Il Re è morto, viva la borghesia!

By Redazione

settembre 18, 2011 politica

Tempo di cambiamenti. Ad Atreju, la festa dei giovani del Pdl, si prova a costruire un progetto politico che ancora non c’è. Percorsi ed esperienze politiche si confrontano e si scontrano inseguendo un centro destra che va dalla destra sociale fino ai radicali, passando per socialisti, cattolici, riformisti, liberali e conservatori. Il partito – quel carrozzone che tanto è stato denigrato dai giornalisti e poco considerato dal suo stesso fondatore – sembra essere oggi l’unica certezza per chi vuole ripartire e fare una buona politica. Certamente è finita un’epoca. Berlusconi è stato accolto con poco entusiasmo dai suoi giovani: ad Atreju è arrivato verso le sette di sera, alla luce di un bellissimo tramonto romano che forse coincide con il suo tramonto politico. Differente è stato invece il clima e la partecipazione al dibattito con Alfano, molto apprezzato anche dai militanti della destra pidiellina. Staremo a vedere.

Mentre Madonna al festival di Venezia attacca il premier accendendo gli animi degli ultimi fedelissimi che subito si schierano in sua difesa, i giornali continuano a raccontare vizi privati del presidente del consiglio, con pagine e pagine che sembrano un album di figurine panini dove al posto dei calciatori sono schierate tutte le donne del premier. Con una crisi internazionale che pesa come una spada di Damocle sulla nostra testa, la politica continua a perdere terreno in favore dell’antipolitica. Scrive Mario Sechi nel suo editoriale di venerdì 16 settembre: ”Quando il voyeurismo e la pornografia escono dalla camera da letto per diventare atto giudiziario, quando la ghigliottina prende il posto della giustizia, quando le Vite degli Altri diventano gogna e basso istinto collettivo, allora scorre il sangue”.

Non sono così lontane allora le parole del primo editoriale de il Giornale, quando Indro Montanelli scriveva: ”di scandali purtroppo la vita del nostro Paese è gremita, e noi non mancheremo di denunciarli […] Ma non lo faremo per metterci al rimorchio di quella insensata e cupa frenesia di dissoluzione in cui si sfoga un certo qualunquismo, non importa se di destra o di sinistra […] Vogliamo creare, o ricreare, un certo costume giornalistico di serietà e di rigore. E soprattutto aspiriamo al grande onore di venire riconosciuti come il volto e la voce di quell’Italia laboriosa e produttiva che non è soltanto Milano e la Lombardia, ma che in Milano e nella Lombardia ha la sua roccaforte e la sua guida”.

Ma oggi, quest’Italia laboriosa, si sente davvero rappresentata nelle istituzioni e nella politica? Alla Camera, durante il voto di fiducia del 14 settembre sono comparsi degli striscioni contro la Lega, che dicono: Basta Lega – Basta Roma – Basta Tasse. Un fatto passato inosservato ai più, e che, al di là della provocazione di pochi, nasconde un profondo malessere. Sembra di essere tornati alla fine della Prima Repubblica, quando venti anni fa erano gli stessi leghisti a compiere provocazioni di questo tipo dalle tribune parlamentari.

Vent’anni. Vent’anni di Seconda Repubblica non hanno cambiato la società italiana, anzi, l’hanno incattivita. Abbiamo ancora una buona parte di italiani fessi (quelli che lavorano onestamente e pagano le tasse, ma che stanno via via scomparendo) e una parte di italiani furbi (sempre più maggioranza di questo Paese) che fatta la legge trovano l’inganno. La pressione fiscale è sempre più oppressiva, le imprese non investo più sul nostro territorio e quando accendiamo il televisore possiamo pure godere delle ultime campagne pubblicitarie di Equitalia che invitano a pagare le tasse. Cornuti e mazziati. In questi vent’anni quella rivoluzione liberale che ci era stata promessa è stata più volte tradita e molti contribuenti sono arrivati a rimpiangere il vampiresco Visco.

Lo striscione apparso alla Camera è sintomatico. C’è ancora una parte d’Italia, quella di cui parla Montanelli che può essere identificata come ceto medio – o piccola e media borghesia che dir si voglia – che ancora fatica a trovare una rappresentanza politica in Parlamento.
Chi paga il biglietto intero in ferrovia, chi non entra gratis a teatro e non ha amici potenti nelle istituzioni o nella magistratura, chi non è massone o gesuita, chi mantiene la parola data a costo di perderci e dichiara all’agente delle tasse il suo vero reddito; ebbene questi è un fesso. Così diceva Prezzolini. Più che fesso quest’uomo lo chiameremo, seguendo i dettami del professor Ricossa, l’italiano onesto medio.

L’onesto medio è di natura antigovernativa: non importa il colore del governo: se piove il governo è sempre e comunque ladro. L’onesto medio è per il quieto vivere, non vuole che le sue attività, soprattutto quelle economiche, siano danneggiate dall’invadenza liberticida dei governanti. L’onesto medio grida sommesso: tenetevi la vostra pace, lasciatemi in pace! L’onesto medio è scettico nei confronti delle politiche redistributive. Lavora. La sua Patria, prima dell’Italia, è il suo paese, la sua comunità, la sua famiglia. L’onesto medio è il creatore del ghe pensi mi, ma a forza di far da solo ha rinunciato a cercarsi e a costruirsi una rappresentanza politica autonoma in parlamento.

Oggi sono pochi a parlare agli onesti medi: Tea Party Italia e tanti altri si stanno muovendo per svegliare i pochi rimasti da quel torpore carico di disillusioni e disincanto; ma alla fine l’onesto medio è sempre restio ad affidarsi a qualcuno perché è diffidente per natura. E sa che volente o nolente non riuscirà a sopravvivere più a lungo dei suoi risparmi: comunque li investa, sbaglierà a investirli, perché gli Stati moderni si sono coalizzati per farlo sbagliare. Si è fidato della Lega e oggi si sente tradito, ha sperato nella rivoluzione liberale del ’94, ha invocato l’aliquota unica come manna dal cielo e ha rischiato di trovarsi sul groppone il contributo di solidarietà. Se l’onesto medio invece di passare tutto quel tempo in bottega seguisse maggiormente i dettami di Santa Romana Chiesa forse saprebbe che vi è sempre il momento giusto per affidarsi a qualche santo in Paradiso.

E’ morto il Re, viva il Re! Già si festeggia il nuovo segretario politico (o si festeggia la novità di avere per la prima volta un segretario politico?) ma diamo tempo al tempo, vediamo che combinerà. E’ necessario lanciare un messaggio politico che riesca a parlare al popolo delle partite iva, ai liberi professionisti, ai dipendenti del settore privato. Come fa notare Ricolfi in una intervista rilasciata alla rivista online Linkiesta, in Italia la piccola e media borghesia non è mai riuscita ad imporsi culturalmente e politicamente, Se poi aggiungiamo che dopo la guerra civile 43-45 l’Italia si è divisa e continua a dividersi tra cattocomunisti e clericofascisti lo spazio di manovra per un pensiero liberale è ridotto. I grandi industriali hanno preferito vivacchiare alle spalle dello Stato, e i piccoli si sono dati all’arte tutta italiana dell’arrangiarsi alla meglio. Oggi chi si sente borghese, nel senso più genuino, antistatalista e provincialotto del termine, deve accettare di essere la minoranza della minoranza di questo Paese sull’orlo del baratro. Morale della favola: nell’attesa di essere la maggioranza, nel deserto politico dei tartari di oggi, il problema non è tanto vivere ma sopravvivere. Basterà il ghe pensi mi?

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