Carnage

By Redazione

settembre 18, 2011 Cultura

Le speranze, le illusioni e le delusioni della middle class dell’America di Obama raccontate attraverso la conoscenza forzata di due famiglie new yorkesi che più diverse non potrebbero essere. Infatti le due coppie di coniugi  si incontrano solo per parlare di una rissa avvenuta a scuola tra i rispettivi figli. Un vero “Carnage” esistenziale in cui il politically correct va ben presto a farsi benedire. Così il genio assoluto di Roman Polanski ci sorprende un’altra volta e tappa la bocca a chi lo voleva finito dopo la sua ultima disavventura giudiziaria.

In “Carnage”, che alla fine è un esilarante piece teatrale cui Polansky ha fornito il necessario ritmo cinematografico, si ride proprio di tutti i luoghi comuni buonisti dell’America di Obama: l’ambiente, il vegetarianesimo, la fame nel mondo, l’Africa, il Sudan, le mostre d’arte. Quattro attori da Oscar, a dispetto del fatto che il film non sia stato premiato a Venezia mentre avrebbe ampiamente meritato, tengono la scena in 79 minuti di pellicola con appena due scene in esterni: la prima in cui si intravede il litigio tra i figli delle due coppie, e l’ultima, in cui si intravede la riappacificazione. In mezzo solo dialoghi e situazioni paradossali e parossistiche.

D’altronde anche per Polanski partire con il piede giusto con un cast che va da Jodie Foster a Kate Winslet, passando per Christoph Waltz e John Reilly deve avere aiutato non poco. La cosa è presa, come si accennava, da una piece teatrale. Cioè “Il dio della carneficina”, della iraniana Yasmina Reza. Che poi ha partecipato anche alla sceneggiatura. Per chi credesse che la trama si risolva nelle due coppie che finiscono per picchiarsi prendendo le parti dei relativi figli, si avverte subito che le situazioni sono più complesse. L’isterica Obamiana infatti è una sola, il personaggio femminile incarnato da Jodie Foster. Che sin da quando detta la possibile lettera di riconciliazione tra le famiglie alla preside della scuola dice la parola sbagliata: “armato con un bastone”. Invece che “munito”. Quello è il primo scivolone di contraddizione con il politically correct vantato. Quello fa scoppiare tutto. Trasformando l’elegante madre del ragazzino “criminale”, impersonata dalla Winslet, in un’arpia spietata e ossessionata dai propri malesseri psico somatici. Che la trasformano in una dal vomito facile in casa altrui.

Quando poi il padre del bambino picchiato decide di esternare alla coppia, teoricamente avversaria, se non nemica, quanto anche lui non ne possa più di una moglie così precisina e saputa, stappando un buon whiskey, allora la situazione degenera veramente. Infatti se in vino veritas, figuratevi che può accadere quando quattro americani della middle class, ma appartenenti a strati sociali diversi per “income”, cominciano a sfogarsi nel liquore che ha fatto la storia d’America. Come cantavano i “Traffic” quasi 40 anni fa, “John Barleycorn must die”, e i buoni sentimenti dell’America dei nostri anni pure.

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