiare Londra e tante altre città inglesi da masse di giovani che ritenevano di avere il diritto di rubare. E’ la risposta disorganizzata, primitiva e spontanea ai sussidi che vengono meno, ai tagli alla spesa pubblica, alla prospettiva di un impoverimento. Lo scempio che abbiamo visto in Inghilterra è l’ABC, senza fronzoli e retorica, del programma politico dei partiti estremisti organizzati nel resto d’Europa. Se dovessero andare al governo, inizierebbero a saccheggiare le proprietà private. Usando la polizia e non semplici bande di teppisti.

Le forze politiche extra-sistemiche, di destra e di sinistra, ripeterebbero su larga scala gli stessi errori delle forze sistemiche. Ma li ammetterebbero ancora meno. E nel peggiore dei casi, non si limiterebbero a indicare un capro espiatorio al pubblico ludibrio: lo individuerebbero per sopprimerlo, anche fisicamente. Oggi abbiamo governi che sbagliano e perdono le elezioni. Un domani potremmo tornare ad avere a che fare con qualcosa di cui ci eravamo dimenticati: governi autoritari che seminano miseria e rispondono con la violenza fisica a chi li contesta.

(da “L’Oggettivista“)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *